Recensioni FilmMoral: la sorellanza simbolica nella crescita femminile

Moral: la sorellanza simbolica nella crescita femminile

Moral è un film filippino del 1982, diretto da Marilou Diaz-Abaya. Fa parte di una trilogia della regista, in cui si focalizza sul racconto femminile e sulle sue complessità, assieme a Brutal (1980) e Karnal (1983). Solo con il tempo il progetto è riuscito a guadagnare seguito e apprezzamento da parte della critica. A partire dal 2017 ha fatto il giro di Festival in tutto il mondo.

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E’ un progetto che cerca di sviscerare, attraverso il racconto dell’esistenza femminile, una serie di tematiche importanti. Difatti è a tutti gli effetti un film politico ed esplora la complessità della posizione delle donne nella società e nel mondo.

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Moral – Trama

Moral segue la vita di quattro amiche, Joey (Lorna Tolentino), Kathy (Gina Alajar), Sylvia (Sandy Andolong) e Maitress (Anna Marin). Tutte frequentano l’Università delle Filippine Diliman e subito dopo la laurea, ognuna prenda una strada diversa. Ciascuna affronta le proprie sfide personali e sociali in un contesto di valori che sono in rapido cambiamento.

Joey è la più ribelle e la più disillusa, per cui vive molto alla giornata; ben presto si lascia andare alla droga e inizia ad intrattenere relazioni superficiali. Kathy è sicuramente la protagonista con maggiori ambizioni, infatti sogna di diventare una cantante; deve scontrarsi con la realtà e realizzare di non pur avere un grande talento.

Dall’altra parte Sylvia naviga tra l’amore, la separazione e nuove relazioni; è un animo estremamente introspettivo e romantico, quindi non esista a buttarsi nelle braccia di chi è disposto a dare e a ricevere affetto. Maitress, tra tutte, segue il percorso tradizionale: diventa moglie e madre. Ma le tocca lottare con le unghie e con i denti per mantenere la propria libertà e identità.

Le loro storie, nel corso della narrazione, camminano parallele e si intrecciano, mostrando anche come l’amicizia sia un punto importante del loro percorso di crescita.

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Moral – Recensione

Il film di Marilou Diaz-Abaya è un coming-of-age come pochi mai realizzati, non solo in Asia, ma nel resto del mondo in generale. Il modo viscerale in cui segue le protagoniste, permette allo spettatore di empatizzare con i personaggi, di prenderli a cuore e talvolta provare anche compassione, rabbia, stupore e orgoglio. E’ più di un semplice Boyhood, perché va oltre e non è affatto romanzato. E’ un dramma sociale.

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Le protagoniste vivono una condizione sociale, politica e individuale nella pellicola che combacia perfettamente con la realtà del tempo. Dunque la regista e lo sceneggiatore non si fermano al mero racconto di un’amicizia. Ma cercano di designare un universo filmico affine con il mondo in cui vivono ogni giorno. E ci riescono magnificamente.

Originariamente la pellicola è stata girata su film 35 mm, poi con il restauro la scansione è avvenuta in 4K e vi è stata anche correzione del colore. La camera è quasi sempre fissa, con lo scopo di rafforzare il senso di osservazione da parte dello spettatore nei confronti del personaggio. Anche perché spesso i dialoghi sono intimi e centrali nella narrazione. Domina in assoluto il campo medio, una scelta che si allinea perfettamente con tutto il racconto e con il messaggio che vuole trasmettere.

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La solidarietà femminile ha un altro sapore

I gruppi oppressi, fin dall’alba dei tempi, hanno cercato di trovare consolazione e forza tra loro. Questo perché il germe dell’oppressione è uno solo ed è rintracciabile nel patriarcato. Dunque anche se difficile da comprendere e da capire profondamente, la misoginia, il razzismo, l’omotransfobia, il classismo hanno tutti la stessa radice.

Da questo profondo e comune senso di esclusione nasce la solidarietà, ma è ancora più autentica quella tra donne. Specialmente quelle che condividono lo stesso contesto sociale e culturale. In Moral è evidente quanto, nell’esistenza femminile, ritrovarsi accanto una persona è fondamentale. Ma lo è ancora di più quando riesce a comprendere la tua condizione di oppressione, di frustrazione e di dolore.

Le meravigliose protagoniste affrontano sfide personali, spesso anche impegnative, ma alla fine della giornata sanno di non essere sole. Sanno di poter contare l’una sull’altra. Ed è un tipo di supporto differente da quello che può dare un amico, un padre o un fratello. Specialmente perché sono uomini, non possono comprendere a pieno come ci si sente ad essere una donna in una società di questo tipo. E anche perché sono parte del problema e dell’enorme fetta di comunità che genera oppressione.

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Conclusioni

In Moral si racconta e si mostra quanto sia difficile trovare il proprio posto nel mondo. Lo è ancora di piu’ se sei una donna filippina alle prese con la crescita personale e la propria carriera lavorativa. C’è, però, una cosa che resta un punto di riferimento costante ed è la sorellanza, ma non quella di sangue.

Un legame simbolico, emotivo e non viscerale. Una connessione suggellata dal dolore e dalla condivisione, non dal DNA. Un rapporto che fonda, in qualche modo, il senso della vita.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Emozioni
Interpretazioni

SOMMARIO

Un classico del cinema filippino femminista. Da non perdere

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