lunedì, 19 Aprile, 2021
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Lei mi parla ancora: la recensione del film di Pupi Avati

Non è cattiveria, né testardaggine, né accesso di follia se Giuseppe detto Nino (Renato Pozzetto), si rifiuta di lasciar andare la sua Rina, Caterina (Stefania Sandrelli), dopo 65 anni di matrimonio, la comune professione di farmacista, la passione condivisa per le opere d’arte acquistate all’asta da tutto il mondo, i balli romantici al suono di un giradischi, le serate trascorse nei cineforum di paese guardando i capolavori di sempre in bianco e nero, la vita intera trascorsa in una tenuta-museo in provincia Ferrara e una terapia intensiva da cui lei, ricoverata, non ha più fatto ritorno: semmai è tutta colpa della Rina, perché è lei che gli parla ancora.

Lei mi parla ancora

A chi gli porge condoglianze, alle lacrime dei fidati domestici affezionati alla coppia, all’apprensione dei figli, Nino risponde con un’apparente calma smarrita, preferisce chiudersi in uno straniamento lucido, ascoltare la realtà da una certa distanza, senza scomporsi troppo, certo di poter scambiare ancora fitti dialoghi notturni con la sua anima gemella, chiuso nella stanza da letto, al riparo da occhi ed orecchie che non capirebbero la potenza inossidabile e necessaria di quel legame. In particolare la figlia Elisabetta (Chiara Caselli), editrice, affezionatissima al padre, tenta di riscuoterlo da questo torpore e gli propone di affidare ad Amicangelo (Fabrizio Gifuni), un ghostwriter in cerca della svolta decisiva per piazzare il romanzo a cui lavora da anni, le memorie della sua vita coniugale, in modo da farne un libro che immortali il prezioso ed unico rapporto che lo ha tenuto così a lungo e così felicemente legato all’ indimenticata moglie.

Dopo un primo incontro benedetto da tiepida e controversa disponibilità reciproca, Amicangelo si convince ad imbarcarsi nella storia di una persona così sorprendentemente opposta al suo carattere e Nino riesce a rivivere gli attimi più belli di un’infinita storia d’amore, con un occhio al passato armonioso e promettente ed uno al presente enigmatico delirio di difficile messa a fuoco.

Lei mi parla ancora

Dall’adattamento letterario autobiografico di Lei mi parla ancora – Memorie edite e inedite di un farmacista, a firma di Giuseppe Sgarbi, padre del più noto Vittorio e di Elisabetta, romanzo ispirato al legame dell’autore con la moglie Rina Cavallini, scomparsa poco prima di lui, nasce l’ultima fatica di Pupi Avati, cosceneggiata con il figlio Tommaso, distribuita da Sky Cinema, cresciuta nel pieno del clima e delle restrizioni pandemiche, di cui sembra risentire in sede di sviluppo la sceneggiatura in qualche modo privata di un equo sviluppo, mentre appare chiarissimo l’impatto emotivo che il legame e la separazione tra due persone anziane possa avere nel pubblico oggi, proprio a causa dell’attuale, drammatica, situazione sanitaria.

Come tutto il tocco di Avati testimonia sempre, si ammira anche in quest’occasione la schiettezza del regista verso la storia, la dolcezza di sguardo con cui accompagna il suo dramma familiare e lo trasporta da uno spazio rurale, ad uno metropolitano, da un tempo debitore del passato ad una frammentazione del presente distratta e frenetica; suo pregio il mai calcare la mano, la compostezza nel melodramma, la tenerezza a fior di percezione, l’abilità nel ricostruire una cornice vitale autentica in cui lasciar abitare tutte le sue malinconie, nonché la confidenza che lo muove negli ambienti di sempre, la provincia ferrarese, le terre comprese tra le paludi del Po e il basso Polesine, al confine tra Veneto ed Emilia, luoghi contadini, di campagna, alluvioni, luce antica e gentile, dal parlato generoso, mai cinico, impastati di tranquillità pensierosa, cibo buono e presenze familiari.

Lei mi parla ancora

Gli anni Cinquanta, quelli più amati, conosciuti e raccontati dal regista, dove si rincorrono Nino e Rina da giovani (interpretati dal bravo Lino Musella e da Isabella Ragonese), nella grande casa della madre Clementina (Serena Grandi, habituè di Avati), dove il tempo scorre in altro modo, le lingue non si tengono a freno e la convivenza non è sempre facile: qui si colloca il nido dei due protagonisti, una coppia come molte e come più nessuna mai, uniti per così tanto tempo da essere irreali ed indispensabili. La loro unione nasce da un fulmineo innamoramento e dalla promessa reciproca sottoscritta in segreto prima delle nozze, per cui, se i loro sentimenti fossero rimasti intatti per sempre, allora sarebbero diventati immortali.

E Nino tiene fede al suo impegno, oltre l’ultimo momento possibile: nessuno può dirgli che la sua Rina non c’è, perché lei non se n’è mai andata, ha ancora molto da dire e molto più da ascoltare, nascosto tra ciò che non è stato mai in grado di esprimere per bene, se non con bonaria disponibilità, valzer improvvisati, abbracci rubati, lacrime sommesse, attese fedeli e silenziose per un minimo cenno, uno sguardo, uno scintillio, un sì, citando non sempre a proposito le righe di un Leopardi, un Ariosto, un Pascoli, appresi da solo o arricchiti dai suggerimenti declamati da Bruno (Alessandro Haber), fratello di Rina, appassionato fruitore di poesia, durante le estati passate tra una pesca all’anguilla ed un ballo di fine fiera.

Lei mi parla ancora

E di grazia poetica ce n’è molta in Lei mi parla ancora; piccole cose che riecheggiano, negli stanze del casolare stipate di statue e quadri, riproduzioni di classici e Guercini originali, un horror vacui del bello senza precedenti, poiché bellezza si nutre di bellezza: un omaggio alle virtù di una donna capace di rendere luminoso e significativo ogni angolo di tutto da lei toccato, sia oggetto inanimato, sia essere umano. E Nino lo sa: è cresciuto con lei, non si può immaginare senza, non possiede la forza della sua eterna metà, non è in grado di star solo.

Tra le sue parole, raccolte e registrate per il libro di memorie c’è la chiave di una felicità imperitura, la stessa che sfugge ad Amicangelo che ne trascrive e trasforma i ricordi, lui così moderno ed impegnato, disinvolto, determinato ed agguerrito, agli antipodi dell’inerme Nino, eppure incapace di amministrare il proprio matrimonio, ferito da un divorzio e nostalgico di una figlia troppo spesso dimenticata. Gli opposti in qualche modo si attraggono e se non lo fanno, almeno, si consigliano: e così accade, sempre con la sospensione e la delicatezza che attraversano l’intero film, specie nelle parti girate lontano dalla grande città, dove non si rischia mai la spersonalizzazione che sprazzi di Roma sembrano invece suggerire stancamente.

Lei mi parla ancora

Spiace lo sviluppo deficitario di uno spunto buono, facilmente radicabile nel sentire contemporaneo, che poteva invadere e condizionare maggiormente la trama, scolpendo svolte e dando adito a manifestazioni originali e dense di una presenza non presenza aperta a modificare la vita di chi la vedeva e di chi non la vedeva. Vorremmo sapere di più su di lei, ciò che è andato bene e ciò che non è andato bene, sui dialoghi notturni, ed in generale su ciò che resta dopo la morte, sul pensiero di un uomo che non cessa mai di sentirsi marito, di professare l’amore come missione sacrale, nemmeno di fronte all’addio definitivo, a maggior ragione di fronte ad un altro uomo che capita nel suo dolore per caso, ha smesso di sentirsi marito e si aggira su se stesso in cerca di qualcosa non ben definito.

Mancano i passaggi a rendere speciale questo dolente romanticismo, un’affrettata necessità di concludere impedisce di volare attraverso la storia, facendo restare la vicenda empatica più nell’immaginazione di chi guarda che non negli accadimenti scenici: sicuramente notevole merito ha Pozzetto, impegnato, come da molti fatto notare, nel suo primo ruolo drammatico (possibile candidatura ai prossimi David di Donatello) a rivelare spesso una fragilità disarmante e totalmente convincente, lui vedovo da undici anni, maldestramente aggraziato di fronte all’intraducibilità di quel dolore.

Lei mi parla ancora

E’ una storia personale ed intima, per chi l’ha scritta e per chi l’ha adattata, toccante in alcuni angoli in cui il passato si camuffa da presente e mostra il suo limite, mentre forte si apprezza quella capacità di avere fede che un sentimento possa essere per tutta la vita, esperienza che non raccontano le nostre, ma le passate generazioni, le stesse che questi giorni crudeli falcidiano senza permettere loro nemmeno il tempo di un saluto. Lei mi parla ancora procrastina la morte, le impone di aspettare, di sedersi e dare la parola a chi si porta via e non ha potuto parlare e a chi si è visto portare via e non ha potuto dire addio. Aveva ragione Pavese, citato da Nino nel congedare Amicangelo, secondo cui l’uomo mortale ha di immortale il ricordo che porta e il ricordo che lascia: bastasse questo a non ammutolire i cuori, saremmo più impegnati a diffondere luce, che a litigarci.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SINOSSI

Dopo 65 anni insieme Nino perde la sua Rina, ma continua a parlarle di notte come se ancora vivesse al suo fianco. Un ghostwriter bussa alla sua porta per raccogliere i ricordi di una vita e farne un libro di memorie. Dramma familiare, dolce, malinconico e schivo come il suo regista, cresciuto in piena pandemia, di cui risente sottrazioni e mancati sviluppi. Ode alla fede che può rendere immortale l'amore, tanto quanto il ricordo, oggetti entrambi attualmente persi di vista e mistificati. Pozzetto regala alcuni momenti di autentica commozione.
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

RIMANI CONNESSO

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