Rapina a Mano Armata (1956), titolo italiano di The Killing, è il terzo film di Stanley Kubrick. Il suo primo capolavoro (dopo due prime opere acerbe, ma ancora indipendenti) capace di dialogare, forse, più col cinema del futuro che con i suoi contemporanei.
Tratto dal romanzo Clean Break di Lionel White, Kubrick scelse questa fonte non per il plot, ma per la sua struttura fatta di rimandi, di flashback e di ripetizioni. Tutti elementi tanto cari al cinema contemporaneo, che gioca col montaggio e col tempo; e che in questa pellicola del ’56 ha inevitabilmente trovato terreno fertile da cui attingere.
Ma in Rapina a Mano Armata la forma “a puzzle” che si incastra perfettamente fino all’ultima inquadratura non è un semplice vezzo artistico o il tentativo, da parte di un regista, di restituire su pellicola una struttura narrativa intrigante. Ma è, in ultima analisi, uno dei primi passi con i quali Kubrick utilizza i mezzi cinematografici per riflettere sulla natura del cinema stesso.

Rapina a Mano Armata – Trama
Johnny Clay (Sterling Hayden) è un criminale uscito da poco di galera che pianifica una rapina alle casse di un ippodromo. Assieme a lui, un manipolo di non-criminali: il cassiere (Elisha Cook Jr.) e il barista (Joe Sawyer) dell’ippodromo, un pensionato (Jay C. Flippen) e un poliziotto corrotto (Ted de Corsia). In aggiunta, senza che però sapessero nulla del piano, un cecchino (Timothy Carrey) e un wrestler (Kola Kwariani).
Il cassiere, però, non riesce a tenere la bocca chiusa e spiffera tutto alla moglie Sherry (Marie Windsor), che lo disprezza e lo soggioga psicologicamente. Da materialista quale è, tenterà di fregare il marito raccontando della rapina al suo amante (Vince Edwards), cercando un modo per potersene approfittare.
Il film si concentra sulla meticolosa pianificazione del colpo, fino al giorno decisivo; il tutto scandito da una voce narrante che sembra quasi “dettare il tempo” dell’azione. La pellicola, comunque, non sacrifica l’approfondimento psicologico dei personaggi, che anzi risulta uno dei nodi centrali del film. Il “contorno” della rapina (la storia che c’è dietro i vari protagonisti) è centrale quanto la rapina stessa, perché interagirà con essa in maniera decisiva.

Rapina a Mano Armata – Recensione
Recensire un film che quest’anno compie settant’anni significa, innanzitutto, scegliere una chiave di lettura. L’opinione critica è ormai già consolidata, e a meno di citare la recensione del buon vecchio Godard, che trovò il film interessante ma nulla più (considerava la trama poco originale e lo stile di regia troppo simile a quello di Max Ophulus); è ormai assodato che si tratti di uno dei migliori noir della storia del cinema e, come da titolo, il primo degli innumerevoli capolavori del maestro.
Se però assumiamo che ogni film di Kubrick sia, tra le altre cose, una profonda riflessione sulla natura del cinema attraverso i mezzi del cinema stesso; Rapina a Mano Armata può essere uno degli esempi chiave della sua visione artistica. Il regista passato alla storia come “il perfezionista” per eccellenza ci consegna un’opera che fa della perfezione matematica la sua anima: la rapina è pianificata al millimetro; si può essere due minuti in anticipo ma non dieci secondi in ritardo (come ritiene il poliziotto). Ogni pezzo del puzzle deve incastrarsi alla perfezione, pena il perdere due milioni di dollari.
Ma Kubrick, e questo va troppo spesso ribadito, non è il perfezionista che si crede. Quantomeno, non nel senso immediato del termine. La perfezione geometrica delle sue inquadrature non va confusa con un’aderenza alla realtà che Kubrick ha sempre rifiutato. Il cinema, nel maestro, non è la riproposizione del reale. Il ‘700 di Barry Lyndon non è il ‘700 “reale”, ma non ha mai voluto esserlo. Kubrick non ricerca aderenza, perché il cinema restituisce allo spettatore un ideale: la “fotografia della fotografia della realtà”, come confessò una volta a Jack Nicholson.

Il tentativo di raggiungere la perfezione
Il “teatro” degli eventi della pellicola è un ippodromo, e una delle primissime inquadrature del film è quella di un fantino in groppa ad un cavallo che gareggia. Il dialogo con il cinema inteso come “immagine in movimento” è evidente. Una delle prime sperimentazioni visive, proto-cinematografiche, fu proprio una serie di immagini messe in successione di un fantino su un cavallo al galoppo: Sallie Gardner at a Gallop. L’esperimento fu fatto dal fotografo Eadweard Muybridge nel 1878, commissionato da Leland Stanford, per scoprire se un cavallo in corsa sollevasse, almeno per una frazione di secondo, tutte e quattro le zampe.
Non va dimenticato mai che Kubrick nasce come fotografo. Il manipolatore di immagini per eccellenza, capace di restituire una meravigliosa illusione ritraendo una porzione di realtà che altrimenti rimarrebbe insignificante. Kubrick gioca con le immagini, ragiona sulla loro essenza. L’immagine cinematografica è l’inevitabile “scelta” da parte del suo autore. Non può preoccuparsi di raccogliere tutto il rappresentabile ma anzi; l’autore deve essere abile a cogliere l’inquadratura perfetta per quella determinata situazione. Il cinema, in qualsiasi caso, è un punto di vista.
E cos’è Rapina a Mano Armata se non il racconto di “più” punti di vista? Col suo terzo film Kubrick riflette sul relativismo dell’immagine cercando di portare una costruzione narrativa, invece, il più “oggettiva” possibile. La rapina non è ripresa da un solo punto di vista, ma da tutti quelli coinvolti. La forma che dialoga col contenuto. “Ciò di cui” parla il film è un colpo “perfetto”. E l’immagine filmica cerca a sua volta di raggiungere la perfezione abbandonando il relativismo, sganciandosi dal “punto di vista” abbracciando, invece, la totalità.

Un film che sprofonda nel caos
Ma il colpo da maestro di Kubrick non è ancora arrivato. Come abbiamo anticipato, Kubrick è famoso per la ricerca della perfezione; ma la perfezione non è l’aderenza alla realtà. Quantomeno non per lui. Il racconto e l’immagine non riescono, nonostante gli sforzi, a tener conto di tutto. Il reale, nonostante tutto, eccede. La perfezione del piano non può tener conto dell’imprevedibilità del caso, e nemmeno della fragile natura umana. L’immagine, a sua volta, non riesce ad abbracciare tutto il rappresentabile. Il fuori campo diventa, nonostante l’intento oggettivo iniziale, protagonista.
Rapina a Mano Armata, da manifesto del noir “perfetto” che non lascia nulla al caso, diventa il manifesto del caos; e guardando alla filmografia successiva del suo autore; il tutto è perfettamente coerente. Tornando all’idea di cinema kubrickiana di “fotografia della fotografia della realtà”, Rapina a Mano Armata ne rappresenta il primo tassello. Forse non è ancora pienamente compiuta; ma ha in nuce già diversi elementi. Proprio nella riflessione che fa sull’immagine, che arriva sempre dopo ed è sempre parziale.
Rapina a Mano Armata, proprio per i motivi che abbiamo detto, non è un film su una rapina (o su un omicidio, se dovessimo seguire il titolo originale, The Killing). È un film su come “si crede” che sia una rapina. Su questa vertigine teorica, Kubrick si inserisce con la sua perfezione. La pianificazione, il possibile esito, gli intrighi amorosi. Tutto meticolosamente tenuto insieme come grande apparato dichiaratamente artistico, e dunque fittizio.

La grandezza di Rapina a Mano Armata
Ma al di là del peso specifico che la pellicola ha all’interno della carriera del regista (che può essere valutato solo col senno di poi), all’epoca il film non ebbe una grande eco; quantomeno non tra il grande pubblico. Ciò che importava, però, era che qualcuno che contasse lo vedesse. Così fu: il produttore della MGM rimase colpito dal film e offrì a Kubrick di girare Orizzonti di Gloria con Kirk Douglas. Di lì, la sua ascesa.
Ciò che colpì, ovviamente, fu la grande maestria tecnico-artistica. Già nei suoi film precedenti (Paura e Desiderio e Il Bacio dell’Assassino), nonostante tutti i loro limiti, si percepiva la forte impronta di un bravo regista.
La ricercatezza delle inquadrature; il cambio di registro da una scena dai tratti melò a una scena più tesa. Kubrick si impose sul direttore della fotografia stesso (Lucien Ballard) per far valere le sue idee estetiche, riuscendoci. Ma al di là di questo, ciò che colpì la critica e gli addetti ai lavori fu proprio la varietà di punti di vista su un singolo evento. Il Time lo paragonò, proprio in riferimento a ciò, a Quarto Potere per potenza ed inventiva.
Ma il film, prima di tutto, riesce a catturare l’attenzione dello spettatore. Tutti questi artifici estetici riescono a rendere la storia raccontata estremamente interessante. Il puzzle che si compone scena dopo scena ha tutti gli elementi per mantenere alta la tensione. Sia durante le scene della rapina, dove si temerà per le sorti del colpo visto il monito iniziale (tutto deve andare alla perfezione); sia durante le scene di approfondimento delle vite private dei protagonisti. Empatizzeremo (o non empatizzeremo) con loro.

Un’eredità monumentale
Ad oggi, possiamo dire che Rapina a Mano Armata è stata una delle pellicole chiave della storia del cinema. La trilogia “gangster” di Tarantino è dichiaratamente debitrice del film di Kubrick, col caso eclatante di Jackie Brown che cita dichiaratamente la scena del “colpo” ripreso più volte da punti di vista differenti. Lo stesso Nolan riprende uno dei particolari del film (la maschera da clown del protagonista mentre svuota la cassaforte) e lo inserisce nella prima scena de Il Cavaliere Oscuro. Ma in generale, la sua struttura così atipica per l’epoca che ora ritorna in maniera prepotente in tutti i registi contemporanei (come gli stessi Nolan e Tarantino) che giocano col tempo e col montaggio.
Ma è stata fondamentale, come abbiamo visto, per Kubrick stesso. Senza la profonda riflessione che Rapina a Mano Armata fa sul “dispositivo” cinema non avremmo avuto, poi, il carrello tra le trincee di Orizzonti di Gloria. Non avremmo avuto il de-zoom di Arancia Meccanica, o il particolare sul piede in Lolita. Non ci sarebbe stato, senza quella estrema libertà che il giovane regista americano si prese nel ’56, il “cut” tra l’osso e l’astronave in 2001 o la cavalcata atomica ne Il Dottor Stranamore. Il “fuck” finale di Eyes Whide Shut o lo sguardo demoniaco di Vincent D’Onofrio in Full Metal Jacket. La steadycam in Shining o le candele in Barry Lyndon.

Rapina a Mano Armata – Conclusione
Che fosse un capolavoro non è mai stato tema di discussione. Ciò che stupisce, però, è proprio come possa riuscire a generale ancora fiumi di parole grazie alla sua struttura articolata, alla classe delle sue immagini e alla tensione che riesce a trasmettere. Rapina a Mano Armata può essere ancora oggi, dopo settant’anni, una lezione di cinema per i giovani cineasti. E allo stesso tempo, può restituire ancora terreno fertile, vista la sua importanza teorica, ai giovani critici.
