Hollywood Party, la commedia slapstick per eccellenza

L’esilarante commedia diretta da Blake Edwards, che con il disastroso e adorabile attore indonesiano Hrundi V. Bakshi, creato da un magnifico Peter Sellers, ci ha regalato un personaggio indimenticabile.
Hollywwod Party entra di diritto tra i capolavori del cinema, regalando allo spettatore uno spettacolo di comicità unico ed inimitabile, consegnandosi alla storia come la regina delle commedie slapstick per eccellenza.

Hollywood Party

Blake Edwards esce, con Hollywood Party, per la prima volta allo scoperto, dopo aver frequentato il genere comico, ma anche il giallo e il mèlo.
Hollywood Party è infatti la prova generale del successivo S.O.B., atto d’accusa contro Hollywood, molto più diretto e per questo forse meno efficace.
Peter Sellers, quando gira Hollywood Party, è già stato diretto due volte da Stanley Kubrick (Lolita, 1962 e Il dottor Stranamore, 1964) e con Blake Edwards ha interpretato i primi due capitoli della saga dell’ispettore Clouseau (La Pantera rosa, 1963 e Uno sparo nel buio, 1964), ma per Hollywood Party l’attore inglese resuscita un personaggio che aveva inventato per la televisione britannica; una mina impazzita fin dalla prima inquadratura, che ruba la scena in un crescendo di una dissacrante follia esplosiva.

Hollywood Party
Peter Sellers è Hrundi Bakshi

Hrundi V. Bakshi, attore indiano, si ritrova a fare la comparsa in un remake del kiplinghiano Gunga Din. Il suo ruolo è ovviamente minimo: è una vedetta su una collina che, vedendo arrivare i nemici, suona la tromba per avvertire i suoi, prima di morire crivellato di colpi. Solo che Bakshi non vuole sparire dallo schermo e, dopo morto, resuscita suonando per ben tre minuti la sua tromba, fra la disperazione della troupe.

Vale la pena raccontare l’incipit del film di Blake Edwards per precisare subito la doppia anima: commedia slapstick, esplicito omaggio al cinema muto (di cui Edwards aveva già ritrovato i ritmi esasperati ne La grande corsa) ma al contempo anche satira dello star system e dramma sull’emancipazione del diverso (in fondo siamo pur sempre nel 1968), che non riesce a farsi accettare nella società del denaro e dell’apparenza.

Il cameriere ubriaco

L’impagabile Hrundi Bakshi si muove leggero in un mondo di amabile follia. Curiosamente affine allo spirito iconoclasta del suo interprete, Peter Sellers.
Bakshi/Sellers si ritrova, suo malgrado, in un luogo di perdizione che brama continuamente potere, senza nascondere i vizi. E lui, vero One Man Show del party, mosso dalla continua curiosità di svelare il trucco, smonta pezzo per pezzo la Hollywood dei potenti magnati, fino a farla collare in un esplosione di gag fatte di silenzi, sguardi furtivi e improvvisazioni collaterali.
Ogni gesto di Bakshi, ogni parola, ogni semplice sguardo, come perso nel vuoto, è lo straniamento dell’individuo sessantottino che rifiuta il sistema e non fa nulla per nasconderlo, fino alla catarsi finale. Dove tutto il sistema sprofonda in una nebbia infernale fatta di bolle di sapone, che inghiotte Hollywood e i suoi burattini.

Hollywood Party

Anche se l’accoppiata Edwards-Sellers è essenzialmente legata alla fortunata serie della Pantera Rosa, Hollywood Party resta il loro film più alto e complesso, e in gran parte anche quello più sottovalutato ai tempi, mentre ad oggi assunto a capolavoro tra le più importanti pellicole del cinema del ‘900.
All’insegna di un alto virtuosismo registico (Edwards non molla mai la macchina da presa su Peter Seller, lasciandogli ampio spazio per l’improvvisazione), il film, che dopo il preludio racconta le disavventure di Bakshi a un party nella villa di un potente produttore, è ambientato in unico spazio, resta fedele alle unità aristoteliche ed è puro cinema anarchico e distruttivo: gag a ripetizione, personaggi cinicamente perfetti (tra i più divertenti, il cameriere che si scola i drink rifiutati dagli ospiti), e un ritmo sadico ed esagitato da cartone animato, alternato con studiati e atroci rallentamenti, come la lunga scena, decisamente da antologia, in cui il protagonista cerca disperatamente di raggiungere la toilette, sempre interrotto dall’estenuante esibizione di un chitarrista.

Se Edwards smaschera dietro la comicità primordiale l’orrore e la vacuità della società dello spettacolo, Sellers rinuncia al fregolismo che caratterizza gran parte dei suoi film per concentrarsi su un unico magistrale personaggio, fatto di sottrazioni ed improvvise iperboli al limite della follia, un seminatore di caos e di distruzione, che è allo stesso tempo un alieno gentile, emblema di poetica e fragile diversità.

Voto Autore: 5 out of 5 stars