I Basilischi (1963) è un film scritto e diretto da Lina Wertmüller.
Dopo l’esperienza come aiuto regista di Federico Fellini per il film 8½, debuttò come regista proprio con I Basilischi, di cui curò anche il soggetto e la sceneggiatura. Le riprese del film furono svolte in un paese del Sud, al confine tra Puglia e Basilicata.
Le origini lucane della Wertmüller hanno contribuito, senza dubbio, alla realizzazione dell’opera. Il padre, infatti, veniva da Palazzo San Gervasio. L’ispirazione che portò alla creazione del film è stata l’inevitabile conseguenza di una visita fatta nel paese d’origine. Fu per lei la scoperta di un mondo, di una parte d’Italia tagliata fuori, da guerre e storia.
Lina Wertmüller è stata la prima donna nella storia a essere candidata all’Oscar come migliore regista, per il film Pasqualino Settebellezze (cerimonia del ‘77). Le candidature prevedevano anche quella di miglior film in lingua straniera e miglior sceneggiatura originale. Dopo anni e anni di successi, nel 2020, vinse finalmente la statuetta con un Oscar alla carriera!

I Basilischi – Trama
Francesco (Stefano Satta Flores), Antonio (Antonio Petruzzi) e Sergio (Sergio Ferrarino) sono tre giovani benestanti di un paese del Sud Italia, situato al confine tra Puglia e Basilicata. Le loro giornate scorrono vacue da ogni piacere e dispiacere, senza il susseguirsi di particolari eventi, all’insegna di apatia, provincialismo, tradizione, pensieri e critiche.
L’arrivo degli zii di Antonio e di una fotografa (Flora Carabella) sconvolge momentaneamente gli equilibri e la noiosa routine dei ragazzi. Antonio vivrà per un brevissimo periodo la possibilità di un nuovo inizio nella Capitale, ma la vita e i rituali di paese radicati nel suo essere lo riporteranno indietro, in un punto di partenza che non parte mai.
I Basilischi – Recensione
In questo film sono visibili quei tratti, quelle peculiarità e stili ritrovati anche in quelle opere successive, che hanno costellato la brillante carriera della Wertmüller. L’ironia irriverente, i dialoghi e le azioni dissacranti, schiette, spontanee e dirette in Pasqualino Settebellezze, in Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto o in Io speriamo che me la cavo. Ma anche la malinconia, la tenerezza e la tristezza o la profondità di quei finali senza lieto o brutto fine. Così. Liberi di essere. Scevri da schemi e senza retorica.
L’inizio si presenta con la voce di un bambino che canta Let’s Twist Again di Chubby Checker e in una scena successiva lo si vede anche ballare, solo, in una piazza del paese, come se fosse l’unica anima realmente in movimento in un luogo fermo e stantìo. Viene inevitabile il confronto con un’altra scena in cui Sergio ascolta la stessa canzone, ma resta immobile, come in uno stato catatonico.

Le musiche del Maestro Morricone accompagnano fin da subito i vari fotogrammi della pellicola e la voce narrante di Maddalena (Enrica Chiaromonte) presenta la situazione, sia del paese che delle persone, in un originale monologo iniziale. Alla controra tutti dormono (o quasi). Dorme il barbiere, il farmacista, Don Ciccio, la prostituta di Ferrara. Dormono tutti, tranne lei, che parla o Donna Ada, che fa i conti, o la ballerina romana che ha sposato Don Ciccio e la dottoressa. Lei non può.
“È autodidatta, di umili origini e donna. Deve studiare e deve sapere più degli altri sennò qua se la mangiano viva”. Il sacrificio senza successo è accettato, ma il sacrificio con successo, nel luogo d’origine, è quasi una condanna. “È la controra di un giorno d’estate, ma pigliamo un giorno qualsiasi, dell’anno scorso, o forse dell’anno prossimo. Tanto è lo stesso”.
I Basilischi – La malinconia immutabile
L’eterno dilemma dell’emigrante. Nasce sapendo che un giorno, un po’ per necessità, un po’ per volere, se ne andrà. In un costante limbo, a metà tra la terra che gli ha dato i natali e quella che l’ospiterà. Senza far mai troppo parte né dell’una né dell’altra o inglobando entrambe, eternamente incompreso, sia da chi ne vive solo una, sia da chi ne vive solo un’altra.
“Non dobbiamo scappare, non dobbiamo andare via. È qua che devono cambiare le cose. Se ce ne andiamo tutti, qua, chi resta?!”. Antonio se ne va a Roma e Francesco: “Beato te. Però poi torna, non fa scherzi”. Mentre un figlio parte, un altro ritorna, perché sta male e solo giù gli sanno fare il malocchio.

“E Antonio se ne parte. Così succede. Anche a un lucertolone come Antonio, tormentato su queste pietre, un bel giorno arriva il destino vestito da zizìa e se lo porta via e ci lascia tutti dietro alle spalle, a me, alla cooperativa, a Francesco, a Sergio, a tutti i fatti, le persone, le parole del paese che sono state fino ad oggi le sue giornate. Via, verso Roma, lontana, favolosa”.
Partire è sempre un po’ come morire, diceva Edmond Haraucourt.
I Basilischi – Progresso Vs Tradizione
“Andate piano, non correte, non correte!”. Ripete più volte il papà di Antonio, mentre il figlio parte con gli zii verso Roma, come a voler fermare con le mani un tempo che scorre, che va avanti e più veloce delle sue regole.
Il contrasto costante tra progresso e tradizione si ripete nelle battute dei personaggi, nella gerarchia sociale e nella caratterizzazione dei caratteri. La sceneggiata sulle 1000 lire che fa il papà di Antonio, il suo orgoglio nell’essere umile (nonostante la sua posizione privilegiata); la nobiltà decaduta, la contessa pisana che osanna ancora lo schiavismo, quando Maddalena e Francesco chiedono sostegno per la loro cooperativa.
La ballerina di Roma che se ne va, ad un certo punto. Mai integrata in un contesto che rifiuta, perché non capisce. Si libera da un ambiente che la divinizza, senza averle mai concesso una vera e propria integrazione, proprio perché non comprende la sua posizione o il suo ruolo. A differenza della prostituta di Ferrara che è ormai una parente, perché ha avuto cinque figli dagli uomini del posto.

Tradizione Vs Progresso
Le critiche velate o esplicite della Wertmüller non sono mai giudicanti. Lei mostra la realtà, anche in maniera grottesca, di quello che racconta e non prende mai una posizione (o è brava a non farlo capire). La polemica che fa la fotografa non trova riscontro. Il suo atteggiamento saccente e superiore viene respinto con nonchalance. Prima di partire critica la puzza del posto. Guarda dall’alto, ostentando un misero intelletto. È semplice additare ciò che non si comprende.
Non si capisce mai fino in fondo quale sia il vincitore nello scontro tra progresso e tradizione. “Prima tutti tenevano il porco in camera da letto insieme con le galline e il ciuccio e ogni famiglia il salamino se lo faceva. Poi è venuto il progresso, ha detto che il porco in camera è incivile. Hanno tolto il porco e addio al salamino!”. “Tu scherzi Antò! Magari arrivasse il progresso, quello vero, qua da noi”. Risponde Maddalena.
Francis Ford Coppola diceva che quando vedi la Basilicata dal cielo vedi “la terra come doveva essere”. Nonostante i progressi, ancora oggi, in Basilicata, il rifiuto del moderno non viene visto come nota di demerito, ma come motivo di orgoglio. Un tratto distintivo che ha contribuito ad accrescere il fascino di una terra antica e misteriosa.
Così si muore
Ad un certo punto del film l’attenzione cade sopra un’immagine. Un cartello di critica sulla paga misera di un bracciante riporta la scritta Così si muore. Uno degli aspetti più toccanti e potenti de I Basilischi è proprio la rappresentazione della morte, concreta e simbolica.
Morti sono i circoli politici a schiera, dove si parla di tutto, di idee e ideali, dove si gioca a carte, si citano filosofi e scienziati, dove la gente chiacchiera, ma nel concreto non si fa nulla. Non cambia nulla. Morto è il discorso che fa il fratello di Francesco (Tutti poveracci. Basta che io sto sopra e voi sotto. Basta che io comando). Morto è il sogno di Maddalena (creare una cooperativa o andarsene).

Struggente e orgoglioso il gesto suicida di Donna Rosa. Bacia la foto del defunto marito e si getta dal balcone. Accompagnata dalle urla di una signora che la vede, prima di lanciarsi, la invita a fare silenzio con l’indice della mano sulla bocca. Se ne va così una donna, forse metafora di un popolo, che non fa rumore, che ama, vive e muore nel silenzio. Con dignità e sofferenza.
Conclusioni
La voce narrante di Maddalena conclude così I Basilischi:
“Se stai dietro agli altri non ti muovi più, dice Antonio. E dice che lui subito se ne vuole andare a Roma. Ma quando la sveglia ha suonato la mattina alle 6.00, perché doveva andare a Bari per spostare l’iscrizione all’Università, si è voltato dall’altra parte. Ha rimandato. Domani. [..] Parla, parla, chè non partirai più. Tutti l’hanno capito. E pure lui. [..] Può essere che ad Antonio gli manca qualche cosa o forse ci manca a tutti noi. È per questo che la nostra vita passa e facciamo così poco. Così poco. Oppure siamo quelli che la razza, il clima, il luogo, la storia, hanno voluto che fossimo, come dice quel grand’uomo del sud (Giustino Fortunato). Antonio continua a parlare di Roma e Francesco continua a parlare della cooperativa. E Roma e la Cooperativa sono diventati un argomento solo per chiacchierà, perché qua si chiacchiera tanto. S’ chiacchiera, s’ chiacchiera”.
