Questa è la storia di una piccola cosa bella, che come tutte le cose belle, prima si fanno e poi si pensano, esattamente come recita il sottotolo del lungometraggio d’esordio di Kristian Gianfreda, documentarista ed ex-volontario dell’Associazione cattolica Giovanni Paolo XXIII, fondata negli anni ’60 dal mitico Don Oreste Benzi.

Nasce per essere un’opera con cui far conoscere l’azione di coesione sociale che le case-famiglia messe in piedi dall’associazione, realizzano in favore dei più bisognosi, ultimi individui di varie razze, religioni e destini, che si intercettano e riescono a farsi forza reciprocamente per sopravvivere nella società, come fa un vero e proprio nucleo familiare, solo più allargato e più eterogeneo del normale.

Solo cose belle

Una sorta di documentario corale, divenuto poi commedia che in punta di piedi e a cuor leggero, si addentra nel sociale, parafrasandolo, senza per questo schivare il difficile e scomodo condizionamento della complessità reale né scivolare nella moralità buonista; partendo dall’esperienza personale del regista, dai racconti e dalla vita vissuta con molti degli ospiti di queste strutture, ci si concentra sul tema mai facile e mai abbastanza frequentato dell’inclusione e della lotta all’emarginazione, oltre il generico sospetto.

Le case famiglia sono esperienze fondanti e mutevoli agli occhi del regista, spazi luminosi e benedetti che hanno accompagnato la sua vita di assistente volontario per almeno quattro anni, e, che, nel film, assumono una carica ipodermica vitale diventando centro di curiosità e motore endogeno del racconto, e piombano a stravolgere la tradizionale e sonnolenta routine giornaliera di San Giovanni in Marignano, piccola cittadina romagnola, chiusa tra i suoi vicoli e le sue mura di pietra, cocciuta e diffidente verso il nuovo, in allerta rispetto al diverso, abitudinaria, indolente, culla facile di pigri pregiudizi.

Siamo all’alba delle nuove elezioni per il sindaco e la figlia del primo cittadino uscente, Benedetta (Idamaria Recati), da sempre sotto gli occhi di tutti, giudicata in ogni sua espressione identitaria, dalle amiche che frequenta, al trucco che sceglie, dalla prestazione sportiva al modo di pettinare i capelli, incontra l’allegra brigata di Roberto (Marco Brambini) e Diana (Erica Zambelli), con i loro figli Nino, Ciccio (un piccolo e sorridente bambino cinese con gravi difficoltà motorie e linguistiche, adottato dalla coppia), e gli altri compagni Ivana (Caterina Gramaglia), una prostituta in fuga dal suo sfruttatore, con la figlia neonata Camila, Marco un uomo-bambino che colleziona giornali e fa barchette di carta, Chukwu (Aaron T. Maccarthy), un profugo nigeriano la cui moglie incinta è rimasta in Africa e Kevin (Luigi Navarra), ex ladro, coetaneo di Benedetta, un po’ sbandato, un po’ no, condannato da un passato di errori, in cerca di accettazione, calore ed una riscatto completo che stenta a conquistare.

Questa variegata micro-comunità invade lo storico palazzo Corsini della cittadina, lasciato in eredità all’associazione di Don Benzi, edificio che nei progetti del padre di Benedetta doveva diventare hotel di lusso così da rilanciare l’economia del paese e accontentare i suoi sostenitori politici poco accondiscendenti a chi opponga loro un rifiuto.

Solo cose belle

Difficile far combaciare gli ambiziosi piani di famiglia, quando l’unica figlia del sindaco si schiera dalla parte di “quelli che devono essere cacciati”, sedotta da un modo di vivere differente, da un’accoglienza che non ha forma, né colore, né preconcetto, da un sentimento improvviso e profondo che sente nascere per Kevin.

Così due mondi apparentemente inconciliabili ed improbabili collidono con felicità e difficoltà, svelando il meglio ed il peggio di se stessi, dimostrando quanto sia più ricca, vera, preziosa e stratificata la realtà rispetto ad un titolo di giornale o ad uno slogan politico.

Con un budget ristretto, una troupe limitata, un gruppo di lavoro via via sempre più nutrito ed entusiasta, forte di una commistione tra attori professionisti, esordienti assoluti (come i due interessanti giovani protagonisti Benedetta-Idamaria e Kevin-Luigi), alcuni dei quali provenienti proprio dai contesti di case-famiglie con alle spalle disabilità reali, storie di immigrazione, violenza, droghe o emarginazione, prende forma questa piccola favola-exemplum, di piccole ma autentiche pretese, che trascina spontaneamente, carbura mentre si fa, cresce in trama e recitazione, come un vecchio diesel genuino, capace di lasciare traccia di sé, anche se fuori produzione.

Solo cose belle

L’intento di scardinare la superficiale opinione che accostarsi ad una casa-famiglia equivalga ad entrare in contatto con tristezza e depressione viene qui ampiamente realizzato: luce, gioia, un’apparente facilità di vita sembra scorrere tra le mura del palazzo che ospita la brigata eterogenea, coesa e scompaginata insieme, fatta di alleanze, promesse, uscite ed entrate, croniche e fedeli, con cui si disegna una socialità alternativa, non basata sul compromesso, ma su un’interdipendenza necessaria, leale e, a guardare il comportamento sempre più aperto e partecipe di Benedetta, magnetica.

Solo cose belle

Il racconto si dipana semplice e miracoloso, tra gioia, malinconia, un sorriso di fondo, pur nelle sconfitte piccole o grandi del quotidiano ed una complicità con la vita, con cui sembra sempre riconciliarsi, indipendentemente da quanti ostacoli essa opponga.

Senza l’aura di capolavoro, nel modo più onesto possibile, Solo cose belle ribadisce, in un paese spesso senza memoria, che gli altri siamo anche noi, soprattutto se ci sono conflitti e problematiche di mezzo: non sono accidenti manipolabili, non sono la prima cosa utile sacrificabile, non sono le mosche bianche da trasformare in capri espiatori, non sono solo voti nelle urne, non sono nemmeno quel profluvio di forza e bontà come sembrano suggerire le pulsioni adolescenziali di Benedetta.

Lo sviluppo di certa diversità e le conseguenze positive che essa comporta ricordano la piacevolezza ed il buon umore del più recente Viaggio verso un sogno, in cui era la sindrome di down ad impattare, trasformando l’universo del protagonista e redimendolo.

Qui non c’è assoluzione, c’è una possibilità, un inizio, l’accoglimento della differenza, che in quanto tale arricchisce sempre il dominio del noto e il superamento della colpevole scomodità e della distanza causate da una lingua straniera, un fisico disarmonico, un abito particolare, un accento non corretto, un colore della pelle. Bello ritrovarsi dalla parte di chi sbaglia, almeno una volta nella vita: l’errore è solo un altro colore della medesima sponda.

Voto Autore: 3 out of 5 stars

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