Dopo il discutibile Sherlock Holmes rappresentato nella pellicola dedicata alla sorella Enola, abbiamo sentito il bisogno fisiologico di tornare al passato. Riaffermare, cioè, l’immagine del detective britannico cui Guy Ritchie diede vita nel 2009, tramite l’interpretazione dell’inossidabile Robert Downey Jr.

Il risultato fu l’effettivo ingresso nel ventunesimo secolo della creatura di Arthur Conan Doyle, seguito l’anno successivo dalla spettacolare serie televisiva guidata dal talento di Benedict Cumberbatch. Entrambi i capitoli rappresentarono uno schiaffo al mondo antiquato e grigio scuro che da sempre circondava il personaggio. In poche parole, una metamorfosi, che però, a dispetto di tutto, risultò naturale come se fosse esistita da sempre.

Sherlock Holmes e il suo collega, John Watson, sono a un passo dal catturare il perfido e sfuggente Lord Blackwood. L’uomo, coperto da un manto di spettrale eresia, è in procinto di sacrificare una giovane donna, tramite un rito i cui elementi appaiono ancora senza spiegazione. L’intervento tempestivo dei due interrompe il supplizio e causa la fine, quantomeno apparente, del leggendario nemico.

Il tempo scorre veloce, ma non abbastanza. Passano solo pochi mesi, ma sembrano anni. Lo Sherlock che ritroviamo versa in uno stato pietoso. Progetta congegni strampalati in una stanza buia. Beve, fuma e mangia malissimo. Watson, ligio ed operoso come sempre, non ne può più. Ma il mondo, per Sherlock, sembra non avere più nulla. I casi lo annoiano. Sono troppo semplici, e banali. Servirebbe qualcosa di davvero insolito. E in un assolato giorno di novembre, quando il detective sembra sull’orlo di una scrosciante follia, l’ispirazione arriva.

Lord Blackwood, ormai condannato, sta per essere giustiziato. L’esecuzione avverrà in presenza dei due uomini che l’hanno catturato. L’uomo viene issato sul patibolo. Con lo sguardo fiero osserva la corda che gli stringe il collo. Attorno a lui soltanto mani che disegnano croci. La morte non è che l’inizio, declama. Poi va giù. Watson gli tasta il polso. Controlla l’orologio. Annuisce in silenzio. È fatta. Lord Blackwood è finalmente morto. Le sue ultime parole, però, continuano a ronzare nella testa di Sherlock. La morte non è che l’inizio. L’oscuro mago sorride. Basta poco per capire che questa frase sta per trasformarsi in verità.

Sherlock Holmes rappresenta un piccolo trionfo di leggerezza e coinvolgimento. Fin dai primi istanti, scanditi dal tono allegro e cadenzato della colonna sonora, avvertiamo un senso di profonda immersione. I pensieri del detective sono rapidi, come flussi, e contagiano presto. Assistiamo alle sue proiezioni mentali, ai suoi scambi pieni di ritmo e di ironia, alle sue piccole follie che impiegano poco per diventare anche nostre.

L’opera gioca spesso con lo spettatore, lo inganna, per poi svelargli sotto il naso la curiosa verità. I momenti morti, tranne qualche rarissimo caso, scompaiono in favore di una dance macabre che comincia con l’inizio e finisce con la fine.

Robert Downey Jr. dà vita ad uno Sherlock zampillante, istrionico e perennemente in bilico. I suoi dialoghi con Watson rasentano la perfezione, soprattutto, e questo per una volta va sottolineato, nella versione italiana. Dite addio alle meditazioni pacifiche e silenziose che caratterizzavano i precedenti interpreti.

Qui Sherlock non sta fermo un minuto, corre mentre ragiona e combatte mentre pensa. Un ritratto moderno, insomma, eppure perfettamente calzante. In questo senso, più che di una semplice reinterpretazione, possiamo intendere il lavoro di Downey Jr. come una naturalissima e spettacolare evoluzione. Di pari passo anche il ruolo di Jude Law, che ricaccia indietro i fantasmi di un Watson grassoccio e poco incline all’azione. Il medico proposto dalla pellicola di Ritchie mantiene i tratti salienti del personaggio originario, addizionando però alla formula un atteggiamento molto più incalzante e distruttivo.

In sostanza, scrutando le immagini di Watson ed Holmes, sembra quasi di osservare un protagonista solo, fuso assieme in una sorta di ritratto stroboscopico che mostra all’occhio ogni suo piccolo dettaglio.

Non da meno anche le protagoniste femminili. Da un lato abbiamo Mary, la promessa sposa del dottor Watson. Protettiva, coscienziosa ed elegante, la donna inizialmente sembra poco propensa ad interfacciarsi con la trama. Col tempo però il suo ruolo crescerà sino a divenire centrale.

Dall’altra parte abbiamo Irene Adler, estrapolata con le pinze dal piccolo racconto in cui viene disegnata, e posta sul piedistallo accanto ad uno Sherlock invaghito di lei. Il suo personaggio funge da elemento di rottura, donando un po’ di varietà. Irene sarà infatti l’unica a suscitare nel detective reazioni che gli altri nemmeno possono immaginare. Apprezzabile anche il compito svolto da Mark Strong. Il suo Lord Blackwood è un personaggio sinceramente inquietante. Il pregio principale risiede con tutta probabilità nell’espressione facciale, sempre gelida e sardonica, ma accompagnata da uno sguardo appuntito che la regia intelligente non manca di sottolineare.

Per tutti gli appassionati di Conan Doyle, sappiate che il nemico storico di Sherlock, il professor Moriarty, non è stato dimenticato, anzi. Da questo punto di vista, però, l’opera di Ritchie assomiglia molto al modo in cui Nolan tratta Joker in Batman Begins. Di più non abbiamo intenzione di aggiungere.

Plauso finale anche per l’ambientazione. La Londra che ci apparirà davanti sarà sempre suggestiva. Pavimenti sporchi, uomini logori e vestiti neri. Sullo sfondo, grandi opere in continua costruzione. La sensazione è quella di una metropoli ambigua in piena seconda rivoluzione industriale. Ed è magnifica.

Anche le musiche svolgono un compito eccellente, ma dal maestro Hans Zimmer era difficile aspettarsi qualcosa di diverso. A sorprendere, però, è la capacità della pellicola di accompagnare le scene tramite un ritmo irresistibile, anche grazie a pezzi di composizione non originale. Ne è un esempio la splendida The Rocky Road to Dublin che affresca la scena in cui Sherlock combatte agli inizi del film.

Sherlock Holmes è un lavoro eccezionale, che pur senza mai prendersi sul serio riesce ad imbastire una storia ricca, sfaccettata e sempre interessante. La coppia perfetta incarnata dai due protagonisti, personaggi secondari che di secondario hanno ben poco, ed un rivale che pur senza rubare la scena, cattura una fetta consistente di pubblico. La scelta tra Robert Downey Jr. e Benedict Cumberbatch è un’ardua sentenza che preferiamo lasciare ai posteri.

Quello che possiamo ammettere, però, è che l’opera di Guy Ritchie ha colto appieno l’essenza storica del personaggio. Un personaggio che, è bene ricordarlo, è nato quasi centocinquanta anni fa. Sottolineare questo aspetto è fondamentale. Perché noi, di vecchietti capaci di sembrare così giovani, ne conosciamo davvero pochissimi.

Voto Autore: 4 out of 5 stars

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