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Sweet Home – i mostri coreani bussano alla porta

Fra regali da scartare e ansie familiari da schivare dicembre porta in dono anche un nuovo sanguinolento gioiellino gore dal titolo altamente forviante. È approdata su Netflix la nuova serie tv horror coreana “Sweet Home”. Le creature deformi e il manipolo d’umanità che avanza convivono in un enorme edificio dalle pareti verdi e scrostate. Ci si dovrà armare fino a denti per restare vivi. Nella speranza che il tanto sangue destinato a scorrere non sia il proprio.

I mostri sono sempre stati lì, incarcerati dentro di noi. Nessuna invasione straniera, nessun virus da contenere. Il male viene da dentro. E ora le persone iniziano a manifestare qualche segnale di inumano malessere. Svengono, sanguinano e si trasformano. Diventano mostri feroci, pressoché indistruttibili. E il destino dell’intero fatiscente condominio, forse persino del mondo intero, è nelle mani di uno scostante adolescente con bassissima propensione alla vita sociale. Questi i paradossali e succulenti ingredienti di “Sweet Home”, adattamento in live action di uno dei webtoon made in Korea più famosi di sempre. Alla regia di questa storia di sangue e mostruosità c’è la mano di Lee Eung-bok (noto e molto apprezzato per “Mr. Sunshine” e “Goblin: The Lonely and Great God”).

Mentre il successo dei k-drama, le serie tv coreane dense di emotività con confezione sempre alla moda, esplode anche in Italia (il cui seguito è triplicato nel nostro Paese nel corso dell’ultimo anno), Netflix, sempre attento ai nostri gusti e consumi, farcisce il suo catalogo con vecchie e nuove produzioni asiatiche. E si nota, e forse un po’ stupisce, il fatto che zombie movie coreani come “#Alive” e serie horror giapponesi come “Alice in Bordeland” balzino in pochissimo tempo tra i prodotti più visti e chiacchierati dal popolo dello streaming. Probabilmente era giunto il momento che anche i nostri orizzonti cinefili si espandessero oltre i confini occidentali, eppure va da sé che non proprio ogni produzione asiatica meriterebbe il nostro inestimabile tempo. E “Sweet Home”? Conquisterà gli amanti dell’horror o si guadagnerà solo l’attenzione dei tifosi di k-drama?

Sweet Home

Dieci episodi da 50 minuti circa per una storia che riesce prepotentemente a scansare gli spremuti morti viventi con una seducente e orripilante pluralità di mostri sanguinari. Restano ben saldi alcuni abusati scenari post-apocalittici, e qualche cliché zombie-friend sopravvive alla comprensibile e apprezzabile fame d’horror inedito. Chi ha amato “Resident Evil” e “Tokyo Ghoul” si divertirà parecchio, e chi subisce il fascino dell’eccedenza horror tipica dell’orrore giapponese troverà motivo di soddisfazione. Per tutti gli altri resteranno litri di sangue versato da ripulire e brutti mostri da scacciare dai propri incubi. Ma se saprete sopravvivere all’esagerazione e a qualche effetto di computer grafica non troppo riuscito, “Sweet Home” sarà per voi un’ottima distrazione al tedio vitae natalizio.

Un giovane di poche parole si trasferisce in un complesso di appartamenti chiamato “Green Home”. Tanti piani e tanti alloggi, che ingabbiano altrettante disperate parabole di vita. Pareti di quello che forse un tempo era un verde brillante, in un quartiere che probabilmente accogliente non lo è mai stato. Il giovane se ne sta chiuso là dentro per la maggior parte del tempo, solo gli schermi di pc e smartphone a colorare le sue giornate. Cha Hyun-soo (Song Kang, visto nel drama “Love ,Alarm”) è un vero hikkikomori, uno di quei giovani che scelgono di prendersi una pausa dalla vita sociale e di vivere isolato da tutti, senza contatti con il mondo “reale”. Sulla sua agenda ha già indicato quello che sarà il suo ultimo giorno. È deciso a suicidarsi. Probabilmente si getterà dal tetto di quell’altissimo edificio in rovina. Ma qualcosa di inaspettato e di orribile sta per accadere.

I suoi vicini si comportano in modo strano e il sangue inizia a scorrere. I mostri sono alla porta e Hyun-soo dovrà mettere al servizio della stravagante compagine condominiale la sua intelligenza. I propositi suicidari dovranno attendere, perché quel ragazzetto dallo sguardo remissivo sta mutando in qualcosa di indistruttibile e sembra essere l’unico in grado di domare il proprio lato oscuro.

Sweet Home

“Sweet Home” non è solo la storia di Hyun-soo, ed è qui che risiede la sua forza. Si tratta di un racconto corale, abitato da numerosi personaggi, alcuni molto umani altri del tutto mostruosi, ma tutti deboli e meschini, chiamati a dover tramutarsi in una comunità coesa. Per sopravvivere.

La regia sguazza nell’action e sprofonda nell’horror, immergendosi più volte nelle scene splatter e nel gore più disgustoso (o gustoso, dipende dagli appetiti). La narrazione sa però rallentare e soffermarsi su debolezze ed egoismi dei suoi tanti protagonisti. Sebbene siano queste le fasi del racconto che potrebbero annoiare di più, sono queste a regalare spessore all’intera serie, che sfugge così dall’essere ricordata come una mera narrazione di intrattenimento.

Ogni personaggio sa essere accattivante o totalmente respingente, coraggioso o completamente disperato. Un’aspirante ballerina ribelle che stacca a morsi i filtri delle sigarette, un impiegato molto religioso che impugna la spada come un vero samurai, una misteriosa donna che spinge una carrozzina vuota. E ancora un gangster (Lee Jin-wook), uno studente di medicina, una donna pompiere dai muscoli d’acciaio (Lee Si-young), un inventore e una giovane musicista che non si separa mai dal suo basso. Un branco di meschini egoisti che dovranno comprendere il valore della parola comunità.

“Sweet Home” ha un titolo zuccheroso ma non troverete nessun altro amabile elemento. Il grosso edificio verde è ben lontano dall’immaginario di casa confortevole e i suoi residenti si trasformano in orrende creature.  Un gigante ragno veloce e mortale, un ossuto mostro con le orecchie appuntite e un super udito, a cui è stata tagliata parte della testa. C’è chi usa la sua lunga e vischiosa lingua per afferrare le vittime e chi il suo ciclopico occhio per stanare i pochi uomini ancora in vita. “Sweet Home” è cupo, cinico, spaventoso. Ma vuole sollevare gli animi, quelli sopravvissuti si intende, con un senso del grottesco dilagante che saprà far sorridere gli spettatori meno impressionabili.

Nell’insieme lo spettacolo è garantito. L’impatto visivo è forte e i mostri sono così numerosi e diversi fra loro da destare curiosità e sano divertimento orrorifico. La tavolozza di colori usata, in cui predominano il rosso e il verde, insieme alla confezione visiva complessiva riescono a riprodurre in modo credibile la realtà desolata e disegnata di un fumetto post apocalittico. La dolente nota di demerito è tutta da rivolgere verso il CGI. In alcuni casi (anche se non proprio in tutti) i mostri sembrano appartenere ad un gioco per computer anni 2000. La loro estetica è molto apprezzabile, ma la loro animazione lo è molto di meno. La computer grafica avrebbe potuto far apparire il tutto un po’ più convincente.

Al di là delle sue evidenti cadute di stile, “Sweet Home” riesce all’interno di una cornice altamente inverosimile, a toccare temi molto importanti come la violenza domestica, il bullismo, l’autolesionismo, l’accettazione del lutto, la fede, la malattia. I personaggi provano con tutte le loro forze a dimostrare la loro umanità, a rafforzare tutti gli elementi che li rendono diversi dai mostri. Eppure arrancano, cadono fragorosamente, molti falliscono. Perché l’oscurità è sempre stata dentro di loro. Tutti desiderano qualcosa fuori dalla loro portata o fuggono da qualcosa che è radicato in loro, ed è proprio nella ferocia dei loro desideri che abita il mostro.

Sfortunatamente la narrazione lascia solo intuire che il desiderio umano, ostinato e insaziabile, sia il motore di ogni cosa. I desideri reconditi dei mostri restano solo abbozzati nella serie, mentre erano uno degli aspetti più intriganti del webtoon. Il finale grintoso e caotico lascia molte questioni prive di risposta preparandosi ad una altrettanto vorticosa continuazione. In effetti non viene approfondita la genesi della mostrificazione, aspetto che si spera possa essere indagato nella probabile seconda stagione.

“Sweet Home” è una storia mostruosa sull’umanità in rovina. Un’umanità che sa dimenticare che il sangue continua a scorrere incessante non appena realizza che non si tratta del proprio. Indagare gli animi dis-umani non è cosa semplice se si ha l’intento di intrattenere con la grottesca vivacità di un action-horror. Questa serie sorprendentemente, pur con diversi difetti, sa offrire spunti di riflessione non banali.

In ogni uomo dorme un mostro. Se il nostro lato oscuro si destasse all’improvviso saremmo capaci di contenerlo?

PANORAMICA DELLA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SOMMARIO

"Sweet Home" sa far dimenticare i soliti sfruttatissimi zombie per abbracciare la mostruosità in tutte le sue orripilanti forme. Mentre le persone si trasformano e il terrore dilaga, il sangue non smette mai di scorrere. Peccato che la computer grafica sia a tratti deludente. Ci saremmo potuti divertire.
Silvia Strada
Ama alla follia il cinema coreano: occhi a mandorla e inquadrature perfette, ma anche violenza, carne, sangue, martelli, e polipi mangiati vivi. Ma non è cattiva. Anzi, è sorprendentemente sentimentale, attenta alle dinamiche psicologiche di film noiosissimi, e capace di innamorarsi di un vecchio Tarkovskij d’annata. Ha studiato criminologia, e viene dalla Romagna: terra di registi visionari e sanguigni poeti. Ama la sregolatezza e le caotiche emozioni in cui la fa precipitare, ogni domenica, la sua Inter.

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