Il mondo è fatto di sogni. Di sordidi pensieri che strisciano in ginocchio mettendo radici. Di proiezioni emotive che forgiano il senso di ogni piccolo secondo. Si. Il mondo è fatto di sogni. Ma i sogni, di cosa sono fatti? Christopher Nolan se l’è posta, questa domanda. La sua risposta, però, non è una frase, né una teoria. È un film. Un film, chiamato Inception.

Indagare lo spazio onirico significa creare un mondo dove tutto è possibile. Immergersi ad occhi chiusi in una vasca dove il fondo, forse, non arriverà mai. Significa progettare ponti, e poi allungarli, fino a farli saltare. Una volta entrati, l’ingresso sparisce. Preparatevi, allora. Perché proprio come nei sogni, Inception non ha un inizio. Come un video senza schermo, o uno specchio senza cornice. Occhi chiusi. Luci spente. Mente aperta.
Si comincia.

Dom Cobb è un estrattore. È capace di estrarre segreti dalla mente di un uomo durante il sonno, tramite un complesso sistema di condivisione dei sogni. È abilissimo, scaltro e intelligente. Chi lo dice? Lo dice lui. Bisognerebbe fidarsi, eppure la sua estrazione fallisce miseramente. La vittima, Mr. Saito, intuisce tutto e manda il piano in fumo. Ma non tutto è perduto. Saito è infatti un potentissimo uomo d’affari, e quello che in realtà vuole è sfruttare le capacità di Cobb per distruggere l’impero di un rivale.

L’intero agguato nei suoi confronti non era altro che una prova. Un inganno. Saito conosce bene Cobb, e sa benissimo cosa l’uomo aneli davvero. Tornare a casa dai due figli, e lasciarsi finalmente il passato alle spalle. È disposto, con la sua influenza, a fare in modo che tutto questo si avveri. Ma in cambio, pretende qualcosa di molto, molto difficile.

Estrarre un’idea significa insinuarsi nella testa del soggetto per manipolarne la psiche. Levigare il confine della mente per giungere infine alla più torbida intimità. Ma cosa accadrebbe se, invece di estrarre un’idea, l’intenzione fosse quella di innestarla? È questo che Saito chiede a Cobb, ma sembra impossibile. La mente riconosce gli intrusi, li abbatte e li combatte in tutti i modi. Li rigetta. Eppure, l’innesto impossibile non è. Cobb lo sa bene. In passato ne ha già fatto uno. E non potrà mai dimenticarlo.

La storia di Inception è un trionfo. Un trionfo di trame e sottotrame. Di dettagli microscopici nascosti dal tempo che sembrano crescere fino a scoppiare. Di chiavi di lettura vaste come il deserto ma dense come la pietra. Apparentemente confuso e macchinoso, il filo rosso della vicenda saprà mantenersi sempre in vista, sopportando il peso di ogni singolo secondo per tutta la pellicola.

L’opera di Nolan, proprio come un sogno, è un oggetto instabile sempre sul punto di mutare. Talvolta sembra accartocciarsi su di sé, per poi riemergere e salire. Altre volte pare asciugarsi, comprimendosi, fino a sparire. Ma tutto è calcolato. Ogni istante rientra nel gioco. Il segreto sta nei “livelli”, la tecnica che permette ad un estrattore di calarsi in un sogno nel sogno. Questo astuto escamotage permette alla pellicola di suddividersi in strati, confondendo le acque e scardinando le leggi.

Non saprete mai davvero cosa state guardando. Gli scampoli di realtà saranno pochi, e stranianti. La dimensione onirica, invece, letteralmente esploderà. Ci abitueremo presto alla fisica mutevole ed oscillante dei sogni, alle variazioni improvvise dello scenario. Alla sensazione di dubbio martellante che come un tarlo perseguiterà lo spettatore ancora più dei protagonisti. Le certezze non esistono, in Inception. Esistono solo le supposizioni.

Per rendere al meglio tutto questo, serve un’ambientazione onnipotente, capace di modificarsi a comando per riflettere i secondi. Ed è qui che gli effetti speciali di Inception come puntini si riuniscono, disegnando un miracolo. Ogni alterazione della veglia produce un effetto all’interno del sogno. Il risultato è un ambiente disturbante e suggestivo, dove persino le comparse diventano “proiezioni”, ovvero parte attiva dello scenario.

Abbiamo tutti in mente l’immagine delle strade di Parigi che si sollevano, fino a creare una specie di cubo. Ecco, quella è solo la superficie. Una dimostrazione sfacciata ed arrogante delle potenzialità della pellicola. Le modificazioni dell’ambiente, per la maggior parte del tempo, saranno molto più subdole, quasi impercettibili. E per imparare a riconoscerle tutte servirà molta, molta pazienza.

Come tutti i grandi registi, anche Nolan ha ormai costruito un gruppo eterogeneo di attori su cui puntare volta per volta. In Inception, oltre al consolidato Leonardo DiCaprio, sorprende e convince la prestazione di Tom Hardy, rilanciato in grande stile dopo un passato burrascoso e complicato. Menzione d’onore anche per Marion Cotillard. La sua Mal, l’inquietante moglie di Cobb, è un personaggio semplicemente magnifico. Il suo atteggiamento sinistro e distaccato, la sua capacità di mettere i brividi anche solo con uno sguardo, rappresenteranno elementi irrinunciabili per la pellicola. A Nolan gli antagonisti classici non piacciono per niente. E fidatevi. Dopo un minuto in compagnia di Mal, ve ne accorgerete da soli.

Bisogna lodare, anche se sembra superfluo, il lavoro di Hans Zimmer. La sua collaborazione col regista britannico, già consolidata all’epoca grazie ai due capitoli di Batman, sembra destinata a non fallire mai. Volendo essere precisi, però, è tutto l’apparato sonoro a brillare. Ogni piccolo effetto, ogni suono, ogni impercettibile silenzio. Tutto cospira per tenere lo spettatore incollato non solo allo schermo, ma anche alle casse.

Inception è un’opera magistrale. A partire dai primi istanti dei titoli di testa fino all’ultima lettera dei titoli di coda. È un film ambizioso come pochi, audace e scatenato. Non teme di creare confusione, non ha paura di disorientare gli utenti e desidera soltanto spingere l’acceleratore fino al confine. Come un’antilope, Inception corre. E corre senza stancarsi mai. Potrete amarlo, o potrete odiarlo. Ma non potrete mai restarne indifferenti.

Il risultato più importante, però, è stato quello di cristallizzare il concetto stesso del sogno in una singola pellicola. Trasfigurare la dimensione onirica e inafferrabile della mente in tanti piccoli e bellissimi fotogrammi. Perché proprio come nei sogni, Inception non ha un inizio. E proprio come nei sogni, Inception forse non ha nemmeno una fine. Sogni d’oro.

Voto Autore: 5 out of 5 stars