giovedì, 6 Maggio, 2021
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Songs my brothers taught me: la recensione del primo film di Chloé Zhao

Recentemente su Mubi è stato caricato Songs my brothers taught me, il primo film lungometraggio di Chloé Zhao, regista del pluripremiato Nomadland – vincitore del Leone d’oro alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia e in corsa per l’Oscar al miglior film. Chloé Zhao è una delle registe di cui si è più parlato nell’ultimo anno e già questo film, uscito nel 2015, racchiude caratteristiche proprie del suo stile.

Songs my brothers taught me: la recensione del primo film di Chloé Zhao

Songs my brothers taught me si caratterizza per un impianto indipendente, girato prevalentemente all’aperto (ma non solo) con attori poco conosciuti o non professionisti, in cui il cinema di finzione si intreccia con il documentario. Il film racconta di una comunità di nativi americani nel Sud Dakota e lo sguardo di Chloé Zhao è documentaristico per come racconta questa comunità: ne mostra le tradizioni, le dinamiche sociali e i dettagli che la caratterizzano e fa emergere un elemento ricorrente nel film, quello dell’unione tra i personaggi e gli ambienti che abitano.

Sono molteplici le inquadrature in cui i personaggi percorrono grandi spazi deserti. La loro presenza si fa sfondo attraverso cui leggere quegli ambienti e viceversa. Questo rapporto ambivalente rappresenta quella che è la chiave del film. Guardando Songs my brothers taught me appare chiaro come i personaggi e il luogo in cui si trovano a vivere siano un tutt’uno.

Songs my brothers taught me: la recensione del primo film di Chloé Zhao

Questa è l’idea che percorre l’intero film – che in qualche modo viene esplicitata dalla voce narrante nel finale – ovvero l’idea di una comunità che non può separarsi, in cui ogni individuo è legato al resto del gruppo, non tanto per solidarietà o senso di appartenenza, quanto per un richiamo invisibile che tiene ancorati tutti gli abitanti del luogo a quel territorio. Il film racconta di due energie contrapposte, l’una che spinge per allontanarsi da quel luogo e l’altra che spinge per rimanerci. Johnny, interpretato da John Reddy, lavora e si impegna per abbandonare la terra in cui è cresciuto e andare lontano con la propria ragazza. Per raggiungere quel risultato arriva a fare cose che lo mettono contro alcuni membri di quella comunità, ma tutte le sue azioni sono guidate dal desiderio di rompere i confini di quel luogo.

Allo stesso tempo, la sorellina Jashaun, interpretata da Jashaun St. John, preme affinché lui rimanga lì dove è nato e cresciuto, affinché non la abbandoni. Lei si sente parte di quella comunità, tanto da lavorare e impegnarsi per affermarsi in quel microcosmo. È su questi due fratelli che il film si concentra maggiormente, raccontandone le esperienze e, in parallelo, le vicissitudini che attraversano per raggiungere il proprio fine: per Jashaun restare nella comunità, per Johnny andarsene via.

Songs my brothers taught me: la recensione del primo film di Chloé Zhao

E i momenti più intensi sono proprio quelli che riguardano i confronti tra questi due fratelli, i momenti in cui i rispettivi punti di vista non possono che entrare in conflitto. Il loro rapporto è fatto di amore e affetto reciproco e i momenti che li riguardano sono pieni di tenerezza. Merito è anche del modo in cui Chloé Zhao dirige gli attori, la cui recitazione è sempre naturalistica, spontanea: la macchina da presa non è che una presenza estranea che segue fluidamente i personaggi e ascolta le loro parole. La fluidità della regia si accompagna però ad un montaggio evidente e mai celato, scelta che comunque è coerente con l’impianto documentaristico, per la volontà di spezzettare l’azione e raccontarci nel dettaglio i vari aspetti che la caratterizzano.

A sua volta anche la narrazione si mostra fluida articolata, secondo pochi ma significativi snodi che conducono fino al finale. E qui il film si perde un po’ nel voler esplicitare quanto lasciato fra le righe fino a quel momento, con un montaggio di immagini accompagnate dalla voce narrante del protagonista che dice troppo e senza quella naturalezza di cui il film si era fatto padrone. È un momento che stona con lo stile che Chloé Zhao ha mantenuto per tutto il corso del film. Questo film di individui accomunati dal vivere nella stessa comunità si conclude con l’affermazione di questa appartenenza, da cui la fuga appare impossibile se non tagliando ogni possibile legame con quella terra.

Lo stile personale di Chloé Zhao sembra ora al centro dell’attenzione di tutti, con Nomadland, che la sera del 25 aprile concorrerà per l’ambita statuetta. Il prossimo progetto della regista cinese è invece Gli eterni, film del Marvel Cinematic Universe, che dovrebbe uscire quest’anno. È difficile immaginare una regista come Chloé Zhao alle prese con un blockbuster di questa statura, ma proprio l’eccezionalità del progetto rispetto alle sue opere precedenti non può che suscitare grande curiosità.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

Il primo lungometraggio di Chloé Zhao presenta già uno stile molto personale e inconfondibile, a cavallo tra la finzione e il documentario. Un film in cui punti di vista diversi si incontrano e dove i personaggi e l'ambientazione diventano un tutt'uno.
Lorenzo Sascor
Studente di DAMS, amante del cinema in ogni sua forma, dai classici hollywoodiani al neorealismo, dalla Nouvelle vague ai blockbuster contemporanei. Oltre al cinema, amo da sempre leggere e scrivere, perché la vita senza arte è una vita a metà.

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