The bear – la recensione della miniserie con Jeremy Allen White

Lo scorso giugno il regista e autore Christopher Storer lancia in streaming privilegiato su FX – Hulu la sua miniserie The bear. Il prodotto, costituito da otto puntate dalla durata variabile (dai venti ai quasi cinquanta minuti) ha riscosso il favore della critica e del pubblico, tanto da essere stato rilevato da DisneyPlus per la distribuzione internazionale: le puntate sono infatti attualmente visibili a tutti gli abbonati, e dato il successo degli otto episodi la serie è già stata rinnovata per una seconda stagione (ancora da definirsi). La stagione attualmente disponibile si delinea a partire da una modalità prettamente drammatica, ma con efficaci punte di ironia e comicità paradossale che conferiscono al prodotto ulteriore profondità. Riveste i panni del protagonista Jeremy Allen White, forse noto ai più per la sua interpretazione nella serie di successo Shameless.

The bear

La trama della serie

All’indomani della scomparsa del fratello Mickey, il giovane chef Carmen Berzatto (Jeremy Allen White) ne esegue le volontà rilevando il suo ristorante, il The Beef di Chicago. Facendo ciò però il ragazzo subisce un vertiginoso balzo indietro nella sua carriera: Carmen è infatti un talentuoso prodigio della cucina internazionale, abituato ai ritmi serrati e disciplinati dell’alta cucina, mentre il The Beef è un modesto locale a gestione pseudo-familiare che conta su una clientela fidelizzata ma di bassa lega. Al tenore differente legato alla natura della struttura consegue una gestione della brigata ben lontana rispetto a quella a cui il giovane “Carmy” è abituato. Una volta preso in mano il ristorante, infatti, il ragazzo si ritrova ad avere a che fare con un ensemble disorganizzato e sopra le righe costituito da Richie (Ebon Moss-Bachrach), ex-socio e amico fraterno di Mickey; Tina (Liza Colón-Zayas), cuoca ingestibile e testarda; e Marcus (Lionel Boyce), volenteroso apprendista pasticciere.

A questi si aggiunge la volenterosa e intraprendente Sydney (Ayo Edebiri): proprio a lei Carmen affiderà la gestione quotidiana della cucina, quando scoprirà di essere troppo impegnato a risollevare le sorti monetarie del ristorante. Appena lo chef inizia ad occuparsene, infatti, scopre che la precedente gestione fraterna ha fatto sì che gli venisse consegnato un esercizio commerciale sull’orlo del fallimento, per il quale il declino sembra prossimo e inevitabile. Mentre Carmen tenterà dunque di implementare – anche grazie all’aiuto della metodica Sydney – una disciplina più ferrea (che la brigata faticherà a sopportare e a fare propria), il ragazzo si ritroverà anche a fare i conti con il trauma causato dalla perdita dal fratello e dalla turbolenta situazione che ad essa è conseguita, sia sul piano familiare che su quello della gestione dell’impresa.

The bear

The bear – la recensione

Al netto della sua natura da prodotto evidentemente pop, portata avanti dalla (e anzi, forse connaturata alla) sua disponibilità per lo streaming in quella che è una delle piattaforme più fruite del momento, The bear è un prodotto dall’indubbio potenziale. Proprio quest’ultimo per la maggior parte del minutaggio complessivo della serie emerge sfociando in un livello qualitativo e in conseguenza in una resa di proporzioni se non elevate quantomeno sicuramente lodevoli, in ragione delle molteplici peculiarità marcatamente positive che concorrono alla realizzazione del risultato ultimato.

Tra le apprezzabili caratteristiche su cui poggia l’intera serie, infatti, spicca sorprendentemente quella del minutaggio. Quest’ultimo, di solito dato tendenzialmente prossimo a subire l’indifferenza dello spettatore medio, si rivela invece in questo caso un elemento perfettamente apprezzabile che valorizza il prodotto nella sua interezza. The bear è infatti composto da otto puntate che si aggirano attorno ad una durata di trenta minuti ciascuna (se non si considerano l’eccezione in difetto della penultima – venti minuti – e quella in eccesso dell’ultima – quarantasette minuti).

In un momento storico in cui i prodotti seriali sembrano giocare a rialzo con le durate delle proprie puntate (emblematico in questo senso il caso iperbolico dell’ultima stagione della tanto amata Stranger things), questo tipo di temporalità oltre ad incentivare e agevolare la visione della serie, offre al pubblico un’impronta di familiarità, grazie ad un minutaggio in effetti prossimo a quello della più classica e confortevole sit-com. Altrettanto importante, accorciando la durata standard di ogni sua puntata, la serie condensa entro i confini dei circa trenta minuti di ciascuna porzione ogni sua parentesi narrativa e punto fermo della trama, contribuendo così ad una sensazione diffusa di frenesia.

Forse, in effetti, uno dei meriti principali della serie – e sicuramente una delle fonti del più sentito plauso da parte del pubblico – si ritrova insito nella sua capacità di trasporre la frenesia emotivo-mentale del protagonista e quella conseguente dello scenario del ristorante in cui opera anche sul piano narrativo e soprattutto formale, grazie ad una sceneggiatura stratificata e ad un montaggio concitato estremamente efficace. Proprio questi ritmi serrati e questo senso diffuso di angoscia – che sicuramente possono richiamare facilmente alla mente una delle perle della giovane filmografia di Damien Chazelle, Whiplash (2014) – hanno contribuito nel breve tempo che è intercorso tra il presente e la recente data d’uscita della serie ad ergersi in qualità di marchio di fabbrica del prodotto nella sua interezza.

Indubbiamente, oltre che alla scrittura, alle atmosfere e al montaggio, anche le interpretazioni degli attori (principali e non) hanno determinato la fortuna di The bear. Spicca evidentemente quella di Jeremy Allen White, capace di rendere sul piccolo schermo tutto lo statuto al contempo coriaceo e drammaticamente vulnerabile del proprio personaggio, scisso tra frustrazioni, necessità di rivalsa e una complessa elaborazione del lutto. Al suo fianco, tuttavia, si impongono una serie di prove attoriali tutte altrettanto valide che concorrono a delineare un cast corale evidentemente capace nella sua interezza. Sorprendono in particolare Ayo Edebiri, per la maturità con cui si accosta al proprio personaggio nonostante la limitata esperienza attoriale, e Ebon Moss-Bachrach, per l’inaspettata evoluzione che riesce a mostrare nel suo personaggio mettendone in evidenza le più svariate sfaccettature.

In definitiva, The bear si dimostra un prodotto dalla formula assolutamente vincente. Le buone interpretazioni che lo costellano, congiunte ad una ben chiara linea creativa che permette di identificare con facilità l’identità del prodotto stesso, si dimostrano necessarie e utili alla creazione di una serie efficace. Nonostante il (o anzi, forse grazie al) minutaggio limitato, che già è sufficiente a renderlo un prodotto inconsueto per quest’epoca seriale, le otto puntate coinvolgono e convincono, poggiando su una base tecnica solida e un concept definito (e non stupisce, dunque, che sia già in cantiere una seconda stagione).

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SOMMARIO

The bear è riuscita a riscuotere plauso internazionale facendo modo sulla lodevole tecnica con cui è costruita e la sua capacità di mettere in mostra un particolare stato di frenesia, su cui poggiano narrazione e montaggio.
Eleonora Noto
Eleonora Noto
Laureata in DAMS, sono appassionata di tutte le arti ma del cinema in particolare. Mi piace giocare con le parole e studiare le sceneggiature, ogni tanto provo a scriverle. Impazzisco per le produzioni hollywoodiane di qualsiasi decennio, ma amo anche un buon thriller o il cinema d’autore.

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