Recensioni FilmLa terra dei figli - Recensione del film postapocalittico

La terra dei figli – Recensione del film postapocalittico

Nel 2021, un nuovo lungometraggio giunge ad abitare lo scenario cinematografico italiano. Si tratta di La terra dei figli, un prodotto senz’altro atipico per il panorama, quello nostrano, in cui si colloca. Il film esplora infatti un genere scarsamente approfondito dal nostro cinema, cioè quello postapocalittico: scenari di distruzione, ritorno ad un’umanità allo stato brado.

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La regia di Claudio Cupellini (Gomorra, Lezioni di cioccolato) lavora su una sceneggiatura scritta da lui stesso insieme a Filippo Gravino (Il primo re, Veloce come il vento) e Guido Iuculano. A loro volta, gli autori si appoggiano sulla base dell’opera fumettistica omonima di Gianni Pacinotti, in arte Gipi. Presentato prima al Taormina Film Fest e poi al Festival di Karlovy Vary in Repubblica Ceca, il film (della durata di poco meno di due ore) è attualmente reperibile per lo streaming su Sky e Now. 

La terra dei figli

La terra dei figli – Trama

In una laguna placida e indisturbata, dentro una palafitta curiosa che sorge in mezzo al più completo niente, vivono un padre (Paolo Pierobon) e suo figlio (Leon Faun). Nel corso delle loro giornate, i due tentano di sopravvivere e procacciarsi cibo percorrendo i canali con la loro imbarcazione. Il figlio, l’unica forma di vita giovane in quell’ambiente, cerca di muoversi d’astuzia per migliorare il proprio status. Dal canto suo, il padre invece gli insegna l’ordine costituito a suon di punizioni e ramanzine.

Il mondo che abitano è stato colpito nel passato da unimprecisata apocalisse, che ha determinato l’estinguersi della vita come la conosciamo (e che il giovane non ha in effetti mai conosciuto). Nella laguna, adesso, non c’è spazio per orpelli sociali: vigono solo l’istinto di sopravvivenza e la legge del più forte. Padre e figlio vivono così assoggettati al comportamento del potente e scellerato Aringo (Fabrizio Ferracane).

I due possono contare solo sull’aiuto della Strega (Valeria Golino), un’abitante della palude cieca ma efficiente. Neanche la Strega riuscirà però a venire incontro alle esigenze del figlio, quando questi si ritroverà solo e riuscirà a mettere le mani sul diario che il padre redige religiosamente. Essendo nato a seguito dell’apocalisse il giovane non sa leggere, ma sente il bisogno di decifrare i pensieri trascritti dal padre. Poiché la Strega, privata della vista, non può dargli le risposte che cerca, il ragazzo fuoriesce dalla bolla relativamente sicura della laguna per trovare, al di fuori di essa, qualcuno in grado di leggergli quanto scritto dal padre.

Nonostante i moniti della Strega però, il figlio scoprirà a sue spese che il mondo esterno sa essere ben più pericoloso dell’ambiente in cui è cresciuto, e nel cercare di portare a termine la sua missione si affacceranno sul suo percorso ostacoli apparentemente invalicabili. 

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La terra dei figli

La terra dei figli – Recensione

Giocare la partita di un lungometraggio nel campo del postapocalittico, quale che sia la nazionalità della produzione è complesso. Questo poiché si tratta di un genere dispendioso in termini di realizzazione e talvolta ostico in quanto a ricezione. Scegliere di farlo in Italia è impresa doppiamente ardua, poiché la traduzione sul genere è pressoché inesistente così come sembra esserlo il pubblico di riferimento.

Non poteva dunque esistere scommessa più difficile per Claudio Cupellini, che lavora con il peso della consapevolezza di un prodotto difficilmente vendibile. Nel caso di La terra dei figli però il ruolo dell’aspetto industriale, certo imperante, non giunge a farsi totalizzante, e il progetto riesce a vedere la luce. Questo accade chiaramente non per mera fortuna, ma grazie ad una coesistenza di un apparato tecnico ottimamente studiato e di un timbro dal respiro internazionale. 

Certo La terra dei figli è ambientato nel nord Italia, lo comprendiamo dal dialetto dei personaggi, ma la desolazione degli spazi e la loro deliberata spersonalizzazione potrebbero collocare la vicenda (quantomeno in relazione ad un piano prettamente visivo) sostanzialmente ovunque. Gli ambienti, così studiati e caratteristici, prima ancora di legarsi al Polesine sono intrecciati ad un universale spirito di distruzione, di postapocalisse.

La sorprendente fotografia di Gergely Pohárnok abbraccia il nucleo esistenziale di queste cornici ambientali e lo esalta, lo eleva ai massimi termini potenziando il già molto chiaro centro identitario del tono, brullo e sperso. Finisce per compiersi così la magia: ci troviamo in modo evidente nel nord Italia, e paradossalmente al contempo potremmo trovarci ovunque. La connotazione geografica si fa insieme minuziosamente specifica lasciando misteriosamente i margini per una ricollocazione universale. 

La terra degli uomini – una scommessa italiana

Che una buona fetta di pubblico apprezzi la fruizione di contenuti postapocalittici è indubbio – basti notare il successo della recente e popolarissima serie Prime Fallout. Che però quello stesso pubblico non sia abituato a fruirne di italiani è altrettanto innegabile.

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La costruzione di La terra dei figli però, lungi dal deludere, aderisce perfettamente in termini visivi a quello che è lo standard internazionale cui siamo abituati. Entro i confini di quest’ultimo, colloca volti – chi più noto, chi meno – segnati dalla disgrazia del contesto. Tutto nelle esistenze dei personaggi è indizio di un andamento ambientale disfatto: dai loro volti alle loro abitazioni, passando per gli abiti che hanno addosso e le esigenze che manifestano. 

Interpreti e scenari vengono accompagnati dalle suggestive composizioni musicali studiate ad arte per il film (e firmate da Motta) delineando un quadro d’insieme decisamente inatteso ma sicuramente convincente nelle sue porzioni. Certo il film non esita a prendersi i suoi tempi, con una narrazione che procede per lunghi respiri e dialoghi cadenzati. Ma, anche a fronte di alcune lievi incertezze, il lavoro di Claudio Cupellini viene inevitabilmente premiato dall’effetto sorpresa che scaturisce dalla sua stessa essenza.

La terra dei figli conferma in ogni sua porzione uno standard visivo elevato e internazionale ma legandosi a doppio filo con una cornice localissima, riuscendo nel mentre ad affrontare un genere pressoché inesplorato per le produzioni del nostro Paese. 

La terra dei figli

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Inserendosi nel panorama nostrano come una scommessa dagli esiti tutt'altro che certi, La terra dei figli può dirsi un prodotto coraggioso e complessivamente vincente.
Eleonora Noto
Eleonora Noto
Laureata in DAMS, sono appassionata di tutte le arti ma del cinema in particolare. Mi piace giocare con le parole e studiare le sceneggiature, ogni tanto provo a scriverle. Impazzisco per le produzioni hollywoodiane di qualsiasi decennio, ma amo anche un buon thriller o il cinema d’autore.

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