Recensioni FilmLa cronologia dell'acqua - Recensione del film di Kristen Stewart

La cronologia dell’acqua – Recensione del film di Kristen Stewart

Frammenti, vetri rotti, immagini sospese nella memoria. La cronologia dell’acqua, il debutto alla regia dell’attrice Kristen Stewart (Twilight, Spencer, Love Lies Bleeding) approdato in concorso a Cannes nel 2025, è un ritratto complesso che prova a esplorare la controversa biografia dell’autrice Lidia Yuknavitch, autrice dell’omonimo romanzo da cui riprende il soggetto. Una ricerca per restituire, in modo più o meno convincente, le costellazioni di una vita all’insegna della ricerca della propria narrazione.

Riflettendo il senso di impermanenza e di ciclico rinnovamento tipico dell’acqua.

la cronologia dellacqua

La cronologia dell’acqua – Trama

Il film racconta la vita tormentata della scrittrice Lidia Yuknavitch (Imogen Poots). Padre abuser (Michael Epp), madre alcolizzata (Susannah Flood), Lidia trova la salvezza nel nuoto, l’unico sport che la riconnette al proprio corpo.

Il trauma psicologico la trascina però presto in una spirale di autodistruzione. Perde la borsa di studio per il nuoto, abusa di droghe e alcol, e colleziona relazioni tossiche una dopo l’altra. A salvarla dal fondo sarà la scoperta della letteratura, della scrittura e dell’insegnamento, che le permetteranno di trasformare il dolore in arte e di perdonarsi.

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Un film corporeo e sensuale, tra sangue, orgasmi ed emancipazione

Eraclito già ritrovava nell’emblematica espressione “tutto scorre” il senso dell’esistenza. Un fluire continuo di vicende, situazioni e pensieri, a cui la mente prova a dare una forma unica senza riuscirci. Ciò che colpisce del film è proprio la volontà artistica di Stewart di restituire quel senso di rielaborazione continua delle proprie memorie: attraverso la grana sporca del 16 mm, la fotografia impeccabile, il sound che alterna momenti di stasi a intense frustate acustiche.

La narrazione procede per scatti e lampi, sollecitando i cinque sensi, raccontando un’esperienza umana completa che include anche scene di esplorazione sessuale e di orgasmo femminile, rappresentato integralmente su schermo. Un godimento che è sintomo della riappropriazione di Lidia dopo l’abuso, un grido di libertà che si manifesta nel nuoto e nella scrittura. Due sfere solo all’apparenza molto diverse, ma che si intersecano nella possibilità che danno al corpo di riscrivere la propria storia e raccontarla diversamente, selezionando le immagini che si vogliono mantenere e quelle da obliare, il punto di arrivo e la destinazione. Il diritto di scrivere “di cazzate”, falsificando e compromettendo memorie (felici o dolorose che siano).

Lidia è una ragazza dotata di un’agency propria, narrata senza censure, che vuole essere percepita per la sua autenticità. In alcune scene la camera si stringe a inquadrarla durante momenti intimi e privati, solo per poi rivelare il coinvolgimento di altri personaggi. Testimoniando il diritto a non cedere alla dinamica dello sguardo e a non venirne influenzati, rielaborando le convenzioni sociali e le norme di comportamento e azione. Persino un elemento come il sangue, nella risemantizzazione di Stewart, non è elemento ripugnante o carico di violenza, ma simbolo di esperienza ed emancipazione. Come quello causato da una ferita durante la prima esperienza in bici, o quello mestruale durante un rapporto sessuale.

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La cronologia dell’acqua: cosa non convince

Nonostante le intenzioni di Stewart siano buone e la prima parte risulti scorrevole e interessante a livello di struttura, purtroppo l’insieme non convince del tutto. Innanzitutto per la scelta del voice-over continuo della protagonista, che descrive ogni esperienza e scena mostrata, conferendo sì protagonismo a Lidia ma rendendo il tutto fin troppo didascalico e smorzando il ritmo. Lasciare più ambiguità d’interpretazione avrebbe sicuramente giovato, rendendo meno l’impressione di un esercizio di stile a metà tra le poesie di Rupi Kaur e l’ambiente tumblr.

Il terzo atto è poi eccessivamente dilatato, e finisce per condensare al suo interno fin troppi macrotemi potenzialmente interessanti. Una trasposizione ha un linguaggio diverso da quello letterario, e qui si compie lo stesso errore già riproposto in altri lungometraggi (come per Drive my car) di voler riprendere su schermo ogni particolare e frase del libro da cui vengono tratti. Senza adattare ritmi e strutture all’esperienza visiva della sala, l’effetto “elenco telefonico” rimane dietro l’angolo.

Sembra quasi un lungo videoclip, ai quali Stewart ha già lavorato tra l’altro (con Boygenius: The Film). Un maggiore controllo in fase di produzione avrebbe senz’altro contribuito nel tagliare alcune parti e approfondirne altre, rendendo il tutto più fluido e coeso. Imogen Poots riesce infine a restituire al suo personaggio credibilità, anche se la sua recitazione è a volte fin troppo caricata.

Femminilità ribelle o finta emancipazione?

Ulteriore nota dolente, la rappresentazione del materno e la svolta buonista sul finale. Dopo un ritratto che prevede l’inclusione di scene di masochismo, droga, sesso estremo, alcol e lesbismo, Stewart ripropone infatti inspiegabilmente un concetto di maternità anacronistico. Rompendo l’agency di Lidia, mai negata per tutta la pellicola. L’interazione con l’ultimo marito risulta quasi predatoria, ossessiva per come viene trasposta su scena, e l’imposizione della gravidanza (con la frase “Vedo il potenziale di madre che c’è in te”), quasi vista come un attributo femminile intrinseco, va a frapporsi alla ben più onesta e ben narrata scena di aborto del secondo atto.

La decisione (SPOILER) di riammettere il padre in casa nel finale, lasciando albergare nella propria casa un abuser, non viene poi dissezionata o spiegata, il che porta ancora una volta a creare un cortocircuito con i tratti caratteriali di Lidia visti finora. Il ritorno finale e ciclico all’elemento acquatico, che si ricollega all’inizio ma con una nuova consapevolezza, invece di risultare poetico finisce quindi per sottolineare un’evoluzione del personaggio che non risulta né provocatoria né coerente, ma confusionaria e mal dispiegata.

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Viene quindi da chiedersi se l’attribuire tratti tipicamente maschili alla protagonista per renderla “diversa” e “ribelle” non sia un altro lato della svolta conservatrice finale. Un fatto che rivela come una donna fuori dai canoni finisca comunque per essere reintegrata sui binari di una femminilità pre-costruita. Ideata da uno sguardo di potere esterno che controlla così anche l’ordinario e l’extra-ordinario, cosa è norma e cosa trasgressione.

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La cronologia dell’acqua – Conclusioni

Un’opera prima coraggiosa, che prova a scardinare ritmi e strutture narrative convenzionali del genere autobiografico. Peccato per l’esecuzione, soprattutto del terzo atto, che non risulta del tutto convincente e possiede del potenziale inespresso.

Rimane comunque un buon esordio, attualmente in sala nei cinema selezionati.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Un esordio interessante, che nonostante qualche intoppo verso il terzo atto contiene comunque delle scelte stilistiche interessanti.
Carlotta Pedercini
Carlotta Pedercini
Cresciuta tra film d'animazione, horror e drammi d'autore, per me una buona scrittura viene prima di tutto. Ho un debole per Jason Schwartzman e mi muovo tra Xavier Dolan, Alice Rohrwacher e Nanni Moretti: Megamind, però, rimane sempre la mia Bibbia.

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