domenica, 17 Ottobre, 2021

Mr. Vendetta – 복수는 나의 것

“Mr. Vendetta”: trilogia della vendetta – capitolo 1.

Il modo in cui osservi il mondo dice molto di te. La nostra visione delle cose è espressione della cultura che abbiamo assimilato, della storia che ci hanno raccontato. Una storia di cui avvertiamo il peso sulle spalle. Una realtà contro cui ha combattuto qualcun altro prima di te, e contro cui oggi, a modo tuo, ti senti ancora in lotta. Ci è sempre stato detto che la vendetta è cosa da vigliacchi, ci è stato insegnato che il perdono è cosa ben più lodevole. Se sbagli confessa, e sarai perdonato. Infliggi con rigore una giusta pena, ma sii pronto ad assolvere il tuo nemico. Eppure esistono prospettive diverse, che marciano su terreni narrativi molto differenti, che potrebbero perfino farci entrare in profonda connessione con il vendicatore.

“Sympathy for Mr. Vengeance”: empatia per il boia e simpatia per la bestia. Perché giù all’inferno i nostri peccati restano inascoltati. Quindi meglio infliggere le nostre colpe a chi sembra condividerne con noi il peso, per evitare di annegare nel dolore.

Sympathy for Mr. Vengeance
Ryu interpretato da Shin Ha-kyun

Gli occhi che più hanno saputo esplorare il viscido sentiero del sentimento di vendetta appartengono a Park Chan-wook. Il regista coreano che con severa dedizione all’estetica ci ha scaraventato nell’abisso dello sconforto umano. La sua “trilogia della vendetta” è un viaggio doloroso, e non si tratta solo degli 8.878 km per poterlo raggiungere a Seul.

Dovremmo spalancare gli occhi quando vorremo poter distogliere lo sguardo, percepire il suono di parole non dette, sporcarci di sangue quando vorremo che a stringere quel martello non fossero le nostre mani, smettere di sproloquiare e restare ad ascoltare. Ascoltare il silenzio assordante di una società che continua a muoversi a passi decisi, senza saper più parlare.

“Mr. Vendetta” (2002), “Old Boy” (2003), “Lady Vendetta” (2005): tre storie per raccontare colpa, vendetta e redenzione. Per immergere le dita nel barattolo dell’inconscio e scoprirlo colmo, fino all’orlo, di sangue e smania di giustizia. Nonostante ai margini, molto spesso, ci si senta esangui e intimamente ingiusti.

“Sympathy for Mr. Vengeance” è forse il capitolo meno noto, ma quello che più sa urlare la brutalità dell’organismo societario, che ci mastica con vigore, e ci sputa quando smettiamo di avere un sapore piacevole. Un film che strilla nei suoi silenzi, che intenerisce nell’esercizio della violenza, che imprigiona in una spirale soffocante di desolazione, liberando i nostri istinti di rivalsa.

“La nostra casa mi è stata consigliata perché sono sordomuto”, racconta Ryu ( Shin Ha-kyun ). Una casa le cui pareti trasudano sofferenza e lamenti. Una casa in cu Ryu si prende cura della sorella malata. A lei serve un rene nuovo. Difficile trovare un donatore compatibile, impossibile farla accudire in ospedale: colpa di quella sanità che costa davvero troppo, che domanda cifre di denaro enormi. Un numero di telefono trovato appiccicato su di un muro di uno squallido bagno pubblico. Organi in vendita.

Ryu disperato e avventato si affida a quei bastardi.  Prenderanno i soldi destinati all’operazione della sorella. Prenderanno a Ryu anche un rene per poterlo rivendere. Ryu lavora in una fabbrica dall’interno grigio, in cui l’unico colore è quello dei suoi capelli. Il verde, per chi di speranze non sembra avere il diritto. Infatti viene presto licenziato, da un superiore poco incline alle parole: un foglio su cui apportare una firma e una stretta di mano offerta con cortese indifferenza.

Il destino non sempre conosce i tempi migliori per realizzarsi non è vero? Quando finalmente si trova un donatore, Ryu non ha più il denaro necessario per l’operazione. Si lascia così convincere dalla fidanzata (Bae Doo-na). “Ci sono rapimenti buoni, e rapimenti cattivi”. Si deve solo fare attenzione: rapire la figlia di un imprenditore e chiedere il riscatto, ricevere il denaro in pochi giorni e restituire la bambina. Un sentiero infernale lastricato di ottime intenzioni. Avverrà un drammatico incidente a seguito del quale tutti dovranno pagare. Risarcire il danno, mediante la propria vita.

La furia del ricco signor Park (Song Kang-ho) si abbatterà sul ragazzo dai capelli verdi, colpevole di aver causato la morte della figlia. Colpevole di non aver potuto udire le sue grida d’aiuto. Ryu ridurrà a brandelli, letteralmente, i trafficanti d’organi. Colpevoli di non avergli consentito di salvare la sorella. E anche il Signor Park dovrà rispondere per non essere stato un bravo padre, per non aver saputo sottrarsi all’inesorabile gioco della vendetta.

In “Sympathy for Mr. Vengeance” assistiamo ad un susseguirsi di gesti disperati. Un operaio appena licenziato si ferisce tagliandosi al ventre, la sua maglietta si inzuppa di sangue, eppure attorno a lui si resta impassibili. Un ragazzo tenta di salvare la bambina, ma non può afferrarla a causa della sua disabilità: stringe la sua collana in mezzo ai denti, la collana si spezza mentre Ryu, presente alla scena, non interviene, impietrito da un timore d’infanzia. La ragazza di Ryu viene torturata dal Signor Park, lei chiede perdono, lo supplica. Ma lui seduto accanto a lei, consuma impassibile il suo pasto. Il mondo descritto da Park Chan-wook non sa prestare ascolto, si estranea, resta immobile.

Si agisce con un furore che non conosce clemenza, consapevoli che nessuna ferocia metterà a tacere il dolore. Si agisce con disumana bestialità per dovere, perché perdonare di certo non è possibile. Non un solo spiraglio di luce nel nichilista ritratto urbano del regista di Seul.

Ryu. I suoi capelli verdi e i suoi silenzi. È lui il personaggio chiave di “Sympathy for Mr. Vengeance”. Le parole di Ryu, espresse mediante il linguaggio dei segni, vengono offerte allo spettatore con sottotitoli e cartelli. Nessuna voice over si sostituisce al racconto. La narrazione è prettamente filmica, si avvale delle immagini e dei silenzi, si affida ad una speaker radiofonica che regala voce ai pensieri di Ryu, si serve della dialettica fra campo e fuori campo. La difficoltà comunicativa di una società intera è espressa così con amara concretezza. L’impedimento alla comunicazione e la complessità del raccontarsi saranno centrali in tutta la “trilogia della vendetta”.

Sympathy for Mr. Vengeance
Ryu (Shin Ha-kyun) e Cha Yeong-mi (Bae Doo-na)

Nel cinema di Park Chan-wook non è possibile soprassedere alla critica sociale che rivendica, ad ogni inquadratura, di essere considerata. In Corea del Sud, come in molti paesi del mondo, la disparità economica presente è enorme e la competitività estrema. In “Sympathy for Mr. Vengeance” la già citata scena del licenziamento diviene un crudo e sincero racconto di un mondo del lavoro alienante, fatto di sfruttamento, privo di una qualche forma di umanità. Nessuna spiegazione viene abbozzata per la decisione presa dal padrone: tra Ryu e il suo superiore non vi è alcun dialogo. La loro appartenenza a classi differenti, la loro incomunicabilità, è palesata attraverso una messa a fuoco alternata. Il capo fabbrica sarà perfettamente a fuoco solo quando tornerà a rapportarsi con i suoi pari. In “Sympathy for Mr. Vengeance” tutto rinvigorisce un sentimento di odio represso che attende un’occasione per esplodere.

La regia di Park Chan-wook, insieme alla fotografia di Kim Byeong-il, mediante cromatismi simbolici (nella pellicola verde e rosso sono i colori prevalenti) e un montaggio che sa farsi disorientate (attraverso l’utilizzo degli stacchi sull’asse) prodiga metafore poetiche, che affondano le radici in parabole umane in rovina.

Sympathy for Mr. Vengeance
Song Kang-ho interpreta Park Dong-jin

Adottare prospettive inedite, imparare a divorare il mondo con appetito sino ad ora sconosciuto, significa evolvere. Sottoporsi a metamorfosi, conquistare l’altra parte di noi. Il cinema esiste per ricordarlo. Per spingersi fino al limite e indagare cosa accade vicino al confine, ai margini. Perché l’altra parte di noi potrebbe trovarsi esattamente lì. Il cinema orientale impartisce ad ogni occasione questa lezione. E lo spettatore occidentale sembra aver imparato che per poter scorgere un panorama mai visto a volte occorre inclinare la testa. O affidarsi allo sguardo altrui. E gli occhi del regista Park Chan-wook sono sempre un luogo privilegiato per godere di un’anomala eccezionale angolazione.

Voto Autore: [usr 4,5]

Silvia Strada
Ama alla follia il cinema coreano: occhi a mandorla e inquadrature perfette, ma anche violenza, carne, sangue, martelli, e polipi mangiati vivi. Ma non è cattiva. Anzi, è sorprendentemente sentimentale, attenta alle dinamiche psicologiche di film noiosissimi, e capace di innamorarsi di un vecchio Tarkovskij d’annata. Ha studiato criminologia, e viene dalla Romagna: terra di registi visionari e sanguigni poeti. Ama la sregolatezza e le caotiche emozioni in cui la fa precipitare, ogni domenica, la sua Inter.

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