Columbus è il debutto sul grande schermo del regista, sceneggiatore e montatore Kogonada. Presentato al Sundance Film Festival nel 2017, ha ricevuto varie candidature agli Independent Spirit Awards e al Gotham Independent Film Awards. Con protagonisti John Cho e Haley Lu Richardson (A un metro da te), Columbus è ambientato nell’omonima cittadina dell’Indiana. Kogonada attraverso inquadrature che mettono al centro lo spazio e l’architettura, ci racconta l’incontro tra due personaggi. Una sognatrice che rinuncia alle proprie ambizioni pur di non lasciare sola la madre e un uomo che prova risentimento all’idea di assistere un padre che lo ha ignorato e abbandonato emotivamente per gran parte della sua vita. Columbus è una pellicola di raffinata bellezza, che esplora il tema dell’immobilità e del sogno sospeso intrecciandoli con la necessità di liberarsi dal peso del passato.

Columbus: Trama
A Columbus, cittadina dell’Indiana, riconosciuta come la “mecca” dell’architettura avviene l’incontro che da motore alla trama del film. Jin Lee (John Cho), è appena arrivato dalla Corea del Sud per assistere suo padre, un luminare dell’architettura, in città per tenere un seminario, che è stato ricoverato in ospedale a seguito di un malore. Jin incontra quasi per caso Casey (Haley Lu Richardson), una ragazza appassionata di architettura che lavora nella biblioteca cittadina e che si prende cura della madre ex tossicodipendente. I due cominciano a conoscersi camminando tra le vie della cittadina, circondati da bellezze dell’architettura. Jin e Casey svilupperanno un rapporto particolare che li porterà ad aprirsi emotivamente, rivelando ciò che li tormenta.

Columbus: Recensione
Columbus è una pellicola indipendente che, come spesso accade in questo tipo di cinema, si concede il lusso del tempo, dei dettagli e della bellezza. Il silenzio diventa una parte imprescindibile nel processo di contemplazione dell’arte e dell’architettura che diventa spettatrice della vita dei cittadini. Ma è anche una parte integrante del percorso di introspezione che intraprendono i due protagonisti, portandoli a costruire un rapporto di fiducia reciproco. Kogonada gira un film che ci costringe a rallentare da una vita che richiede velocità, appuntamenti e scadenze, per ritornare a padroneggiare il tempo. In particolare, Cassey si lascia avvolgere dalle emozioni che gli edifici, gli arredi e gli oggetti le suscitano, imparando ad apprezzare il luogo in cui vive.
“L’ho visto milioni di volte, ma poi l’ho visto” afferma, portando alla luce uno dei temi del film. Siamo infatti abituati ad una visione della realtà superficiale e disillusa, non accorgendoci di ciò che ci circonda. Il regista ci invita perciò ad una visione consapevole dell’arte e della bellezza in generale. Ma il film non cade nella presunzione di incolpare lo spettatore di ignoranza, bensì ci mostra come l’arte, in questo caso nella forma dell’architettura, si manifesta nel momento del bisogno aiutandoci a convivere e a volte superare i dolori della vita. Cassey si avvicina all’architettura in un periodo buio della sua vita. In quegli edifici vede una sorta di rifugio mentale che le dà la possibilità di ritagliarsi uno spazio personale lontano dalle sue responsabilità.
L’architettura è anche l’argomento che fa nascere il legame tra lei e Jin che non sfocia mai nei cliché del romance tradizionale, ma ci presenta una sorta di relazione platonica fondata sui grandi punti di contatto presenti tra le due vite. La sceneggiatura e le immagini suggestive danno all’intera pellicola un tono elegante, poetico e delicato.

Sogno e immobilità
Cassey e Jin si incontrano in un momento particolare delle loro vite. La prima è un outsider che, diversamente dai coetanei che vogliono esplorare il mondo, preferisce rimanere a Columbus circondata dall’arte, prendendosi cura della madre. Il secondo, non troppo appassionato di architettura — vista come la causa principale dei problemi con suo padre — è costretto a rimanere in città per via delle condizioni critiche di quest’ultimo. Entrambi si trovano in una sorta di sospensione emotiva, incapaci di superare il passato e pensare veramente alla loro vita. Cassey ha messo in sospeso i propri sogni per la madre e Jin ha sospeso la sua vita per stare con il padre.
Personaggi bloccati tra ciò che desiderano e ciò che li trattiene. Cassey vorrebbe studiare architettura, ma questo significherebbe abbandonare la città. Per questo si autoconvince che restare sia l’unica opzione, usando la città come scusa per non cambiare e di fatto auto sabotandosi. Cassey ha paura di lasciare la sua zona di confort e lanciarsi nell’ignoto. Ma l’incontro con Jin le fa aprire gli occhi sullo stato in cui si trova. Kogonada non giudica questa condizione, ma la racconta con rispetto, portando alla luce lo stato interiore di molti ragazzi alle prese con la paura di scegliere, di lasciare e di crescere.

Architettura ed emozioni
Nel film l’architettura sembra far emergere le emozioni dei protagonisti, che osservando le bellezze della città si aprono gradualmente, ridono e si commuovono circondati da una perfetta fusione tra natura e costruzioni. Kogonada ha girato il film nella cittadina di Columbus che ha oltre novanta edifici e opere d’arte pubblica di architetti e artisti di fama internazionale. Infatti, fin dai primi anni ’40 alcuni dei più grandi architetti del mondo hanno trasformato Columbus in un museo di architettura moderna. Una storia iniziata con una visione radicata nelle parole di Wiston Churchill: “Noi diamo forma ai nostri edifici, e in seguito i nostri edifici danno forma a noi”.

Conclusione
Columbus è un film che ti trasporta in un mondo di bellezza, sogni e silenziosa contemplazione. Grazie ad una sceneggiatura introspettiva e a una regia misurata ed elegante, Kogonada ci regala una pellicola profonda e poetica.
