lunedì, 27 Settembre, 2021

Locke – recensione del film con Tom Hardy girato in tempo reale

Locke è un lungometraggio del 2013 ideato, scritto e diretto da Steven Knight. Nei brevi ma concitati ottantacinque minuti in cui si sviluppa, si affrontano le vicende di Ivan Locke, un onesto capocantiere che si trova ad un punto di svolta della propria vita. Questo momento chiave coinciderà con un viaggio in auto compiuto da Locke, che occupa l’interezza del film, punteggiato da pressanti telefonate. La pellicola è stata presentata in anteprima alla 70a edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, fuori concorso. Pochi mesi dopo è stata accolta con altrettanto entusiasmo al Sundance Film Festival del 2014. Attualmente è disponibile per lo streaming sul catalogo della piattaforma Amazon Prime Video.

Locke

La trama di Locke

La componente narrativa di Locke segue un andamento essenziale: l’esistenza del protagonista viene stravolta da una telefonata, che in pochi minuti sconvolge la sua vita professionale e privata. Ivan Locke (Tom Hardy) è un capocantiere preciso ed impegnato, adora sua moglie ed è padre di due amorevoli ragazzi. Una sera, alla vigilia degli inizi della costruzione del suo progetto più ambizioso, il protagonista riceve una telefonata da Bethan (Olivia Colman, già in Fleabag, La favorita e The father), con cui mesi prima ha vissuto un episodio di passione extraconiugale durato una sola notte. La donna, rimasta incinta, è stata portata in ospedale per partorire con due mesi di anticipo rispetto alla data prevista, a causa di complicazioni nella gravidanza. Ultimato il suo turno di lavoro e ricevuta la telefonata, Ivan sale in auto alla volta di Londra, per raggiungere la donna.

Locke

La metropoli dista un’ora e mezzo (la durata del film) da Birmingham, dove il protagonista vive e lavora. Il viaggio di Ivan, solo nell’abitacolo dell’auto, è punteggiato dalle telefonate che riceve e che effettua, concernenti sia il fronte privato che quello lavorativo. Ivan si mette in contatto con la moglie, Katrina (Ruth Wilson) per confessarle l’accaduto. Parla anche con i figli (incarnati dalle voci di un piccolo Tom Holland e un giovane Bill Milner), che ignari delle criticità nel rapporto genitoriale informano il padre dell’andamento della partita che stanno guardando, sebbene con lo scorrere dei minuti risultino insospettiti dalle criptiche e addolorate reazioni materne.

Parallelamente il protagonista è anche in contatto telefonico con il suo superiore, Gareth (Ben Daniels) che si vede costretto a licenziarlo per il suo assenteismo ingiustificato e improvviso. Ad esso si intrecciano le telefonate tra il protagonista e il suo fidato collega Donal (Andrew Scott, già in Fleabag), cui Ivan dà tutte le dritte necessarie per prepararsi al meglio all’inizio dei lavori previsti per il giorno successivo. Inoltre, Ivan riceve continui aggiornamenti telefonici dall’insicura e spaventata Bethan e dagli infermieri e i dottori dell’ospedale, che la monitorano. Le telefonate e i vari interlocutori si intrecciano tra loro, in un vortice di relazioni umane e sotto-trame che fanno cadere in profonda crisi il protagonista, il quale vede crollare davanti ai propri occhi quella che sino a pochi minuti prima era stata la sua quotidianità.

Steven Knight sceglie un metodo registico insolito e non convenzionale, che ben si addice alla trama del film

L’ideatore, autore e regista della pellicola, Steven Knight, è forse più noto al pubblico per un’altra sua creazione, pertinente all’ambito della serialità: l’apprezzata e pluripremiata Peaky Blinders, dove a fianco di interpreti del calibro di Cillian Murphy e Helen McCrory torna anche lo stesso Hardy, in una delle performance che più l’ha reso famoso negli ultimi anni. Il progetto registico alla base del film dei più ambiziosi. Il lungometraggio è girato in tempo reale, le uniche pause concesse al reparto registico erano quelle necessarie a cambiare le batterie scariche delle tre macchine da presa. Locke è stato girato in soli otto giorni: ogni notte veniva ripreso il film nella sua interezza con Tom Hardy nell’auto, di fronte alle telecamere, e gli altri attori in una lontana camera d’albergo, che si alternavano nelle telefonate con il protagonista.

A riprese ultimate, in fase di montaggio sono stati recuperati dal materiale registrato ogni notte i momenti migliori, uniti insieme nel montato finale del film che è ad oggi visibile al pubblico. Più che degna di lode dunque la componente registica nell’ideazione del progetto. Tuttavia, lo stile registico di Knight nell’uso di determinate inquadrature o movimenti di macchina non risulta altrettanto sbalorditivo. La regia è pulita e lineare, allontana il virtuosismo al punto tale di risultare quasi lievemente spoglia. Knight non si concede esercizi di stile, ma con la macchina da presa tallona l’impianto narrativo in modo da agevolare la visione, restituendo immagini nel modo più chiaro possibile. La “povertà” registica, in questo senso, è però indubbiamente giustificabile se si prende in considerazione la singolare ambientazione: la regia è stata costretta alle inquadrature interne all’abitacolo dell’automobile, rendendo perciò di difficile realizzazione particolari esercizi di perizia registica.

Locke

La performance di Tom Hardy contribuisce con forza al determinare lo spessore del film

L’interpretazione di Tom Hardy (Mad Max: fury road, Venom, Inception, Il cavaliere oscuro – il ritorno) è indubbiamente ciò che più cattura l’attenzione dello spettatore, anche in ragione del suo essere totalizzante nell’andamento del film. L’attore restituisce una performance potente, colma di sfumature e mai tendente al patetismo. Perennemente solo, confinato nello spazio all’interno della sua auto, è capace di far trasparire uno sbalorditivo range di emozioni, dalla rabbia alla paura, dalla disperazione alla necessità di riscatto, dalla frustrazione al risentimento. La macchina da presa non lo abbandona quasi mai (ad eccezione dei pochissimi istanti dedicati alle inquadrature dell’esterno del veicolo), e lui la occupa con maestria e talento. Ciò che inoltre sorprende piacevolmente, è quanto questa sua interpretazione cruda, onesta e realistica sia lontana da quella delle efficaci macchiette cui di solito si presta (in primis il suddetto Alfie Solomons di Peaky Blinders), le stesse per cui il pubblico è abituato a riconoscerlo.

La scrittura in Locke

Sulla carta, il film si presenta come tendenzialmente anti-narrativo: un uomo guida un’auto mentre parla al telefono per ottantacinque minuti. Al momento dell’inizio della narrazione il danno è già accaduto: Bethan è già incinta di Locke e i lavori edili sono già sul punto di iniziare. Il lungometraggio esamina dunque le profonde e gravi ripercussioni di ciò che è successo precedentemente. Nonostante la sua natura anti-narrativa, il film è capace di risultare perfettamente narrativo a suo modo, impostando una tensione crescente e svelando segreti pregressi. Sebbene il minutaggio sia relativamente limitato, il crescendo si avvia dal primo minuto e persiste sino alla fine, rafforzandosi perennemente. Il percorso dell’auto è (neppure troppo metaforicamente) anche il percorso del protagonista. Quando parte da Birmingham è un integerrimo capocantiere di successo, sposato con figli, quando arriva a Londra la situazione è completamente ribaltata. Questo suo viaggio è punteggiato da telefonate, dialoghi sapientemente scritti in modo da risultare efficaci e verosimili: grazie a attori capaci che li interpretano con tempi perfetti, suonano particolarmente realistici.

Locke

Il film imposta una riflessione tra bene e male in un’atmosfera a tratti soffocante

Il viaggio del protagonista e l’intera storia si sviluppano in un contesto notturno, che al di là dell’ambientazione risulta anche elemento metaforico dello stato d’animo di Ivan. Come la notte si fa progressivamente oscura, il suo stato emotivo precipita sempre più, a seguito delle proporzioni inaspettatamente tragiche che assumono le conseguenze alle sue azioni. In breve il buio si unisce all’opprimente abitacolo dell’auto nella creazione di un ambiente claustrofobico e soffocante. A rafforzare questa voluta pesantezza contribuiscono anche le telefonate, che con lo scorrere dei minuti tendono a sovrapporsi seguendo un ritmo sempre più vorticoso e caotico. Su tutta la pellicola, però, si impone la dubbia polarità tra bene e male, vengono messe in mostra le zone di luce e d’ombra del protagonista. Ivan ha tradito la moglie e si pone in modo sfrontatamente lapidario con chi lo circonda, ma al contempo continua a monitorare il progetto (anche a seguito del licenziamento), non vuole turbare i figli e raggiunge Bethan per sostenerla, pur trattandosi di un’avventura di una notte che per lui non ha avuto alcun significato. Il dubbio perciò si impone sin dai primi minuti e permane sibillino con lo scorrere del film, senza trovare risposta: Ivan Locke è un buono o un cattivo?

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

Locke è un film anti-convenzionale, a partire dal suo stile registico e narrativo. Girato in tempo reale, il lungometraggio esplora le drammatiche conseguenze di un tradimento compiuto dal protagonista, Ivan Locke, nei confronti della moglie, che lo porta a compiere un viaggio notturno in auto da Birmingham a Londra. Tom Hardy, unico attore visibile, abita lo schermo con un’interpretazione sfaccettata, potente e mai banale, affiancato dalle voci di colleghi altrettanto talentuosi. L’ambizioso impianto registico e la scrittura sapiente e atipica, al contempo, alimentano un’interessante riflessione relativa ai confini tra bene e male.
Eleonora Noto
Laureata in DAMS, sono appassionata di tutte le arti ma del cinema in particolare. Mi piace giocare con le parole e studiare le sceneggiature, ogni tanto provo a scriverle. Impazzisco per le produzioni hollywoodiane di qualsiasi decennio, ma amo anche un buon thriller o il cinema d’autore.

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