lunedì, 27 Settembre, 2021

Quattro strade – il cortometraggio di Alice Rohrwacher in esclusiva su MUBI

Una lente zoom, una pellicola scaduta e 8 minuti per raccontare altre forme di contatto tra vicini nell’Altopiano dell’Alfina

Durante il lockdown, la pluripremiata regista Alice Rohrwacher (“Lazzaro felice, “Le meraviglie) ritrova per caso una vecchia cinepresa e una pellicola scaduta da 16mm. “Quattro strade” è una delicata narrazione germinata per caso dalla gentile caparbietà di voler sconfiggere la distanza

Quattro strade“, ora disponibile in esclusiva su MUBI, elude le narrazioni deteriorate e ansiogene sull’isolamento pandemico, e evade insieme allo spettatore da mura, videoconferenze, sanificazioni e assenza.

Rohrwacher, in questo espatrio della vicinanza, filma chi aveva lontano, estirpando la distanza per mezzo della sua telecamera. La regista ha solo dieci minuti di bobina a disposizione. Non è sicura che le immagini riusciranno a rimanere impresse su quella celluloide dimenticata. Il risultato lo scoprirà solo dopo molti mesi, quando svilupperà il rullino insieme alla pellicola di un film in preparazione.

Quattro strade e la sua narrazione involontaria

“È stato un film involontario, nel senso che non è stato progettato, non volevo fare un cortometraggio né raccontare niente. Volevo proprio verificare il funzionamento di questa cinepresa e di questi rulletti di pellicola, che sono dei micro rulletti 16mm, 3 minuti l’uno, avevo circa 9 minuti in tutto. Li ho usati tutti, tranne 30 secondi. Tante volte accantoniamo delle cose dicendo che non sono più valide e invece chi l’ha detto?” Così racconta il suo cortometraggio Alice Rochwacher. Una breve narrazione dalla grana pastosa partorita da una tecnologia, rimasta sul fondo di un cassetto, accantonata, tanto che non ci si aspetta nemmeno che funzioni.

Ed invece funziona benissimo. A tal punto da risultare il mezzo perfetto per far emergere, sincero e prorompente, lo slancio emotivo che la regista prova per la campagna e la sua gente.

Quattro strade

Un cinema, quello di Alice Rochwacher, che fa del rispetto del mondo contadino e della terra la sua poetica artistica, proponendo una visione biologica e morale dell’essere umano in cui la relazione pacifica tra uomo e ambiente è l’unica reale possibilità di distacco dall’assillo metropolitano.  

Alice Rohrwacher si riprende allo specchio, la cinepresa davanti al volto. Mentre il virus infligge la lontananza, lei sa che lo strumento che stringe tra le mani può zoomare: accostare lo sguardo a una prossimità non più permessa. Avvicina a sé con lo zoom il suo stesso riflesso. La telecamera può restituire all’umano ciò che gli è stato tolto: il contatto, la presenza, la co-esistenza.

L’idea alla base del suo filmare è quasi un gioco, un trucco per ingannare la separazione: una passeggiata circolare seguendo i quattro punti cardinali nelle strette vicinanze della sua casa di campagna per tornare a guardare il mondo alla giusta distanza.

La telecamera e il distanziamento sociale

Durante l’isolamento pandemico la telecamera è divenuta emblema del distanziamento obbligato, lo strumento tecnico mediante il quale tentare di ovviare alla lontananza, dalla famiglia (le videochiamate), dal lavoro (le video conference), dagli spazi pubblici (le dirette streaming). Il mezzo camera si è trasformato nell’unico veicolo di prossimità, e se da un lato tutti ne evidenziamo l’indiscussa prodigiosa celestiale funzionalità, dall’altro siamo pronti ad ammettere che è difficile considerarlo un mero neutro strumento.

La frustrazione di un’esistenza sottratta alla connessione corporea con luoghi, strade e persone è pronta a scagliarsi sugli unici mezzi che le nostre mani hanno potuto toccare.

La telecamera, unico oggetto concreto a cui addebitare la materialità di una separazione innaturale dalla comunità, nelle mani di Alice Rochwacher si trasforma nell’unico mezzo capace di ristabilire il distanziamento imposto dalla pandemia nella distanza che ogni occhio sceglie di frapporre tra sé e il mondo. La regista cammina con una camera a braccio, sollecitando un obiettivo capace di re-incontrare il mondo circostante: gli occhi dei vicini di casa, i loro rituali quotidiani, i loro gesti, le loro filosofie.  

Quattro strade

Quattro strade e la sua gentile anarchia

Un piccolo mondo tessuto insieme dall’incrocio di quattro strade di campagna, sentieri di prossimità percorsi dalla regista da est a ovest, e poi di nuovo sui suoi passi, tra erbacce, sentieri e campi umbri.

L’occhio della cinepresa attraversa la distanza e ri-conosce il viso di Enza e il suo discreto senso di eleganza, si imbatte nel bouquet di fiori selvatici di Claudio raccolto in un luogo segreto ogni giorno, incontra le bambine di Emanuele e Alessandra che giocano nel sole basso del pomeriggio a disperdere i petali dei soffioni.

“Quattro strade” segue con gentile insistenza il proprio percorso anarco-bucolico in maniera molto ordinata e imponendo, forse con troppa solerzia, i processi immaginativi tenuti fuori campo, in una ricerca eccessivamente premurosa di rintracciare una poesia del vivere quotidiano. Ma il corto di Alice Rochwacher è senza dubbio anche un omaggio partigiano alla pratica del cinema in pellicola, sebbene l’essenza del suo breve filmare itinerante siano la familiarità, l’imbarazzo, la dignità e lo stupore.

Costante e perfettamente armonizzata con la propria voce, Rohrwacher sceglie come musica un Carillon (Crucitti) e poi un Walzer (Schnittke), come a voler sottolineare la capriola di uno sguardo umano che, mascherato da obiettivo cinematografico, riesce ad ingannare la solitudine.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

"Quattro strade" è una breve narrazione involontaria che, come ogni racconto urgente e sincero, sa andare ben oltre le aspettative. Un omaggio alla campagna, alla terra e alla sua gente, in perfetta sintonia con la cinematografia di Alice Rohrwacher, ma anche un inno agli oggetti dimenticati, alla prossimità da riconquistare e alla giusta distanza da cui osservare il mondo.
Silvia Strada
Ama alla follia il cinema coreano: occhi a mandorla e inquadrature perfette, ma anche violenza, carne, sangue, martelli, e polipi mangiati vivi. Ma non è cattiva. Anzi, è sorprendentemente sentimentale, attenta alle dinamiche psicologiche di film noiosissimi, e capace di innamorarsi di un vecchio Tarkovskij d’annata. Ha studiato criminologia, e viene dalla Romagna: terra di registi visionari e sanguigni poeti. Ama la sregolatezza e le caotiche emozioni in cui la fa precipitare, ogni domenica, la sua Inter.

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