N – Io e Napoleone, l’enorme peso della coerenza

Maggio 1814, Isola d’Elba. Martino Papucci è un maestro elementare dagli ideali politici assolutamente radicali, che lo portano ad essere licenziato dalla scuola. Ironia della sorte vuole che il suo più odiato nemico, Napoleone Bonaparte, venga mandato in esilio sull’isola in seguito alla terribile sconfitta di Lipsia. Inoltre l’imperatore richiede uno scrivano per riordinare la propria biblioteca e prendere nota delle perle di saggezza che è solito dire ogni giorno. Viene subito fatto il nome di Martino che accetta l’incarico con l’intento segreto di uccidere Bonaparte. Tuttavia, dopo aver tentato un paio di volte di compiere l’attentato senza successo Martino comincerà a guardare al sovrano con un occhio diverso, in certi casi persino con simpatia e, per così dire, con affetto. Quando però il suo vecchio insegnante, anche lui fervente antinapoleonico, cerca di fare irruzione negli appartamenti del corso per eliminarlo, involontariamente è proprio Martino a segnalarlo alle guardie. Riconosciutolo, si pente amaramente e quando Bonaparte, che aveva garantito la grazia per il vecchio, lo fa fucilare, in Martino ritorna a farsi pressante il desiderio omicida nei confronti del condottiero francese. La sera dell’omicidio però il giovane scopre che Napoleone ha abbandonato l’isola per fare ritorno in Francia. Martino coverà la sua vendetta per i successivi sette anni, dopo aver sposato la serva di casa sua, e, nel 1821 partirà alla volta di Sant’Elena per compiere finalmente la sua missione. Arriverà il 6 maggio!

Napoleone

Il film che Paolo Virzì trae dal romanzo di Ernesto Ferrero, Premio Strega nel 2000, si configura prima di tutto come una lotta intestina tra il pensare e l’agire, che tormenta fin dalle prime scene (con il sogno in cui immagina di sparare a Napoleone) l’animo del protagonista. Martino appare come molto saldo nei suoi principi, ma molto meno nei suoi comportamenti. O meglio, lo spettatore assiste a un climax discendente della coerenza del giovane: all’inizio appare come un uomo di cultura in una famiglia di commercianti, fuori luogo in quel contesto ma in assonanza con il proprio io. Dopodiché accetta di lavorare per la sua nemesi, apparendo a tutti come la quintessenza dell’incoerenza, dato che nessuno conosce davvero il suo intento. Infine si ammorbidisce lui stesso nel giudizio dell’imperatore e di conseguenza cambia registro sia intellettualmente sia nella pratica (alla fine del film lo si vede amministrare in tutto l’attività familiare mentre il fratello, dopo una disavventura in mare, diventa scrittore). Tuttavia l’odio non si sopisce mai del tutto nel personaggio di Martino, e riemerge alla prima scintilla. La coerenza di Martino è messa a dura prova dal fascino indiscutibile del condottiero corso, ma non c’è mai una seduzione totale. Martino, verso Bonaparte, è mosso da compassione e pietà più che da una fascinazione vera e propria. D’altronde lo stesso Napoleone, interpretato dal francese Daniel Auteuil, si diverte a “giocare” con il giovane, avendone intuito la forte ostilità, e annoiato dal fatto di non avere alcuna strategia militare da concepire. In questo senso nella figura del condottiero non c’è nulla dell’ “uom fatale” di manzoniana memoria. Lo stesso Auteuil ha dichiarato di voler rappresentare Bonaparte come un vecchio attore che teme di non essere più chiamato da nessuno, di essere superato. E’ in primis un uomo arrivato e orgoglioso, che porta con sé un grande passato e che teme che il futuro non sia all’altezza della sua persona. Per questo in quasi tutto il film ci tiene ad apparire in maniera solenne, con divisa, cappello e pose da padrone del mondo.

Napoleone

Geniale è poi la scelta di Virzì di rendere giovane il personaggio di Martino (nel romanzo coetaneo di Napoleone), per spostare lo scontro anche su un piano generazionale oltre che ideologico. Il protagonista rappresenta l’ambizione della nuova generazione, che non vuole più saperne di condottieri, conquiste e morti soprattutto tra i coetanei, ma che vuole un mondo migliore, pacifico, dove la diplomazia e quindi la cultura regnino sovrane sulla forza bruta e animalesca del passato. E’ un contestatore del ’68 ante litteram se si vuole, molto attuale in qualsiasi società moderna e non solo.

Napoleone

Tutta questa mescolanza di temi e suggestioni, su cui Virzì inserisce anche il contesto familiare di Martino, forse esagerando un po’ nella caricatura dei personaggi, rende N una pellicola di difficile classificazione. Ha infatti tutto sommato poco a che vedere con i classici film storici. Lo stesso regista ha dichiarato la sua difficoltà a inquadrare questo film in un genere unico, definendolo a metà tra la commedia, la fiaba nera e il noir ottocentesco. In effetti l’indagine psicologica che viene fatta su Martino durante tutta la durata del film diventa a tratti inquietante, e sembra estrapolata a forza da un racconto di Edgar Allan Poe.

Napoleone

Insomma, N appare come un ottimo lavoro da parte del regista livornese, almeno fino a quando la vicenda si snoda sul piano ideologico/psicologico di Martino. Il contesto familiare, come già accennato, si sviluppa in modo troppo superficiale e sembra puntare solo ad alleggerire i toni. In particolare la figura di Diamantina, sorella di Martino interpretata da Sabrina Impacciatore, infaticabile massaia tormentata dalle lusinghe di Cosimo, un inedito e piacevole Massimo Ceccherini, sembra uscire da una commedia di Goldoni. E’ divertente, ma assolutamente fuori luogo in certi momenti. Anche perché la famiglia è uno dei principali motivi di attrito per Martino, mentre nel film essa ha semplicemente una funzione di contorno, in cui il regista si rifugia per staccare la spina dalla semplice narrazione su Napoleone. La stessa cosa vale anche per la Baronessa, portata sullo schermo da Monica Bellucci, amante di Martino, ma di fatto mai davvero devota al ragazzo.

martino

Lezioni di regia assolute sono, invece, l’inizio e la fine di questo film. L’incipit vede Martino che sogna di giungere, armato di pistola, alle spalle di Bonaparte e di fare fuoco, in una confusione di colori e contorni molto efficace. Il finale invece, vede Martino che, ormai sposato e prossimo a diventare padre decide di seppellire la stessa pistola nella tomba del suo maestro. Quando però fa per andarsene cambia immediatamente idea e, dopo una corsa forsennata, riprende l’arma. A questo punto subentra il fermo immagine sul volto spiritato e un po’ folle di Martino e dei cartelli che ci raccontano con grande ironia la partenza del giovane per Sant’Elena e il suo arrivo il 6 maggio del 1821, un giorno dopo la morte di Napoleone.

Voto Autore: 4 out of 5 stars

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