Se dovessimo indicare un personaggio di cui avremmo fatto volentieri a meno, la scelta ricadrebbe senz’altro su Enola Holmes. Brillante, come il fratello Sherlock. Intrigante, come il fratello Sherlock. Astuta, come il fratello Sherlock. E infine particolare, come chi? Beh, sì. Sempre come il fratello Sherlock. In sostanza, qual è l’unico elemento che differenzia la giovane Enola dalla leggendaria creatura di Arthur Conan Doyle? Semplice: l’essere donna. E seguendo la logica del politically correct che più o meno da dieci anni sta sodomizzando il mondo, di motivazioni non ne servono altre.

Dopo una lunga serie di romanzi per ragazzi, l’eroina dipinta da Nancy Springer giunge sul grande schermo sotto l’egida di Netflix. Vediamo com’è andata.

Enola è una ragazza sola. È il suo stesso nome a rivelarlo. Basta leggerlo al contrario. Il risultato sarà alone. La madre Eudoria, la stessa donna che ha messo al mondo Sherlock e Mycroft Holmes, l’ha accudita in modo da renderla capace di affrontare qualunque cosa. Sono serviti anni di addestramenti, talvolta mascherati, talvolta palesi. Anni di studio intenso, di letteratura e giochi di logica.

Il risultato è che Enola, a sedici anni, supera in scioltezza qualunque sua coetanea, ma non solo. La sua intelligenza le permette, in qualche caso, di competere persino con i suoi brillanti fratelli maggiori. Tutto questo potrebbe andare avanti all’infinto, finché Eudoria, per motivi non meglio specificati, decide di sparire, lasciando dietro di sé uno stuolo di indizi che soltanto la figlioletta saprà capire.

È qui che l’opera comincia. Assisteremo alla piccola grande ricerca che la protagonista dovrà intraprendere. Al suo burrascoso e divertente rapporto con il giovane Lord Tewkesbury e ai suoi disperati tentativi di sfuggire alla tutela del glaciale e prepotente fratello Mycroft. Sullo sfondo, un’Inghilterra politicamente infuocata. Al centro del dibattito, oltreché della trama, la controversa vicenda del suffragio universale maschile, primo passo verso l’unificazione totale del voto che sarà poi di molto posteriore.

La questione spacca il paese. Da una parte i tradizionalisti, dall’altra i progressisti. E pur insinuandosi in maniera lieve all’interno della pellicola, questa contrapposizione diventerà pian piano sempre più importante, condizionando in maniera irreversibile il prosieguo della storia.

Enola Holmes è nel suo complesso un prodotto godibile, nonostante le oltre due ore di durata, ed una fase centrale lenta come una statua. Il prologo parte spedito, mostrando in sequenza tutti i progressi della giovane eroina, intersecati con un presente che appare rapido e immediato. La ricerca iniziale, unita al timore di un destino triste e sconsolato, ci avvicina ad Enola, suscitando empatia. In questo, gioca a favore anche l’ottima interpretazione di Millie Bobby Brown, ormai maturata appieno rispetto ai primi scampoli di Stranger Things.

Il personaggio di Enola Holmes calza sulla giovane attrice come un vestito confezionato al dettaglio. Vale la pena sottolinearlo, questo aspetto, poiché il resto del cast, al netto dell’impegno profuso, risulta invece tutt’altro che azzeccato.

Henry Cavill aveva davanti la prova più complessa. Impersonare l’ineffabile e celeberrimo Sherlock Holmes, sulla cui testa pendeva da un lato l’interpretazione tenebrosa e visionaria di Benedict Cumberbatch, e dall’altro quella irriverente e scanzonata di Robert Downey Jr. Inutile girarci attorno. Nonostante la grande prova di volontà, il lavoro svolto da Cavill risulta insufficiente. Il suo volto, perfetto per il granitico Uomo d’Acciaio, o per il gelido Geralt di Rivia, si dimostra totalmente inadeguato per il personaggio partorito da Conan Doyle.

Discorso opposto per Sam Claflin, che rende benissimo il Mycroft autoritario e manipolatore voluto dalla produzione. Peccato che questa versione del fratello maggiore sia più falsa dei soldi del Monopoli. Osservando in filigrana la sua controparte letteraria, non troverete nulla in comune col personaggio originario, intelligentissimo si, ma soprattutto pigro, svogliato e spiritoso. Su Lord Tewkesbury, semplicemente, sorvoliamo. Non avremmo davvero nulla da scrivere.

Bisogna menzionare, infine, anche le altre due presenze femminili. La madre Eudoria è un’entità evanescente e volubile. Le sue motivazioni sono oscure, le sue azioni appaiono contraddittorie, e persino il suo ruolo all’interno della storia risulta pieno di incongruenze narrative.

Di tutt’altra inclinazione è invece il personaggio di Fiona Shaw. Eppure, anche qui l’esito è purtroppo deludente. La sua Miss Harrison è un’educatrice severa e implacabile, piatta per il 90% del tempo e stucchevole per il restante 10. Il suo inserimento assolve soltanto ad uno scopo, ovvero quello di drammatizzare al massimo il ruolo subalterno e sottomesso cui le donne erano costrette all’epoca. Un parallelo passato-presente dal sapore grezzo che stanca presto e annoia alquanto.

L’opera in sé, come detto in precedenza, risulta piacevole. Belli gli scenari londinesi, intessuti di frenetica e brulicante vita cittadina. Apprezzabili anche, per contrasto, quelli campagnoli. Carini i costumi. Assolutamente promossa la colonna sonora. I motivetti allegri e cadenzati di Daniel Pemberton saranno in grado di coinvolgere a tratti più della trama stessa. A non convincere è invece lo sfondamento della quarta parete che Enola persegue per tutta la pellicola. Conversare con il pubblico ogni tanto risulta divertente. Ma dire più parole alla telecamera che ai personaggi di contorno, dopo un po’, diventa stantio.

Al di sotto della soglia, anche lo svolgimento della trama. La sceneggiatura imbastita dai produttori presenta buchi talvolta imbarazzanti, oltre ad una lunga serie di momenti che di senso ne hanno veramente poco. Eppure, nonostante ciò, il lungometraggio scorre fino alla fine. Vi annoierete spesso, ma l’istinto di spegnere o passare ad altro, di fatto non arriverà mai.

Enola Holmes è un prodotto controverso. La qualità intrinseca dell’opera cozza con una serie di inserimenti forzati e tirati fino a lambire il ridicolo. Invece di veicolare in maniera intelligente un messaggio giusto e palese, l’opera cade in una trappola retorica grossa come l’immenso. Suffragette agguerrite, scuole per signorine che sembrano lager, discorsi mediocri presi a piene mani dai rotocalchi. Ogni elemento stride fino al paradosso, e poi evapora. Vanno bene le rivisitazioni, ma vedere i personaggi di Arthur Conan Doyle annegare in questo oceano di banali anacronismi non sarà facile. Proprio per nulla.

La giovane eroina creata dalla Springer è simpatica, curiosa e interessante. Avrebbe funzionato anche come personaggio a sé stante, magari svincolata dal contesto fittizio appioppatole dalla pellicola. Perché alla fine, è proprio in questo che risiede il difetto principale di Enola Holmes. Il non essere riuscita a risolvere quello che forse è il mistero più grande di tutti: la sua esistenza.

Voto Autore: 2.5 out of 5 stars

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *