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Ichi the Killer, quando la violenza estrema non è fine a sé stessa

Takashi Miike dirige un film ormai diventato cult in cui sadismo e splatter si mischiano in un thriller adrenalinico

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Tratto dall’omonimo manga di Hideo Yamamoto, autore tra gli altri del gioiellino Homunculus, il prolifico Takashi Miike (un regista con all’attivo circa 100 tra film ed episodi diretti) sconvolge il mondo nel 2001 con Ichi the Killer un film tanto disturbante e iperbolico, quanto potente nel raccontare il Giappone nelle sue sfaccettature più oscure.

Lanciato dal successo di Audition del 1999, e con altri quattro film in uscita nel 2001, con Ichi the Killer, Miike regala forse la sua opera più cruda, sicuramente quella in cui si è sentito più libero di far scorrere il sangue, complice anche l’adattamento da un manga già di per sé molto brutale.

Ichi the killer

Ichi the Killer, una storia di Yakuza

Immagini di una città-metropoli che scorrono velocissime, il dettaglio della ruota di una bicicletta, un gruppo di mafiosi che discute del proprio capo, un pappone che picchia una delle sue prostitute, uno psicopatico che li spia dalla finestra, dei confusi flashback di uno stupro a scuola, il titolo del film che compare su una traccia di sperma lasciata dal misterioso guardone. Così inizia Ichi the Killer, con una tempesta di immagini e violenza che da subito settano quello che sarà il tono di tutto il film.

Dopo la sparizione di un importante boss della mafia giapponese, Anjo, e della sua donna, tutti credono che questo sia un traditore in quanto con lui sono spariti anche 300 milioni di yen. Il suo luogotenente, Kakihara (Tadanobu Asano), un uomo pieno di piercing e cicatrici in faccia, capace di allargare il proprio “sorriso” fino ad assomigliare quasi a un serpente, non crede però a questa versione. L’uomo, che capiamo da subito avere delle forti pulsioni masochistiche, inizia quindi a indagare con i suoi su un possibile rapimento del loro capo.

Ma il pubblico sa da subito come sono andate realmente le cose: Anjo è stato brutalmente assassinato da Ichi (Nao Ōmori), un ragazzo fortemente disturbato e con evidenti problemi comportamentali, ma abilissimo nell’uccidere le persone con una lama nascosta nella sua scarpa. Ichi si contraddistingue, oltre per l’efferatezza e la brutalità dei suoi omicidi, per un malsano sadismo che lo porta a masturbarsi nei luoghi in cui consuma le sue violenze. Il ragazzo viene manipolato Jijii (Shinya Tsukamoto) un misterioso individuo che sfrutta una sorta di ipnosi per indurre Ichi a uccidere i suoi obiettivi.

Ichi the Killer racconta quindi di vendetta, di questioni tra gang criminali, ma anche di perversioni e feticismi insiti nell’uomo e nella società giapponese contemporanea a Miike.

Il non-protagonismo

Una delle prime peculiarità della storia di Miike è che praticamente non ci sono dei veri protagonisti: nell’iconica locandina ufficiale vediamo il sorriso sardonico di Kakihara, che ci accompagna anche per la prima parte di film, ma questo risulta essere più il villain della storia che il suo protagonista. Il titolo poi porta a identificare le peripezie di Ichi come il principale focus narrativo della storia, ma in realtà fino al 25esimo minuto a schermo, il killer appare soltanto per pochi secondi e mai inquadrato in volto. La storia di bullismo del piccolo Takeshi (Hiroshi Kobayashi), figlio di Kaneko (Hiroyuki Tanaka, meglio conosciuto come Sabu, regista di grandi film come Mr. Long), ex poliziotto, ora sottoposto di Kakihara, potrebbe far pensare a lui come veicolo del senso più profondo della pellicola, ma anche in questo caso, non è così.

In Ichi the Killer non ci sono buoni: i personaggi più scaltri e intelligenti hanno un secondo fine e un tornaconto personale, mentre i più violenti sono portatori di una follia sadica quasi disumana, per cui la ricerca della vendetta finisce per essere più una scusa per poter mietere vittime che una reale motivazione. Lo stesso Kakihara vuole ritrovare Anjo non per fedeltà o onore, ma bensì per uno scopo più egoistico: il boss è infatti l’unica persona che picchiandolo riesce a fargli provare piacere, un piacere malato, ma allo stesso tempo necessario a mantenerlo in vita.

Non ci sono quindi veri protagonisti nel film di Miike, forse per evitare il rischio di un’identificazione da parte del pubblico in uno dei personaggi, forse perché effettivamente non ce n’è neanche bisogno. Al regista interessa puramente quello che viene mostrato, a patto che si riesca a indirizzare lo sguardo oltre i fiumi di sangue e budella verso una consapevolezza più intima e profonda.

Ichi the killer

La violenza come specchio della società

Nel cinema siamo abituati ormai da anni a veder mostrata la violenza: carnale, fisica, psicologica. Tutti questi tipi di violenza hanno avuto un loro riflesso nel cinema con film validi e meno validi, alcuni addirittura in capolavori. Ma il rischio di un uso smodato di violenza, specialmente se si sfocia nel genere splatter, è quello che di risultare fini a sé stessi, piatti, desiderosi di generare fiumi e fiumi di sangue più per un vezzo mostrativo che per una reale ragione logica. E questo è ciò che spesso accade in opere seppur validissime, ma che non riescono a raggiungere il pubblico a un livello più intrinseco.

Ichi the Killer sembra andare in questa direzione per quasi tutta la durata del film, ma pian piano lo spettatore inizia a percepire la presenza di un sottotesto che non si limita a una passione esagerata per il gore. Il film di Mike racconta infatti di vouyerismo, di feticismi vari, e mette in scena una violenza eccessiva che vuole essere in realtà uno specchio della società contemporanea all’autore (e a Yamamoto, l’autore del manga da cui è tratto).

Un Giappone frammentato, frenetico, con città enormi in cui si possono trovare cose bellissime e allo stesso tempo luoghi come il distretto in cui è ambientato Ichi the Killer, in cui le uniche cose mostrate sono criminalità, prostituzione, violenza e bullismo. Un sadismo che è anche quello delle televisioni, in cui i notiziari raccontano di morte e distruzione proprio prima di una pubblicità in cui possiamo vedere una famiglia felice sedersi a tavola.

Ichi the killer

La disgregazione dei rapporti umani

Anche i rapporti umani sono logori nel film di Miike, con un Ichi che ha una sorta di patrigno che lo sfrutta, con Karen (Paulyn Sun) la bella prostituta che cambia uomo a convenienza in quanto attratta da un certo tipo di violenza, con Kaneko che non trova mai tempo per stare con un figlio impaurito dal terribile mondo che lo circonda, ma finisce per offrirgli, come ultima immagine di sé, il suo collo che spruzza fiotti di sangue.

Lo stesso figlio di Kaneko, il piccolo Takeshi, abbandonato dalla madre e con un padre che da poliziotto è ormai diventato un gangster, vive l’illusione di un’amicizia con Ichi. Anzi, arriva addirittura a vederlo come un modello da seguire, una persona forte che possa farsi valere contro le avversità della vita. Un po’ come lo stesso Kaneko che rivede sé stesso in Ichi mentre viene picchiato da un buttafuori e decide per questo di aiutarlo.

Tutto precipita però quando Ichi si rivela per quello che è: un mostro profondamente disturbato che finisce per uccidere l’uomo che lo ha aiutato davanti agli occhi di Takeshi.

Una devastazione dell’umanità che diventa quindi dis-umanità, che rimane certo iperbolica ed esagerata, ma che nel profondo racconta un disagio purtroppo così tremendamente attuale anche oggi, a distanza di più di 20 anni dall’uscita del film.

Ichi the Killer, delle interpretazioni magistrali

Adattare un manga non è mai facile per un cineasta: occorrono infatti riferimenti, citazioni, un’estetica che riporti in qualche modo a quella del mangaka. E dobbiamo dire che Miike è riuscito a cogliere abbastanza bene tutti questi elementi, ma le difficoltà maggiori sono sicuramente quelle incontrate dagli attori che devono replicare un personaggio che non esiste nella realtà, con caratteristiche spesso caricaturali e inumane difficilissime da riportare sullo schermo.

Il lavoro fatto dagli attori di Ichi the Killer è invece incredibile, con un Nao Ōmori capace di replicare alla perfezione il carattere di Ichi, lavorando su un inquietante sorriso e il pianto facile che contraddistingue il personaggio. E anche tutto il resto del cast si difende bene, riuscendo a offrire mimiche facciali che ricordano molto quelle dei disegni di Yamamoto.

Ma a rubare la scena è per forza di cose Tadanobu Asano che eleva il personaggio di Kakihara a vera e propria icona di tutto un tipo di cinema. Un sorriso mefistofelico, una sconvolgente passione per il dolore e la violenza fisica, un utilizzo del corpo (e dei costumi) che certe volte sembrano portare lo spettatore verso un prodotto animato piuttosto che un live action.

Un lavoro eccelso, specialmente nella caratterizzazione, che risulta fedelissimo al manga, seppur con qualche lieve modifica che addirittura esalta i vari personaggi (ad esempio i capelli biondo platino di Kakihara che nel manga sono invece scuri).

La regia di Takashi Miike

In Ichi the Killer, la macchina da presa è come se vivesse due vite diverse, distinte e contraddittorie. Si passa da vorticosi movimenti di fronte alle scene d’azione, ad altri molto più lenti, fino a inquadrature fisse, anche piuttosto lunghe, durante i dialoghi.

Un ritmo che quindi assomiglia a quello delle montagne russe, con momenti velocissimi e concitati, e altri lenti e meditativi, che invitano lo spettatore a una riflessione più su ciò che viene detto rispetto a ciò che viene mostrato.

Lo splatter e le scene spesso esagerate riprendono un certo stile nipponico di quegli anni, ma come detto in precedenza, alla fine dei conti, non risulta essere fine a sé stesso. Anzi, finisce anche per essere uno dei più grandi punti di forza dell’intera produzione. Il tutto è pervaso poi da un’ironia di fondo che appartiene a Miike (e al manga da cui è tratto) che riesce a de-drammatizzare anche le scene più cruente.

Infine, c’è da dire che alcuni momenti del film sono divenuti veramente iconici, come la tortura dell’uomo appeso con dei ganci da carne, o Kakihara che si taglia la lingua come gesto di scusa per il suo errore. Scene che hanno anche ispirato e condizionato altri autori tra i quali spicca Quentin Tarantino che non ha mai nascosto il suo amore per il cinema di Miike (e con cui ha collaborato in Sukiyaki Western Django).

Ichi the killer

Conclusioni

Pensare oggi a un’opera come Ichi the Killer, anche nei confini del Sol Levante, notoriamente molto più tolleranti nel mostrare un certo tipo di brutalità, sarebbe impossibile. Ma non perché non esista più questa eccessiva esposizione alla violenza, anzi, presumibilmente sarebbe ancora più potente e permeante al giorno d’oggi. È però la sensibilità del pubblico a essere mutata e ciò probabilmente non permetterebbe neanche la produzione di un’opera che racconta il sadismo in una maniera così schietta.

Ichi the Killer non è un film per tutti, anzi, occorre avere uno stomaco discretamente forte per poterne affrontare la visione, ma se rientrate in quella categoria di persone, stiamo parlando di un’opera capace negli anni di raggiungere una nicchia sempre più folta, tanto da essere di fatto considerata un cult.

Certo, un finale un po’ caotico e poco chiaro, con alcuni effetti speciali che sono al limite del comico, non permettono a Ichi the Killer di elevarsi a capolavoro, ma resta saldamente uno dei film più belli della filmografia di Miike e allo stesso tempo una delle esperienze cinematografiche più assurde che potete trovare in Oriente.

PANORAMICA

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazione
Emozioni

SOMMARIO

L’opera di Takashi Miike è un thriller, splatter, noir che ibrida tutti questi generi e racconta una storia di violenza e brutalità fedelissima al manga da cui è tratto. Con una regia magistrale e delle interpretazioni di altissimo livello, specialmente quella di Tadanobu Asano, Miike è stato capace di raccontare il Giappone dell’epoca portando agli estremi tutti i problemi di cui la sua terra natale soffre, regalando infine al pubblico un film non per tutti, ma che sa colpire al punto giusto chi ha il coraggio di affrontarne la visione.

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