Arrival

Il melanconico inizio riassume ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà: non solo per quanto concerne la particolarissima tessitura narrativa, pronta a svelarsi progressivamente nel corso dei sempre più rivelatori eventi, ma anche per le atmosfere che permeano nella loro interezza le due ore di visione di Arrival, vera e propria prova di forza da parte del regista canadese Denis Villeneuve, pronto a plasmare il cinema di fantascienza moderno in maniera intelligente e con un autorialismo figlio della concezione tarkovskjana, con in mente precise opere di riferimento del maestro russo come Solaris (1972) e Stalker (1979). E l’esperienza compiuta dal pubblico al giungimento dei titoli di coda, in una sorta di ideale ricongiungimento tra prologo ed epilogo, è di quelle che rimangono impresse nella mente ma soprattutto nel cuore, assimilabile in un’ottica più autoriale e meno “blockbuster” a quella dell’appena di due anni precedente Interstellar (2014) di Christopher Nolan. Anche in quell’occasione infatti l’approfondimento dei rapporti umani all’interno di un contesto sci-fi era elemento fondante ai fini degli eventi, fattore che dal punto di vista empatico accomuna enormemente i due titoli.

Arrival
L’astronave aliena.

In Arrival il contesto parte da premesse più “terrene” nel senso che l’ambientazione ha luogo sul nostro pianeta e l’umanità è vittima / beneficiaria di una pacifica invasione aliena su larga scala. Dodici, gigantesche, astronavi fanno capolino in diverse aree del nostro globo, permanendo immobili senza mostrare belligeranza: per tentare di comunicare con le entità extraterrestri l’esercito americano ha costituito una squadra speciale composta da esperti di diversi settori. Tra i membri selezionati vi è anche l’esperta linguista Louise Banks, reduce da una tragedia nel recente passato riguardante la morte della figlia gravemente malata. La donna si trova così catapultata nel bel mezzo del Montana, dove uno dei velivoli misteriosi è atterrato, in compagnia di un team comprendente anche il fisico Ian Donnelly. Per cercare di comprendere il linguaggio alieno infatti ogni mezzo è ritenuto potenzialmente valido e quando Louise i suoi nuovi colleghi hanno il primo contatto con le creature, soprannominate eptapodi per via dei sette arti di cui sono provvisti, la via per trovare un metodo di comprensione reciproca non è delle più semplici. Con il passare dei giorni, e le parallele missioni pro-conoscenza effettuate negli altri angolo del globo luogo del medesimo fenomeno, la protagonista diventa sempre più abile nella relativo scambio di messaggi, ma al contempo è vittima di inquietanti sogni / allucinazioni nei quali la concezione di spazio-tempo pare assumere nuovi e diversi canoni.

Arrival
Il primo contatto

E non è per l’appunto una via lineare quella scelta dal regista, legittimo adattamento del racconto Storia della tua vita di Ted Chiang: in Arrival ogni dettaglio (a cominciare dal nome palindromo della figlia Hannah) è ragionato e magnificamente disposto ai fini dell’illuminante risoluzione, e molti elementi appaiono ancor più chirurgicamente coesi ad una seconda o terza visione. Villeneuve riesce a creare uno straniante senso dell’attesa che lascia con il fiato sospeso e il groppo in gola, in un mix tra curiosità e apprensione sulle sorti della protagonista e dell’umanità intera: non è un caso che il personaggio di Louise racchiuda in sé sfumature eterogenee e malleabili, rendendola una figura dall’altissimo impatto empatico con cui chiunque può identificarsi.

Gli “enigmi” degli eptapodi alieni

Dal punto di vista registico il cineasta non abbandona le idee cardine del suo cinema, con quel senso di grandezza dato dai numerosi campi larghi e dalle inquadrature virtuose ed imponenti (in questo caso l’impostazione delle architetture aliene permette ancor più di giocare con la molteplicità di sguardi e visuali) che non si limita ad un gratuito spettacolo estetico ma è anzi l’idoneo specchio scenografico delle vicissitudini personali vissute dalla donna, moderna Eva destinata ad un’inaspettata rivoluzione dello status quo globale.

Arrival
Amy Adams e Jeremy Renner

La magistrale colonna sonora firmata dal compianto compositore islandese Jóhann Jóhannsson, deceduto all’inizio del 2018, è pervasa da una struggente e magnetica malinconia, e si rivela il perfetto accompagnamento per le atmosfere mystery che si fanno progressivamente strada nella vicenda. Dopo la parte introduttiva, dal sapore quasi post-apocalittico e più in linea con molte produzioni a tema (seppur già calcata da un minimalismo sofferto e propedeutico al proseguo), Arrival prepara il campo ad un crescente innalzarsi emotivo che raggiunge il suo massimo picco nell’ultima mezzora, con un finale dai profondi significati che non può che scatenare una marea di incisive sensazioni nello spettatore. In un contesto così miracolosamente equilibrato, capace di coniugare le dinamiche di genere in una via d’autore avvincente e mai banale, Amy Adams si muove con un’intensità sempre più rara nel panorama hollywoodiano odierno: la rossa attrice americana sfodera una performance totalizzante, capace di catalizzare sempre e costantemente su di sé l’attenzione anche quando in presenza degli ottimi effetti speciali, con gli eptapodi il cui design è un mix di misterioso fascino e inquieta mostruosità in grado di suscitare stupore e turbamento in egual misura.

Voto Autore: 4.5 out of 5 stars