Può una manciata di minuti di screenplay lasciare così tanto il segno? La risposta è assolutamente sì. Reflect ha a che fare con la filosofia del corpo, una materia assai ostica che appare impossibile da condensare in un corto cinematografico. Reflect non sembra neanche un corto: più breve di un video di Tik Tok e privo di qualsiasi tipo di dialogo è, nonostante tutto, un ottimo prodotto da far vedere a grandi e piccini.
Il corto è inserito in una raccolta uscita di recente su Disney Plus. Corto circuito, questo il nome se voleste visionarlo, prova a scandagliare l’animo umano in una maniera assolutamente sperimentale. Da un punto di vista tecnico è commovente come Disney stessa provi sempre a superarsi e a trovare novità, tanto nella forma, quanto nella sostanza. Per capire lo sperimentalismo insito nel programma è bene citare un altro corto disponibile nel fold. Si tratta di Attraversamento pedonale, girato addirittura in slow motion.
E tra i tanti, quello che colpisce di più, è senza dubbio Reflect; una storia di sport, danza e insicurezze personali (il tutto presentato con una semplicità disarmante ma che colpisce e lascia storditi). La Marvel dovrebbe prenderne esempio.

Reflect – La Trama
Reflect salta subito all’occhio, così come i difetti della protagonista risultano palesi a ella stessa. Hillary Bradfield, direttrice di questo piccolo gioiellino interviene all’inizio per presentare una vera e propria dichiarazione d’intenti. Lei stessa soffre di disturbo del dismorfismo corporeo, una patologia psicologica di cui probabilmente si sa ancora poco (soprattutto in termini di diffusione sociale).
La Bradfield annuncia di percepire i suoi difetti come non sormontabili, evidenti e, nel momento in cui si trova a contatto con altre persone, emerge la sua volontà di nasconderli, pena una sostanziale mancanza di contatto con la realtà che non le permette di vivere serenamente, anzi, di non vivere proprio.
Anche la protagonista di Reflect incarna questo tipo di disagio: intenta a provare un passo di danza sta avvicinandosi alla sbarra (luogo di ritrovo di tutte le ballerine in una sala) ma, nell’esatto istante in cui arrivano le sue compagne, il balletto si ferma e la ragazza si incupisce. Non riesce a sopperire alla vergogna che prova e per un attimo pensa di fermarsi.
Trovata la forza giusta, in un’entità temporale sospesa a metà tra sogno e realtà, vediamo la stessa riprendere a danzare e, quasi si trovasse nella dimensione specchio di Doctor Strange, si alternano momenti di gioia e dolore: nel momento in cui si ferma dal ballare, gli specchi intorno diventano scuri e anche la ballerina stessa si ingrigisce in volto. Al contrario, quando accenna passi di danza, il contorno diventa viola fucsia (che contrasta fortissimamente l’oscurità prima annunciata).
In questo alternarsi di sconforto e coraggio, di forza e debolezza, di rinuncia e ripresa, si compie l’epopea di questa mini-eroina che supera la sua difficoltà e si concentra su ciò che ama di più in assoluto.

Il Body Shaming e le consuete polemiche
Può una manciata di minuti sollevare anche un corpus di polemiche notevole? Anche qui la risposta è di carattere affermativo. Reflect non tratta solo di dismorfismo corporeo, bensì di uno dei mali principali che affliggono la società moderna: si parla di Body Shaming. Al di là della delicatezza della regia, occorre segnalare il chiacchiericcio che il corto Disney ha portato dietro di sé. Non verrà quindi proposta tanto un’analisi di contenuti, ma una considerazione su quanto le voci intorno al prodotto siano condivisibili o meno.
Il body shaming, innanzitutto, è un orrore che dal medioevo, o forse anche prima, ci si porta appresso e la chiave ultima per sconfiggerlo è stata individuata nella body positivity. Non curarsi degli altri, prendere atto di una propria condizione fisico-psicologica è la strategia da molti adoperata per sopperire alla mancata accettazione sociale (oltre che personale).
Reflect insegna questo ma, se da un lato si applaude alla sensibilità dei produttori, dall’altro si vuole soltanto compiere un passo in più e superare l’empasse che storie del genere imporrebbero. Sono solo le critiche costruttive a essere accolte, pertanto le polemiche sono parzialmente lasciate da parte, nella misura in cui insulti insulsi non interessano.
Uno zoccolo duro di spettatori fa notare che la messa in opera della lotta al dismorfismo, di cui Reflect è corollario, è permeata da un approccio generalmente inteso come passivo. La body positivity sembra talvolta uno specchietto per le allodole o, ancora meglio, un escamotage mediatico che serve solo a sé stesso per prendere forma a livello di mercato.
Manca probabilmente fare quel passo in avanti che, culturalmente parlando, avrebbe a che fare da un lato con lo slancio educativo di tutelare queste persone che soffrono di dette patologie e dall’altro invece con la scelta proattiva di spronarle a dare di più. La body positivity tende a eliminare una parte fondamentale del discorso per appiattire tutto sulle orme dell’estetica: il fattore salute non sembra molto cavalcato.
Va bene accettare sé stessi, giusto (neanche a dirlo) ostracizzare chi insulta e non mostra sensibilità, ma il prossimo passo da fare sembra essere quello di insegnare a chi soffre di mancata accettazione della propria sfera psico-fisica a prendersi cura del proprio corpo e della propria mente per puntare a quella versione migliore di sé che tanto si agogna.
Un approccio troppo comprensivo e remissivo rischia di essere controproducente; pertanto, i detrattori della body positivity paventano l’avvento di un movimento meno assertivo e più stimolante: della serie, poche chiacchiere e più azione.
Reflect non deve essere inteso come l’unico prodotto a occuparsi di ciò ma comunque la visibilità consegnata alla Disney ha un tenore nettamente diverso rispetto ad altre piattaforme o realtà audio-visive. Critiche costruttive possono portare la body positivity al prossimo livello: uno stadio non di accettazione passiva ma di miglioramento attivo. Parte tutto solo e soltanto dalla testa.

