Cinderella man – Una ragione per lottare: un mito americano troppo perfetto

Cinderella Man – Una ragione per lottare, diretto da Ron Howard (2005), è il racconto di un’America che sta per spezzarsi, sospesa tra il sogno della prosperità e l’incubo della miseria. Il vapore che esce dai tombini e il fumo di sigaretta che affumica l’interno del Madison Square Garden ci fa capire che ci troviamo a New York negli anni ’30. Sul ring si sta tenendo un incontro: Tuffy Griffith vs James J. Braddock. James vince, firma autografi e torna a casa, una bella villetta. Lì lo aspettano i suoi tre figli e la sua bellissima moglie. Si respira l’odore della tranquillità, della prosperità; siamo nella Golden Age.

Cinderella man - Una ragione per lottare

Cinderella man – Una ragione per lottare: trama

Niente però è destinato a durare. Sugli Stati Uniti si abbatte la crisi del ‘29, e Braddock (Russel Crowe)perde tutti i risparmi che aveva investito. In breve tempo si ritrova a vivere in una catapecchia nei sobborghi di New York, continua a combattere ma con poco successo. Una sera, durante un incontro, si rompe una mano e gli viene revocata la licenza. James sarà costretto ad andare a cercare lavoro al porto, che però scarseggia. È pieno di debiti e vive nella miseria, con il rischio concreto di dover mandare a via i figli, dove possano vivere e mangiare in modo sano. Arriva addirittura a chiedere l’elemosina a chi gli ha tolto la licenza e a chiedere il sussidio dallo stato.

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Un giorno si ripresenta il suo allenatore, Joe Gould (Paul Giamatti), che gli propone di tornare sul ring. James è fuori forma, debole e l’avversario è un professionista; nonché numero due al mondo. Ma Braddock non ha altra scelta, questa è la sua seconda chance. La chance di salvare la sua famiglia.

Cinderella man – Una ragione per lottare: recensione

Ron Howard con questo film ci racconta il mito americano, o meglio, quello che agli americani piace sentirsi raccontare. Cinderella man – Una ragione per lottare è il prototipo perfetto del mito americano. Un uomo pieno di talento che viene colpito dalla sfortuna e che, con le sue sole forze e la grande opportunità che gli fornisce il paese delle seconde occasioni, si ricostruisce una vita diventando il simbolo di tutti gli oppressi. Una storia meravigliosa di riscatto, che ci insegna a non mollare mai, a lavorare duro e crederci sempre. Un racconto che riesce a farci apprezzare l’innocenza e la semplicità del decennio colpito dalla grande depressione.

Un film messa in scena con maestria; girato da un regista già capace di farci sognare con pellicole come A beautiful Mind e Apollo 13. Un regista che si rifà al cinema classico, riproponendo sul ring inquadrature da Stasera ho vinto anch’io. Un film che ha il sapore della grande epopea hollywoodiana. Un film che racconta una storia talmente idilliaca da non sembrare vera.

Cinderella man - Una ragione per lottare

Una favola lacrimosa

E questa è la grande nota dolente. Quella di James J. Braddock è una storia vera. Ron Howard ha voluto però ripulirla di tutti i suoi difetti per renderla una favola toccante. Russel Crowe si impegna al massimo ad interpretare il pugile tutto sacrifici e famiglia, e ci riesce alla grande. Da grande attore qual è riesce a far commuovere nei momenti di difficoltà e a far tifare per lui nei momenti di grande rivalsa sul ring. Quando torna a combattere siamo in ansia, speranzosi della vittoria e saliamo con lui nel quadrato ad affrontare i suoi avversari. Ci sentiamo quasi come il suo allenatore Joe Gould, interpretato da un Paul Giamatti in formissima, tanto da essere l’amico che tutti vorremmo al nostro fianco. Ma qualcosa stride; non è solo una favola toccante, arriva a diventare lacrimosa.

Lo si percepisce da una serie di personaggi. Partiamo da Mike (Paddy Considine), un amico di Braddock. Mike ha tutta una sua linea narrativa che dovrebbe fare da contraltare a quella del protagonista. Una linea narrativa che dovrebbe raccontarci il lato della medaglia di un uomo comune, senza talento, nell’America della grande depressione, ma invece viene lasciata in sospeso fino a scomparire completamente dal film. Così come Mae (Renée Zellweger), la moglie di Braddock, utile al film solo per piangere e per diventare l’unico reale ostacolo da superare per ottenere di nuovo il permesso per tornare sul ring.

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L’ombra semplificata dell’antagonista

Ma il vero peccato è il personaggio di Max Baer (Craig Bierko). Max è l’ultimo avversario che Braddock dovrà affrontare per poter diventare il campione del mondo. Baer viene raccontato come un ammazza pugili, un uomo senza rispetto per gli avversari e crudele. Così cattivo da risultare ridicolo e rendere ancora più evidente la mancanza di difetti del protagonista, che a questo punto incarna l’eroe senza macchia. Max è irrimediabilmente ritratto come un uomo senza emozioni e profondità, tanto da dubitare quello che si sta guardando. Dubbi che si confermano facendo una veloce ricerca e scoprendo i tormenti che accompagnarono la vita di quest’uomo. Non la migliore cosa per un biopic.

Cinderella man – Una ragione per lottare: il peso di Hollywood

Cinderella man – Una ragione per lottare rimane un buon film sul pugilato, ma un’occasione mal sfruttata per raccontare qualcosa in più. Ron Howard aveva sicuramente le capacità per rendere questa storia memorabile. Aveva la possibilità di parlarci della crisi dell’epoca, di un passato non poi così lontano, comparandolo con il nostro presente, e perché no, anche con una bella storia di rivalsa. Ma la voglia di strafare – probabilmente di puntare all’oscar – e di ritrovare quell’immagine della Hollywood del tempo ha offuscato tutto il resto.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

CONCLUSIONI

Cinderella Man di Ron Howard: tra mito americano, pugilato e retorica hollywoodiana, una storia vera trasformata in favola lacrimosa.
Simone Cigna
Simone Cigna
Sono cresciuto tra la Terra di Mezzo, i viaggi nel tempo di Hill Valley e i pugni di Rocky sul ring. Il cinema per me è tutto questo: avventura, emozione e memoria. Se qualcuno lo ha girato, io lo voglio vedere perché ogni film, anche il più piccolo, nasconde un mondo da scoprire. Amo Scorsese e Kubrick, ma anche la poesia malinconica di Wong Kar-wai: il bello del cinema è che non smette mai di sorprendermi.

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