martedì, 19 Ottobre, 2021

Niente da nascondere – la recensione del film di Michael Haneke

Dopo quindici anni di onorata ma discussa carriera, nel 2005 il regista e autore Michael Haneke porta a compimento il suo ottavo film, Niente da nascondere (Caché in lingua originale), ad oggi reperibile sulla piattaforma streaming Prime Video. Il lungometraggio, un progetto che ha comportato una massiccia co-produzione fra Francia, Austria, Italia e Germania, può vantare una coppia di protagonisti d’eccezione: Daniel Auteuil (N – Io e Napoleone, l’enorme peso della coerenza) nei panni di Georges Laurent e Juliette Binoche (Il mio profilo migliore, Le verità) in veste di sua moglie Anne. Fortemente acclamata dalla critica, la pellicola ha dominato gli European Film Awards vincendo i premi a miglior film, regia, attore protagonista e montaggio, per poi guadagnarsi una posizione d’onore al Festival di Cannes, dove è stata nuovamente premiata la regia.

Niente da nascondere

L’efficace narrazione di Niente da nascondere si muove nell’area di influenza del genere thriller, sfociando in un dramma intriso da un alone di mistero. L’impegnata vita borghese di Georges è occupata dalla sua attività di critico, dal programma televisivo che conduce, dalla vita familiare e dagli amici. La sua routine, così come quella della moglie Anne, sono sconvolte dall’arrivo di alcune videocassette, inviate da un mittente misterioso e anonimo.

Niente da nascondere

Ciò che più turba i coniugi Laurent sta nello scoprire che le videocassette testimonino il loro quotidiano: i due sono stati spiati e filmati nelle loro più semplici azioni abituali, senza che però se ne accorgessero. Questa svolta non solo li renderà fortemente inquieti, ma avrà conseguenze ben più profonde: moglie e marito non riusciranno a frenare i litigi, avendo perso la fiducia reciproca che li legava; il piccolo Pierrot, loro figlio, assumerà rapidamente atteggiamenti ribelli e scostanti e Georges, scosso, consumerà le giornate ripiegandosi sul proprio passato nel tentativo di trovare un colpevole.

Niente da nascondere

Niente da nascondere instaura un impianto tipico del thriller, ricorrendo all’espediente narrativo del whodunit: il focus principale dell’azione sta nel tentativo di comprendere chi stia commettendo il crimine, in questo caso chi stia inviando le videocassette. Ma oltre all’interrogativo pressante, che muove la trama del film, la narrazione è permeata da una forte ambiguità, tale che lo spettatore arrivi a chiedersi se conti realmente individuare il colpevole o se sia più importante la complessità dell’atmosfera, densa di sfumature.

In un primo momento, è facile immaginare che l’ambiente rappresentato sia il veicolo per proporre allo spettatore una velata ma pungente critica alla borghesia, ma i sottotesti di questo film sono nettamente più complessi. In effetti, ciò che realmente il regista vuole esplorare, riuscendoci magistralmente, è il tema del senso di colpa, individuale e collettivo. In quest’ottica, a detta dello stesso Haneke, l’idea di iscrivere la narrazione nel genere thriller è arrivata solo in un secondo momento, motivo per cui il mistero rimane aperto e irrisolto. Quello che perciò ad un occhio ingenuo può apparire un giallo maldestramente portato a termine, nella mente autoriale era solo un mezzo per poter sviluppare l’argomento cui era realmente interessato.

Niente da nascondere

In svariate interviste, Haneke ha dichiarato di voler “giocare con l’idea di una sceneggiatura in cui qualcuno sia costretto a confrontarsi con il senso di colpa scaturito da un’azione commessa durante l’infanzia”. In effetti, è esattamente questa la parabola che segue il personaggio di Georges: al momento in cui si pone il problema delle cassette, il protagonista cerca un colpevole nel suo passato, facendo riaffiorare al contempo questioni irrisolte e sensi di colpa mai espiati. È opportuno però considerare anche come il fil rouge della colpa sia inscindibilmente legato all’ambientazione francese. Non è infatti per caso che il regista ha deciso di sviluppare la sua narrazione in Francia.

Considerando i trascorsi colonialisti storicamente associati alla nazione, nonché gli episodi legati alla sanguinosa e traumatica esperienza della più recente Guerra d’Algeria (1954-1962), le cui conseguenze traspaiono anche nella trama di Niente da nascondere, risulta evidente come il senso di colpa privato di Georges sia legato al senso di colpa collettivo francese. A detta dello stesso Haneke, infatti, non solo il colonialismo influenza il senso di colpa personale del protagonista: il rimorso di Georges è solo un frammento, un riflesso individuale del rimorso collettivo che appesantisce la Francia nella sua totalità. Per questo, secondo il regista, chi dopo aver terminato la visione continua a chiedersi chi sia il colpevole non ha realmente compreso il senso del film. Coloro i quali si preoccupino sull’identità del criminale stanno in realtà evitando di domandarsi come ci si comporti di fronte alle zone torbide della propria coscienza e come si possa riuscire a convivere con le azioni commesse in passato.

Niente da nascondere

Per trasmettere anche allo spettatore la pressione esercitata dal senso di colpa sui protagonisti, Haneke ricorre ad alcuni stilemi registici che ama particolarmente, in primis la staticità della macchina da presa e le lunghissime inquadrature, che poi tornerà a sfruttare nel successivo Amour (2012). La voluta pesantezza data da questo tipo di regia risulta angosciante per lo spettatore, che si immerge in un forte stato di malessere. Il regista rende evidenti tali espedienti sin dal primo minuto di Niente da nascondere. Infatti, già l’inquadratura iniziale immobile sulla strada appare singolare: se in un primo momento al pubblico pare un pacifico idillio urbano fatto di palazzi e macchine ferme, dopo qualche istante la staticità diventa quasi una zavorra nell’animo di chi guarda. Lo spettatore è perso, non sa se sta accadendo qualcosa o dove dovrebbe guardare. Altrettanto accade nell’inquadratura finale: chi guarda si ritrova smarrito, non ha riferimenti. Il campo lungo è volutamente caotico, la regia non indirizza lo sguardo dello spettatore tramite primi piani o dettagli.

Inoltre, come accade in altri film del regista, ci troviamo di fronte ad una pressoché totale assenza di musica. Per il regista questa scelta contribuisce al mantenimento di un realismo puro e crudo, ma indubbiamente rende anche l’atmosfera più spettrale, e perciò inevitabilmente più cupa e angosciante. Tramite questi sapienti stratagemmi registici e narrativi, Haneke sceglie di trasmettere al suo pubblico l’inquietudine determinata dal senso di colpa, non di un solo uomo, ma di un’intera nazione.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

Tramite un magistralmente eseguito thriller con implicazioni nella storia francese, Haneke indaga il tema del senso di colpa trasmettendo al pubblico disagio e malessere. Oltre alle ottime interpretazioni dei protagonisti, la regia stessa, ornata da stilemi cari ad Haneke, concorre a creare un'atmosfera di turbamento e inquietudine.
Eleonora Noto
Laureata in DAMS, sono appassionata di tutte le arti ma del cinema in particolare. Mi piace giocare con le parole e studiare le sceneggiature, ogni tanto provo a scriverle. Impazzisco per le produzioni hollywoodiane di qualsiasi decennio, ma amo anche un buon thriller o il cinema d’autore.

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