Margini – Trama
Riusciranno tre ragazzi provenienti dai bordi della città, i Margini di cui al titolo, cioè dalla Grosseto-city di fine anni 2000, sfegatati amanti del punk, di cui sono riproduttori seriali nella voce, nella musica, nel vestire, nel pensare, nel portare in giro quella indiavolata carica elettrica, a realizzare il loro sogno, ossia esibirsi assieme alla famosissima band americana dei Defense, leader punk del settore, del cui concerto bolognese dovrebbero andare ad aprire le attese e popolatissime danze?
Il destino scuote la testa sulle aspirazioni di gloria di Edoardo (Emanuele Linfatti), Michele (Francesco Turbanti) e Iacopo (Matteo Creatini), e la data delle date salta: ma i paladini dell’hardcore non si danno per vinti e decidono che se non è Maometto a muoversi, è la montagna a farlo e così ribaltano la situazione. Invitano i Defense a Grosseto e organizzano il concertone della vita nella loro città natale, che di bello sembra avere solo la nobiltà di accento e la comicità concisa della calata, perché in quanto ad apertura di vedute musicali lascia molto a desiderare.

L’evento costa ed i tre toscanacci sfidano il limite delle rispettive possibilità improvvisandosi impresari, pigmalioni ed esperti orchestratori: con la musica a palla nella macchina, i concerti semideserti in cui vengono ingaggiati, nelle sagre e nelle balere, nelle tombolate di paese o nei centri anziani, con gli strumenti e l’attrezzeria caricati sul portapacchi di una piccola cilindrata d’annata, i debiti in giro, gli appuntamenti mancati, le discussioni in famiglia, il trio scalpita per la libertà, ma ognuno dal proprio angolo di rispettive responsabilità mancate.
Così si matura in provincia, a suon di grandi ideali e ceffoni, di cultura underground, fumetti guida e fatalismo periferico, gradasso, malinconico e doloroso, mescolato alla grinta e alla rabbia di voler arrivare.

Margini – Recensione
Selezionato in concorso alla Settimana Internazionale della Critica della 79. Mostra del Cinema di Venezia, dove ha anche vinto il Premio del pubblico, Margini è un film diretto da Niccolò Falsetti, basato su un soggetto dello stesso regista e dell’amico di sempre Francesco Turbanti: entrambi hanno attinto a materiale reale ed autobiografico per raccontare la vita oppressa e desiderosa di decollo di una gioventù marginalizzata, messa da parte dal tempo, dagli adulti, dalla moda, dal resto del sistema, che fatica ad integrarsi nei percorsi comuni più prevedibili ed utilizzati dagli altri coetanei.
Sono tre musicisti che vogliono infiammare il letargo di provincia con la loro musica, e non trovano l’elemento cardine di cui abbisogna ogni musica ossia ascolto: in difetto di spazio per sé, i tre eroi viaggiano controcorrente attraverso la giovinezza, con l’irrequietudine di chi ha addosso il sacro fuoco e parte per una crociata contro montagne immobili.

Edoardo, Michele e Iacopo, sentono la pressione del confine territoriale, della mentalità che si accontenta, dell’essere spento, conforme, comodo, inchiodato alle cose che tutti ricercano nella vita e che rendono schiavo, ma vivono la contraddizione del loro diventare grandi a tutta velocità, ci sbattono il viso, si schiantano determinati e frenetici, disorganizzati e sfrontati, ognuno con un’ appendice personale con cui rapportarsi.
C’è chi ha già un figlio ed una compagna con cui far quadrare i conti, chi ha dall’altro capo del telefono addirittura un posto da orchestrale sotto la direzione del maestro Barenboin, chi deve rispondere a chi l’ha messo al mondo e a chi l’ha tirato su come se fosse il proprio figlio: tre universi paralleli, democraticamente complicati, volendo simili a molte altre storie, vissuti a cento all’ora, sulla scia di una musica forsennata, accomunante, forse l’ultimo baluardo di arrabbiatura di una generazione più riservista che combattente.

Sogni di rivoluzione che non baluginano più nelle fila dei millennials di cui oggi si sa tutto e niente, ipnotizzati da social e tastiere, classe umana e sociale sfuggente, restia all’etichettatura, all’azione e alla parola.
I tre protagonisti sono rigurgiti di vitalità che il vincolo di una realtà poco più grande di un paese dove tutto sembra già scritto e nulla pare accadere mai, hanno reso ancora più imbizzarriti, proiettati verso un traguardo che tanto più pare alto ed impossibile o rischioso, tanto più vale la pena di essere cavalcato.
Responsabilità e scelte lungimiranti da una parte; dall’altra il bruciare di un’aspirazione, che è evidente corrisponda ad un bisogno romantico di identità individuale, ad esigenze più profonde che giuriamo ci tengano in vita.

La musica è linguaggio universale, è corda tesa tra i corpi, tra i dialoghi, i dialetti, i cambi scena, parole segate, abbozzate, smozzate che nervose si intrufolano nelle battute, si appiccicano le une sulle altre, nei confronti, nelle liti accese, negli scoppi complici di risate, che amplificano la dimensione dell’alienazione, dei Margini del film, sotto l’egida del fascino “bello e maledetto”, delle atmosfere “zerocalcariane” (il celebre fumettista è autore della locandina del film, ha un cameo vocale ed ha partecipato alla sponsorizzazione realizzando una serie di cartoline illustrate), benedette da un’occhio alla stralunatura made-in Manetti Bros (qui produttori) e da una costante voglia di riscossa, dalla periferia al centro- città, e non solo, al centro del mondo intero.
E’ il toscano da set di Paolo Virzì e company, oltre la soglia di velocità consentita, più sporco, più nevrotico, più interdetto, senza ombra alcuna di rasserenamento se non per un istante in cui si possa dire: “sì, s’è fatta la storia!”. E così Margini si sviluppa facendo parkur tra gli ostacoli, agile e scattante da una situazione all’altra, da un inghippo ad un altro, da un posto sperduto nel deserto attendista da bordertown ad un altro, un continuo riaddrizzare la rotta, verso il concerto utopia che definirà chi sono Edoardo, Michele e Iacopo.

L’evento dei Defense è un sacro graal, un escamotage per permettere il viaggio di formazione e definizione dei tre eroi: si finisce a parlare delle loro vite, della lotta alla stasi che li tira indietro invece di proiettarli verso il futuro, è il terremoto che ribalterà le loro vite, imprimendogli una direzione definitiva, o consegnando loro il ricordo più clamoroso di un’età giunta al capolinea.
Se è facile e comune sognare di essere una rockstar, come fosse una vocazione spirituale, una missione religiosa, certo lo è ancor di più, ai Margini abitati del film, dove il sole non splende per tutti, perché di sole che splende lì, ce n’è sempre un po’ meno per tutti, e bisogna accontentarsi.
Ma un divo punk non sa accontentarsi per definizione, altrimenti perderebbe se stesso, la peggior malattia immaginabile: di qui la lotta, il puntare i piedi, l’azzardo irresponsabile, la sfida al quotidiano, la voglia di rivalsa, l’innamoramento tenace e totale verso una causa che li unisce, li divide, li fa muovere in modo irrazionale e conflittuale, lasciando emergere ancora più fredda la contraddittorietà tra ideali e vita spicciola.

Margini – Cast
Affiatatissmo il trio di interpreti i quali si spalleggiano come si conoscessero da una vita (ed in parte così è); sul filo dell’udibilità in certi momenti il loro slang acido ed ironico, mentre con le storie di ciascuno aggravano il profilo di mancata grazia con cui la società affronta l’arte tutta, non solo quella musicale.
Margini ha dalla sua freschezza, ostinazione ad una verosimiglianza di testo e contesto spiazzante, che impregna l’atmosfera in modo originale e ben riconoscibile, profumandola di qualcosa di andato a male eppure di incorrotto, che già sappiamo farà a pugni col mondo grande ed andrà al tappeto, ma l’adrenalina del viaggio, vale la genuina partita da cui non stacchiamo gli occhi.
