Illusioni perdute, la recensione del film di Xavier Giannoli

Presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia e uscito nelle sale italiane lo scorso inverno, Illusioni perdute è ora disponibile in streaming su Amazon Prime Video e su Chili.

Il film di Xavier Giannoli, adattamento del romanzo di Honoré de Balzac, ha riscosso un ragguardevole successo di critica, soprattutto in Francia dove si è aggiudicato ben sette premi César, compreso quello di miglior film.

Illusioni perdute: ancora Balzac nel cinema

La letteratura di Balzac è stata trasposta ampiamente nel cinema, si pensi ai film di Jacques Rivette Out 1: Noli me tangere (1971), La bella scontrosa (1991), La duchessa di Langeais (2006) o, risalendo nel tempo, a Il marchio sulla carne (1942) di Jacques de Baroncelli, attualmente fruibile nel catalogo Netflix. L’opera dello scrittore francese, in particolare il ciclo de La commedia umana, non può del resto che rivelarsi una fruttuosa fucina cinematografica per la quantità di storie appassionanti con ricchi scenari che, a parte la dimensione più strettamente artistica, sono uno specchio dettagliato e realistico della società del tempo (di recente uscita, sul tema, è il volume Balzac à l’écran, curato dalla critica Anne-Marie Baron). Lo stesso Éric Rohmer ne consigliava la lettura, assieme con quella di Dostoevskij, ai futuri registi.

Giannoli da questa inesauribile fonte sceglie di adattare Illusioni perdute, storia del giovane Lucien de Rubempré, uno dei personaggi balzachiani che più ha avuto fortuna e influenza nel panorama letterario successivo (basti rammentare la predilezione per lui di Oscar Wilde)

La sua storia è un itinerario autodistruttivo tra illusioni e disinganni nella capitale francese, una febbrile Parigi post-restaurazione, miraggio per giovani di provincia, come Lucien, fanatici esteti, cultori di bellezza e di ambizioni letterarie.

Illusioni perdute
Benjamin Voisin

Illusioni perdute: il potere della stampa

Il giovane poeta Rubempré – interpretato da un bravissimo Benjamin Voisin – dalla provinciale e angusta Angoulême, dove lavora come tipografo, si trasferisce a Parigi, illudendosi così di lasciarsi alle spalle maldicenze e differenze di ceto, particolarmente accentuate negli ambienti rurali. Nella vorticosa Parigi sarà però costretto ad accantonare le proprie velleità letterarie per venire a patti con il mondo frenetico degli ambienti giornalistici.

Dopo essere stato respinto dalla sua amante e sostenitrice della prima ora, Madame de Bargeton (Cécile de France), sobillata dalla potente e cinica Marchesa d’Espard (Jeanne Balibar), Lucien incontra Lousteau (Vincent Lacoste), redattore del giornale satirico Le Corsaire. Questi, altro scrittore di provincia che a Parigi ha ben presto rinunciato ai propri sogni di gloria, instrada Lucien nella carriera giornalistica, professione dove la parola, avendo un suo prezzo, perde ogni sacralità e moralità. Così Lucien, da poeta e letterato, si converte via via a una carriera di scrittore prezzolato, nella quale si mescolano gossip e diffamazioni, recensioni di libri e di spettacoli teatrali, concordate in anticipo secondo un preciso tariffario, e fake-news, non senza praticare anche la calunnia (secondo un sistema noto nel nostro tempo come ‘macchina del fango’). Impaziente di rivalsa nei confronti della cerchia dei nobili che lo hanno emarginato ed escluso perché privo di lignaggio, Lucien acquista fama di giornalista, ma sconta questa affermazione professionale con lo smarrimento e infine la perdita della propria storia personale.

Illusioni perdute
Benjamin Voisin e Vincent Lacoste

Allontanandosi così dalla dimensione di ingenuità caratteristica delle aspirazioni degli anni giovanili, Lucien si ritrova immerso in un paesaggio culturale cittadino cinico, senza scrupoli, alienante, carico d’invidie e di risentimenti nei confronti del talento autentico e dei reali meriti personali. Nonostante l’accorato monito dello scrittore nemico/amico Nathan D’Anastazio (Xavier Dolan), che lo esorta a dedicarsi allo spettacolo dei salotti e delle cerchie parigine senza però perdere il contatto con la letteratura e i suoi valori, Lucien si lascia invece adescare e sedurre da quel mondo scintillante di ricchezza, nel quale dinamiche consumistiche e mercantili (non diverse da quelle diffuse nella nostra epoca) intaccano, snaturano e corrodono non soltanto la dimensione più vera della scrittura – basti qui il cenno all’editore semianalfabeta Dauriat (Gérard Depardieu) –, ma anche i valori spirituali ed etici ad essa sottesi, degradati a fatti puramente meccanici e materiali. Lucien insomma paga lo scotto del conflitto ottocentesco (prolungatosi sino ai nostri giorni), vissuto in prima persona dallo stesso Balzac, tra stampa e letteratura; una contrapposizione manichea dove il destino della parola è quello o di darsi al consumo effimero, alla polemica, alla chiacchiera o di rimanere ferma nell’orizzonte dell’arte e quindi della universalità. Perché, se per emergere nel giornalismo sono indispensabili doti di rapidità ed economia di scrittura anch’esse frutto di studio e non di sola improvvisazione, il potere crescente della stampa, la velocità dei ritmi che essa esige ed impone, gli interessi dei proprietari dei giornali (riconducibili, nella Parigi di Lucien, alle rispettive sfere di influenza dei partiti monarchico e liberale) trasformano il giornalista in un salariato corrotto e senza scrupoli, in un pennivendolo che si prostituisce per il miglior offerente.

Illusioni perdute: una storia attuale

Giannoli coglie nel segno enfatizzando sul fatto che la storia di Lucien parla anche a noi, oggi che al potere della stampa si è affiancato quello di ben più potenti mezzi di comunicazione (tv, web e social), nel cui universo la funzione della parola si è via via relativizzata, spesso riducendosi a segno evanescente, a oggetto da usare, consumare e infine rimuovere con facili e frettolosi click. La parabola del giovane di provincia Lucien, costretto a rinnegare se stesso e a sprofondare nell’eccesso per esorcizzare il proprio fallimento esistenziale, è anch’essa attuale, come ricordano appunto le parole di Balzac poste al termine del film, dedicate al brusco, traumatico risveglio dalle illusioni dell’età giovanile.

Illusioni perdute
Benjamin Voisin, Salomé Dewaels, Xavier Dolan, Cécile de France e André Marcon

Illusioni perdute è una ricostruzione esemplare e avvincente della Parigi della metà del XIX secolo, che riesce a ben definire, con ritmo perfettamente scandito, gli sviluppi psicologici e sentimentali dei personaggi, a partire dal protagonista Lucien; ed è suggestivo, per analogia di atmosfere, avvicinare il film di Giannoli a Le relazioni pericolose (1988) di Stephen Frears (con John Malkovich, Michelle Pfeiffer e Glenn Close), pellicola tratta dall’omonimo romanzo di fine Settecento di Choderlos de Laclos.

Da menzionare infine l’ottima prova offerta dal cast, soprattutto le interpretazioni intense ed efficaci di Benjamin Voisin (che già si era fatto notare positivamente in Estate ’85 di François Ozon), di Vincent Lacoste (ormai volto affermato del cinema francese) e del noto regista canadese Xavier Dolan, qui con ruolo di attore.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Adattamento dell’omonimo romanzo di Balzac, Illusioni perdute narra la vicenda di Lucien de Rubempré, giovane di provincia che sogna la gloria letteraria a Parigi. Nella cinica capitale francese, tra ingenuità e follia, finirà per perdersi e votarsi all’autodistruzione.
Giulia Angonese
Giulia Angonese
Mi dedico al cinema con passione e continuità, cercando sempre di cogliere dinamiche di pensiero e atmosfere sottese agli intrecci narrativi.

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