Home Horror His House: la casa di chi?

His House: la casa di chi?

Viene difficile da pensare qualcosa che sia più scontato e quasi ad un certo punto oggi respingente , nel genere horror,  del fare un film su di una casa infestata da una presenza soprannaturale.  Perché di case; siano esse nuove, antiche, diroccate, disabitate, vecchie e fatiscenti,  amorfe, infinite e  labirintiche e sotterranee, ne abbiamo viste di tutti i colori e in tutte le salse. La casa, luogo  familiare e sicuro per eccellenza,  la casa come protezione e pacificazione della famiglia e dell’individuo, la casa come  luogo conosciuto nella sua interezza e tenerezza rende facilmente attuabile quell’ossimoro emozionale necessario per la creazione di suggestioni e terrore. Il brivido lungo la schiena che se da un lato costringe, seppure soltanto per un microsecondo, a girarsi dalla parte opposta per non voler vedere, tuttavia si vuole continuare  a vedere continuamente.  Perdutamente. In un climax che non ha soluzioni, ma soltanto meccanica rivisitazione della nostra vita emotiva in parte a noi sconosciuta, in parte semiconosciuta  o deformata, questa nostra vita emotiva cablata e svelata nell’ossimoro stesso che è il genere horror in senso lato,  desiderio che vuole scoprire di più, desiderio che vuole. Gradatamente. Eppure, anche se difficile trattando una casa,  ne viene fuori un discreto prodotto emozionale , una godibilissima oraemezza di alta tensione intelligente  e per niente banale.  Girato e scritto dal sorprendente Remi Weekes con un cast veramente ridotto  e con mezzi assai spartani His House  coglie il segno e fa orrore anche in mezzo a tutta questa rinascita proliferante di mezze storielle pseudo-raccapriccianti  per il venerdi sera  tardi del cittadino lavoratore letteralmente  divanizzato.

His House

Estraniante e molto raro per un film horror  il fatto che i personaggi principali siano interpretati quasi tutti da attori di colore, Sope Dirisu e Wunmi Mosaku, disturbante il tema della migrazione umana per  questi tempi post-democratici, post-burocratici; fatiscenti e tristanzuoli .  La tragedia delle genti che compiono il viaggio in mare con fortunosi mezzi improvvisati,  la tragedia dei popoli disgregati dalla ricerca continua di un posto, soltanto un posto dove stare, dove proteggersi .  A volte una stanza o una serie di stanze.  Viene da chiedersi: quante stanze ha la casa di Bol e Rial?  Come sono disposti i vani? E’ un gruppo o una fila di stanze?  Come si entra in una serie di stanze del genere e come se ne esce?

His House

Ci sono delle scale che sembra  facciano  da barriera, da confine; oltre la quale la magia non ha piu senso ed efficacia ma la coppia le percorre sempre meno, quasi mai.  Qualcosa li attira terribilmente nella stanza-budello principale, vuota di mobilio e libera, con ampie pareti auscultabili,  buchi rovinosi dai quali qualcuno-qualcosa potrebbe eventualmente spiarli.  E’ la stanza del buio- coscienza  che è dentro l’uomo e che proietta la sua verità nera e dura all’esterno e la sua ombra invade gradatamente la poca e fioca illuminazione di questa stanza.  Come si entra nella stanza-budello del senso di colpa che è dentro ognuno di noi?  Quali sono, se vi sono,  le vie di accesso ad una simile stanza? 

Quali vie d’uscita una volta eventualmente entrati sono previste o prevedibili?

HIS HOUSE

Come nella Genesi biblica è la donna ad assumere il ruolo di medium tra l’uomo , inteso come maschio e come umanità in senso lato,  e la sua colpa, e il suo senso di colpa; anche qui, in His House,  Rial (Wunmi Musaku) si fa splendidamente e cinematograficamente  canale di trasmissione del male, al fine di superare il male stesso. La sua interpretazione è volutamente statica, la macchina la prende quasi sempre in pose totemiche, insistentemente statuarie, immanente e assoluta allo stesso tempo.   La donna non come femmina ma come strumento catalizzatore delle forze maligne che riecheggiano nella storia di ognuno,  strumento di trasmissione delle voci attraverso i buchi neri della storia, della memoria, del linguaggio, del sogno . Eva biblica indubbiamente ma anche Arianna all’interno del labirinto delle stanze che aiuta l’uomo contro il Minotauro.

Bol (Sope Dirisu) è un rifugiato della vita che deve accettare se stesso per come è , per quello che ha fatto e che farà.  Oscillando tra entusiasmo e paura,   si smarrisce nel semplicissimo labirinto della casa perché non è ancora sua, come suo non è il quartiere né il paese dove vive.  Privo di cognizioni geografiche reali possiede comunque la visionarietà di un anticipatore che sa cosa vuole per la sua famiglia.  Il suo primo piano prolifera per tutto il film , in una quantità veramente suggestiva di inclinazioni  che veicolano non tanto e non necessariamente il suo stato d’animo per una visione in particolare, ma la visione stessa;  che lo spettatore attraverso il sottile ma pungente brivido che percorre la sua schiena è costretto ad immaginare, guardando His House. 

Voto Autore: [usr 3,5]

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