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Te l’avevo detto – Recensione del secondo film di Ginevra Elkann

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Te l’avevo detto – Quadro generale

Te l’avevo detto è l’opera seconda di finzione firmata da Ginevra Elkann, regista formatasi all’estero e tornata in Italia per dare sbocco ai propri progetti cinematografici, ed è un lavoro debuttato nella sezione Grand Public della 18° edizione della Festa del Cinema di Roma.

Dopo il suo esordio con Magari (2019), ovvero gioie, tormenti e perplessità ad altezza bambino di una famiglia borghese non tanto funzionale, la regista realizza ora un ritratto di gioie (poche a dire il vero), tormenti e perplessità ad altezza adulto di più famiglie e più interni, sempre borghesi e decisamente disfunzionali.

Te l’avevo detto

Niente di nuovo sotto il sole, dunque, i soliti ”problemi da primo mondo”, come li ha definiti, brillantemente secondo chi scrive, qualcuno; se non fosse per l’ambientazione: una Roma futura, vittima del clima folle di quest’era, con trentacinque gradi a dicembre, l’albero di Natale fatto e il sudore che appiccica e stordisce.

Te l’avevo detto – Un dramma umano e climatico

Sia le singole storie che il particolare tempo prescelto sono narrati secondo un’iperbole assolutamente sconnessa e mal rappresentata, dando vita ad un risultato scoordinato, inconcluso e dimenticabile, un intruglio di psicodrammi e ielle varie condite da una distopia climatica, la quale, oltre ad essere problematica effettiva, si sa, è anche trend modaiolo in grado di collocare automaticamente tra i savi chiunque decida di includerla nelle proprie riflessioni artistiche.

Te l’avevo detto

Il problema di dare corpo all’intero mondo di Te l’avevo detto, schematizzato di fretta e male sul grande schermo, invece, resta qui una distantissima utopia. Ora in questa cornice vaga e scaltra, si intrecciano le vicende di persone, coppie, familiari, con problemi, dipendenze, ossessioni, giustificate ed ingiustificate, in cerca forse di una pace, un po’ come il pianeta che abitano, o in cerca, forse, di un perché, come lo spettatore che assiste al film.

Te l’avevo detto – Trama

In Te l’avevo detto compaiono i seguenti casi umani: Mila (Sofia Panizzi) una ragazza affetta da bulimia che fa da badante ad un’anziana signora, e che porta con sé uno stress disumano regalatole dalla madre, Gianna (Valeria Bruni Tedeschi) donna labile di mente, ossessionata da una pornostar degli anni ottanta di nome Pupa (Valeria Golino, uno dei pochi volti che nel marasma generale esce con le ossa meno rotte), rea di averle sottratto l’uomo della vita.

A sua volta Pupa, sull’orlo della bancarotta, sta cercando di riemergere sul mercato con un concerto-come back in cui possa di nuovo dimostrare tutta la sua non corrotta grazia sensuale per i suoi amati fan. Poi c’è Caterina (Alba Rohrwacher), attrice alcolizzata che non ha la custodia del figlio, affidato al marito (Riccardo Scamarcio), ma che decide ugualmente di presentarsi a casa dell’ex nel giorno del compleanno del bambino e di portarlo in giro per la giungla afosa metropolitana perché va bene così ed il padre non batte ciglio, anzi.

L’ allegra carrellata prosegue con un prete americano drogato (Danny Huston), sull’orlo della fine, che si ritrova con l’urna dell’odiata madre da seppellire e una sorella volata a Roma per dar seguito a queste estreme esequie: probabilmente è questa la coppia più fuori luogo della brillante comitiva.

Attorno a tali cartonati c’è la capitale che si fa sempre più calda in una saturazione di colori esagerata e telefonatissima, che fagocita i suoi abitanti inquieti, e, smarritissimi.

Te l’avevo detto

Te l’avevo detto – Recensione

Difficile perdonare uno spreco così ingente di risorse per un film che ricalca situazioni viste e riviste, fini a se stesse, derivative di molte altre opere, decisamente meglio riuscite.

Un’umanità allo sbando che non respira nei suoi tragici errori, serrata in una serie asfissiante di coincidenze mai magnanime, fino all’apocalisse finale, ne abbiamo vista moltissima: il miglior esempio che ricordiamo è Magnolia (1999), del talentuoso P.T. Anderson, di cui qui ci sembra mal ri-copiate l’atmosfera, le scene e i ruoli, come a voler ricreare una tensione verso il baratro, che nell’americano è ingombro costante e qui è tendina interdetta, men che esile, assente.

Lo stesso calore, che dovrebbe sciogliere la città e con essa la supposta malvagia umanità capace solo di distruggere e autodistruggersi, non è credibile. Gli attori prima vestono con cappotti, poi normalmente, poi a fine giornata compaiono canotte: l’intera metafora è grezza e per nulla scontornata. Un fumetto sarebbe più dignitoso ed accettabile.

Idee derivative, confuse e mal sviluppate

La siccità che qui piomba sulla collettività malata e recidiva nei propri vizi è un adesivo appiccicato su un insieme di storielle e macchiette poco interessanti, poco accaldate e assai poco immedesimanti. Sfugge, per non dire manca, “il carattere più grande” che dovrebbe essere contenuto nel film, il pensiero critico, il profilo autoriale. Non pervenuto.

Te l’avevo detto è una solfa celebrativa dei soliti quattro volti del cinema italiano, ai quali non rende affatto un favore. Un’idea abbozzata, affatto originale, che mal si ispira a modelli alti, cui minimamente si avvicina, confusa e superficiale.

Clichè, assenza di verosimiglianza, didascalicità

Inefficace nel tema, che ci annoiamo anche a riepilogare, irrisori e trascurabili i dialoghi, irrintracciabile una minima verosimiglianza dei personaggi, che non arriva perché è talmente maldestro l’insieme da far smarrire l’attenzione praticamente subito.

Il titolo è una battuta della Bruni Tedeschi, e non vediamo come tale battuta possa raccogliere lo sviluppo intero del lavoro, o meglio l’idea che se ne aveva, anzi si presta a facili spiritosaggini sulla scarsa riuscita dell’opera.

Te l’avevo detto – Cast

Non ci esprimiamo sul cast, per tutela del cast stesso, invischiato in una cosa infelice, poco pensata e senza senso.

A fine visione si prende invece atto di una certa facile generosità verso alcuni artisti e alcuni cognomi, indulgenti entusiasmi che avallano e sponsorizzano determinati progetti con cuore troppo leggero e con portafoglio altrui (pubblico).

Simile pratica procura perdita di tempo e di risorse a detrimento di altri artisti meno noti e meno “cognomati” che hanno qualcosa da dire infinitamente più prezioso o innovativo, i quali, praticamente sempre, si ritrovano fuori da graduatorie, con le porte sbarrate, senza produzione né distribuzione adeguate, e giocoforza cercano altrove, cambiano paese, o smettono, purtroppo di provarci.

Te l’avevo detto si colloca agli antipodi del ben fatto, e ci provoca senso di imbarazzo, rabbia, impotenza e ridicolo. A volte, prima di legare insieme quattro idee abusate e quattro volti abusati in un film ospitato per “bontà laica” in un Festival, bisognerebbe esercitare un po’ di sana e ricostituente vergogna.

Te l’avevo detto – Trailer

PANORAMICA

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

A Natale, a Roma, si muore di caldo: in un questo clima distopico, letteralmente inteso, si intrecciano varie storie inconcludenti, fini a se stessi nella loro assurdità, di un'umanità inquieta, smarrita, in cerca di pace. Un dramedy fintamente fantascientifico, discontinuo, superficiale e confuso. Privo di tensione, verosimiglianza e sviluppo tematico, con sceneggiatura imbarazzante, saturazione cromatica che stucca, carattere didascalico. Tutto già detto altrove, tutto già visto altrove. Ma, altrove, meglio.
Pyndaro
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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