Curon

Quando ero bambina, un’amica di mia madre, sapendo della mia passione per i racconti popolari e le fiabe, mi regalò un libro sulle leggende delle Dolomiti, che ancora conservo gelosamente e che rileggo ogni mese. Quando ho saputo che un team di sceneggiatori si era interessato al mito folcloristico che aleggia sul Campanile del paese di Curon Venosta, chi sta leggendo può quindi immaginare il mio interesse e la mia curiosità. Mi aspettavo, infatti, che una delle prime serie supernatural prodotta in Italia e targata Netflix, proprio perché pionieristica, proprio perché ambientata in un luogo che, senza fatica, offre l’ispirazione per un’infinità di narrazioni, sia storiche sia fantastiche, proprio perché prodotta da Netflix – che ormai è quasi sinonimo di qualità, tipo Amadori – offrisse agli spettatori grande pathos e colpi di scena orrorifici, sette episodi i cui 45 minuti sarebbero trascorsi veloci. Il risultato del mio binge watching? I primi quattro episodi passati col cellulare in mano. Gli ultimi tre, forse anche per via del cambio di guardia della regia (da Fabio Mollo a Lyda Patitucci) e per la condensazione tensiva, devo dire che mi hanno convinto a lasciar stare il tasto centrale del mio Samsung, non senza qualche reticenza.

“Curon” vorrebbe essere una serie dai toni gothic, un thriller horror che lascia tutti senza fiato, ma, in particolar modo all’inizio, sembra più un teen drama, comunque poco gotico. La storia racconta di Anna, giovane madre di due gemelli eterozigoti, Mauro e Daria, che, non si sa precisamente per quale motivo – presumibilmente per scappare da Pietro, ex marito non proprio meritevole della patria potestà – torna assieme ai figli nel suo paese natio, Curon, piccolissimo comune di Bolzano (l’inflessione dialettale nella voce di quasi tutti gli attori è tutto fuorché altoatesina). Anna giunge nel vecchio hotel di proprietà della sua famiglia, in cui vive ancora il padre, Thomas, nonostante, diciassette anni prima, nel grande atrio dell’albergo, l’uomo e l’allora giovane figlia avessero assistito al suicidio di Lili, moglie di Thomas e madre di Anna. Quest’ultima, da quella tragica notte, è perseguitata da un incubo ricorrente: se stessa, bagnata fradicia, in piedi davanti alla madre mentre imbraccia un fucile, con il quale spara alla donna, per poi essere trascinata via dal padre. Una volta scaricati i bagagli, la famiglia chiede accoglienza a Thomas; lui accetta, nello stesso identico modo in cui ci si immaginerebbe accettare un montanaro vedovo, e, addirittura già dal giorno dopo, Mauro e Daria vengono iscritti alle superiori. È a scuola che i due fanno conoscenza con i ragazzi del posto, fra cui Micky e Giulio Asper, che non sono gemelli, ma vanno nella stessa classe, nella quale insegna la loro mamma. I quattro adolescenti saranno chiamati ad affrontare la maledizione di Curon e dei Raina, preannunciate dall’incubo di Anna (nb: la prima viene spiegata chiaramente, a differenza della seconda).

Curon

Basta fermarsi qui con la sinossi per parlare dei buchi narrativi e delle incongruenze che permeano l’intera serie, addirittura l’ultimo episodio (+++SPOILER+++ nel settimo episodio Pietro Asper uccide Anna e il suo doppelgänger, in una sequenza davvero emozionante, ma la bellezza di quella mossa narrativa si perde completamente quando, più avanti, Daria, ancora indecisa sulla reale identità della donna supplichevole che si dice sua madre, non le pone alcuna domanda che la aiuti a sciogliere il dubbio, ad esempio la storia del tatuaggio che ha sul dito e che, nel primo episodio, spiega di essersi fatto con la complicità di Anna). Le lacune e gli errori potrebbero essere ampiamente risolti scendendo in profondità con il racconto, aggiungendo dettagli – verbali o visivi – e spiegazioni, sequenze dialogiche più dense, inserti tensivi. Gli sceneggiatori e i registi hanno, piuttosto, preferito dilungare i tempi, rendendoli morti, lasciare intendere allo spettatore quello che era accaduto e che, con evidenti salti narrativi, non viene specificato, e non rispettare le sacre tempistiche del pathos e della tensione. Se si lancia un input al pubblico, bisogna riprenderlo in tempi brevi, non mostrare un gesto, una smorfia, un’azione ricca di drammaticità e, immediatamente dopo, proporre sequenze che non hanno niente a che fare con quel gesto, quella smorfia, quell’azione. La risoluzione degli enigmi e la narrazione dei colpi di scena risultano frenate e banali e cadono nel vuoto.

Curon

Riassumendo: dialoghi e sintagmi visivi scarni; agganci narrativi abbandonati; risoluzione degli enigmi affidata solo al personaggio di Mauro, causa di incongruenze e distacco emozionale del pubblico; indugio sui rapporti fra adolescenti, anche quando, ai fini dello scioglimento della trama, non ve n’è proprio bisogno; psicologia e introspezione di tutti i personaggi – soprattutto degli adulti – superficiali; filone horror mal sviluppato; tensione perennemente interrotta.

Estremamente positivo è, invece, il racconto dell’omosessualità di Micky, il suo amore non corrisposto per Daria e il bullismo dei compagni di scuola una volta scoperto l’orientamento sessuale di una giovane donna tanto desiderata dai ragazzi e tanto ben voluta dalle ragazze, così come è apprezzabilissimo lo sguardo globale sulla fase adolescenziale. Come già scritto, peccato non fosse un teen drama horror.
Un encomio speciale, infine, va a Giulio Brizzi, interprete del personaggio di Giulio Asper: un lottatore professionista di MMA che si cala nei panni di un attore e sembra trovarcisi completamente a proprio agio.

Voto Autore: 2 out of 5 stars