La donna che canta è il film del 2010 che ha portato Denis Villeneuve all’attenzione internazionale, prima di Arrival, di Prisoners o di Dune. Conosciuto a livello internazionale con il titolo originale Incendies, è un adattamento dell’opera teatrale di Wajdi Mouawad e racconta una storia fatta di guerra, silenzio e verità difficili da sopportare. Un film lento, che non ha fretta di rivelarsi, come se anche lo spettatore dovesse prendersi il tempo per elaborare quello che vede.
l film è interpretato da Lubna Azabal, Mélissa Désormeaux-Poulin e Maxim Gaudette, tre interpretazioni che reggono l’intera costruzione narrativa del film.
I riconoscimenti non si sono fatti aspettare: ha ottenuto la nomination all’Oscar 2011 come miglior film straniero, ha vinto otto Genie Awards, tra cui Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Attrice ed è stato candidato ai BAFTA, ai César e al David di Donatello. Un film che il cinema internazionale ha riconosciuto subito, anche se il grande pubblico lo ha scoperto più tardi, spesso attraverso i lavori successivi di Villeneuve.

La donna che canta – Trama
Nawal Marwan (Lubna Azabal) muore in Canada, lasciando ai suoi due figli gemelli Jeanne (Mélissa Désormeaux-Poulin) e Simon (Maxim Gaudette) un testamento che è già di per sé uno shock. Vuole essere sepolta senza bara e senza nome sulla lapide. Affida loro due lettere: una per un padre che i gemelli credevano morto, una per un fratello di cui ignoravano persino l’esistenza.
Il rapporto tra Nawal e i figli non era mai stato semplice. Lei era una donna chiusa, distante, quasi catatonica negli ultimi anni di vita. I gemelli non capivano il perché e quella distanza aveva lasciato ferite aperte. Solo dopo la sua morte, con quelle lettere in mano, cominciano a capire che forse non sapevano nulla di lei.
Jeanne parte per il Medio Oriente, sulle tracce della vita della madre. Simon resiste, poi la segue. Insieme ricostruiscono una storia che nessuno aveva mai voluto raccontargli, attraverso flashback che si alternano al presente con grande precisione e senza mai essere bruschi o confusi.

La donna che canta – Recensione
La donna che canta si apre con un’immagine indelebile: un bambino a cui stanno rasando la testa, che a un certo punto guarda direttamente in camera con uno sguardo che brucia di rabbia silenziosa. Sullo sfondo i Radiohead con You and Whose Army? una canzone malinconica, ipnotica, che funziona benissimo. Anzi, è perfetta.
Il film è ambientato in un Medio Oriente fittizio, chiaramente ispirato alla guerra civile libanese, con i suoi conflitti religiosi, le sue persecuzioni, i suoi orrori quotidiani. Villeneuve non fa un film di guerra nel senso classico: usa la guerra come come contesto in cui le vite delle persone vengono piegate, spezzate, stravolte per sempre.
Le sequenze di violenza sono brevi e secche, senza enfasi. Autobus bruciati, persecuzioni, prigioni. Niente è esagerato, tutto è credibile, e proprio per questo fa più effetto. La crudezza non sta nelle immagini forti ma nella normalità con cui certe cose vengono mostrate, come se facessero parte dell’ordine naturale delle cose — che è poi la cosa più spaventosa.
Ma al centro di tutto non c’è la guerra. C’è la verità. Nawal all’inizio del film è un mistero: sappiamo che è morta, intuiamo che porta qualcosa di irrisolto, ma non capiamo cosa. Solo alla fine tutto si chiarisce e con esso il senso del titolo originale. Gli incendi non sono solo quelli fisici che vediamo sullo schermo. Sono le guerre interiori che bruciano dentro le persone e non si spengono mai del tutto, nemmeno con la morte.

Lubna Azabal e il peso di uno sguardo
Lubna Azabal, che interpreta Nawal con una profondità rara, è un’attrice che comunica moltissimo con pochissimo: uno sguardo, una tensione nel corpo, un silenzio prolungato. Nawal ha vissuto cose che la maggior parte delle persone non riesce nemmeno a immaginare e Azabal porta tutto questo sullo schermo senza mai esagerare, tenendo il dolore sempre sotto la superficie, come qualcosa che preme ma non esplode.
Anche Mélissa Désormeaux-Poulin nel ruolo di Jeanne è molto convincente. Il suo viaggio di scoperta coincide con quello dello spettatore: ogni cosa che lei impara, la impariamo insieme a lei, e questo crea un coinvolgimento emotivo che il film mantiene fino all’ultima scena.

Conclusione
La donna che canta è un film che rimane. Villeneuve dirige con una precisione e un controllo che colpiscono. La macchina da presa è sempre vicina ai personaggi, intima, senza mai distaccarsi per fare grandi gesti cinematografici. Osserva e basta. Il ritmo è deliberatamente lento. La narrazione non è frettolosa, non accelera per compiacere lo spettatore, lo porta con sé a passo costante come se stesse camminando insieme ai personaggi.
Il film rimane non soltanto per quello che rivela, sebbene la rivelazione finale siadavvero devastante, ma per tutto quello che costruisce prima di arrivarci. È una storia sulla lotta continua di una donna contro la guerra, l’ingiustizia e il silenzio, una lotta che non finisce con lei ma passa ai figli, alla memoria, alla necessità di sapere.
Villeneuve ci lascia con qualcosa di scomodo: la verità non sempre libera. A volte schiaccia. A volte è più pesante di qualsiasi guerra. Ma cercarla è l’unica cosa che ha senso fare, perché senza verità non c’è pace, e senza pace non c’è niente.
