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E respirare normalmente – La recensione del dramma Netflix

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E respirare normalmente è il titolo del film del 2018 scritto e diretto da Ísold Uggadóttir, alla sua prima – e ad oggi unica – esperienza di lungometraggio. Questo esordio arriva però per lei dopo una proficua e consolidata esperienza nell’ambito del cortometraggio. Fra il 2006 e il 2001 la regista islandese ha infatti scritto e diretto ben quattro corti pluripremiati: Family Reunion, Committed, Clean e Revolution Reykjavík. Questi le hanno permesso di familiarizzare ampiamente con le modalità produttive propriamente audiovisive, giungendo così ben salda al mondo del lungometraggio. La pellicola in questione è prettamente drammatica. Non tradisce però la fedeltà della regista verso i formati brevi in termini di durata: il minutaggio complessivo è infatti di 95’. Nel 2018 il film è stato presentato al Sundance Film Festival, aggiudicandosi il World Cinema Dramatic Directing Award. Poco dopo, è approdato a livello internazionale nel catalogo Netflix, dove ancora oggi è reperibile. 

La trama del film

Sullo sfondo di una quieta e ventosa penisola islandese, scarsamente ospitale, vive Lara (Kristín Þóra Haraldsdóttir). La donna, giovane madre, dedica i suoi sforzi dividendosi fra la ricerca di un lavoro e le attenzioni per l’amabile figlio Eldar (Patrik Nökkvi Pétursson). Purtroppo la protagonista fatica economicamente e sembra vivere alla giornata. Lara non ha un lavoro, vive in un appartamento spartano e non riesce a mantenere uno stile di vita decente. Questo mal si coniuga con i bisogni relativi al suo fabbisogno. E, soprattutto, a quello del figlio, a cui a malapena riesce a dar da mangiare. Quando viene sfrattata a causa dei mancati pagamenti, però, la giovane è reclutata in un corso di formazione per personale dell’aeroporto cittadino.

E respirare normalmente

Costretta a vivere con il figlio in auto, Lara si fa estremamente diligente e dedita al tirocinio. Proprio nel corso di una giornata di addestramento identifica un passaporto non valido, che il suo superiore disattento non aveva notato. Il documento appartiene a Adja (Babetida Sadjo). La donna è un’immigrata in procinto di raggiungere il Canada – se non per la meticolosità di Lara – per iniziare una nuova vita.  Da quel momento le vite delle due donne si intrecciano saldamente, loro malgrado. Adja, esule e vittima di una cultura che la condanna, è in un limbo che ha il confine di una terra, l’Islanda, che non la desidera e minaccia di farla tornare in patria a breve. Così, curiosamente, si trova costretta ad aiutare proprio Lara nel suo quotidiano e nella gestione di suo figlio; in questo modo, entrambe riusciranno a mantenere viva la speranza di un futuro migliore. 

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E respirare normalmente – La recensione del film

Il cinema recente ha offerto a noi spettatori svariate parabole parallele di personaggi i cui vissuti si sviluppano in modo simmetrico, intersecandosi curiosamente in incontri colmi di ironie del destino. Il pensiero va subito all’esempio più autoriale degli ultimi anni, il Madres paralelas firmato da Pedro Almodóvar nel 2021, che già dal titolo sottolinea questa curiosa dinamica. Per quanto esempio “illuminato”, tuttavia, esso non è certamente l’unico esemplare di questo tipo di meccanismo popolarissimo nella costruzione della narrativa cinematografica. Anche E respirare normalmente, peraltro precedente all’opera ispanica di cui sopra in termini di data d’uscita, si colloca infatti su questa linea. Vi si colloca, però, facendo proprio un tono insieme freddo e distruttivo che sembra derivare da uno stampo quasi involontariamente autoctono dello sfondo islandese in cui si ambienta. 

Ad essere paralleli, nel caso di E respirare normalmente, sono i drammi personali delle due donne protagoniste. Drammi che sì differiscono ampiamente, per natura, cause e conseguenze, ma che finiscono per intrecciarsi di continuo nel corso della trama riversandosi in sorprese e rovesciamenti di fortuna sistematici. Quello che Lara e Adja inconsapevolmente condividono è una difficoltà di fondo, un senso di sopravvivenza sempre portato all’estremo, e poiché per loro è così familiare basta uno sguardo reciproco per riconoscerlo l’una nell’altra.

E respirare normalmente: due protagoniste portatrici di dolori gemelli

I punti di contatto nelle vite delle due protagoniste sono vari, come altrettanti sono gli elementi per cui differiscono. Lara ha un figlio che non riesce a mantenere, Adja ha una figlia che ha dovuto abbandonare. La prima ha un amore proibito che non riesce ad esprimere, la seconda ha avuto un amore proibito che non le è più concesso di esprimere. Lara è succube di un’economia che la fa vivere alla giornata, Adja è succube di una cultura che la porta a cercare illegalmente un futuro migliore, vivendo però a sua volta alla giornata. Quella che è la fortuna di Lara, il mostrarsi attenta e precisa in fase di training lavorativo garantendosi così il posto di lavoro in aeroporto, è la disgrazia di Adja, che proprio in aeroporto viene fermata dalla meticolosità di Lara nel riscontrare un documento non valido. 

E respirare normalmente

L’intervento di Lara sul percorso della sua co-protagonista è per Adja lo sgretolarsi del terreno che ha sotto ai piedi, il disgregarsi delle sue speranze per un futuro migliore. Anziché odiarla però, la donna ha il pragmatismo di riconoscere in Lara una forma diversa del suo stesso dolore, della sua stessa fatica. E Lara, ugualmente, riconoscerà nell’altra un riflesso differente dato dallo specchio in cui si trova lei stessa quotidianamente. Così, in E respirare normalmente la redenzione per Lara passerà attraverso la sua conoscenza con Adja e il tentativo di aiutarla a raggiungere un futuro migliore, per rimediare all’aver causato l’interruzione repentina del suo sogno. 

E respirare normalmente: un esordio scarno ma deciso e coerente 

Landamento di E respirare normalmente segue le linee parallele delle due protagoniste e si fa a sua volta lineare, scorrevole e senza intoppi (né, per contro, senza particolari colpi di scena). I punti di svolta, lievi, non sono mai amplificati ma vengono anzi tenuti sapientemente a bada, offerti al pubblico con naturalezza e pacatezza. Allo stesso modo, le pulsioni vitali delle protagoniste per quanto estreme e propriamente tragiche non sfociano mai in patetismi o scene madri di eccessivo pathos. Il tutto, l’insieme del corpus filmico, sembra ermeticamente contenuto – forse fin troppo? – entro i confini solidi e possenti di uno scenario islandese tacito, silente e glaciale. Uno scenario che dall’essere semplice sfondo si eleva fino a farsi pilastro su cui poggia il tono del film stesso. 

In definitiva, si percepisce che per la prima volta la regista si ritrova a gestire un minutaggio più esteso. Si percepisce anche però che non si tratta di un esordio vero e proprio dietro alla macchina da presa (data l’esperienza nel cortometraggio). Il film può forse essere manchevole di un certo mordente. O della fascinazione che normalmente verrebbe determinata dalle pulsioni umane delle protagoniste, se queste fossero state gestite in modo più caloroso. D’altro canto però l’approccio analitico e meno accorato permette un delinearsi più lineare e onesto della vicenda. Esso offre inoltre uno specchio delle modalità culturali da cui il prodotto stesso proviene. Per queste ragioni, e per il gioco di parallelismi e ribaltamenti di fortuna che in fase di scrittura la stessa Uggadóttir compie, E respirare normalmente può quindi comunque dirsi riuscito. 

PANORAMICA

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

E respirare normalmente è un prodotto studiato, drammatico ma mai eccessivo, molto coerente con la cultura da cui proviene - ma forse tanto da risultare quasi ermetico.
Eleonora Noto
Eleonora Noto
Laureata in DAMS, sono appassionata di tutte le arti ma del cinema in particolare. Mi piace giocare con le parole e studiare le sceneggiature, ogni tanto provo a scriverle. Impazzisco per le produzioni hollywoodiane di qualsiasi decennio, ma amo anche un buon thriller o il cinema d’autore.

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