giovedì, 6 Maggio, 2021
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Brittany Runs A Marathon – Recensione del film Prime Video

Distribuito da Prime Video e disponibile anche in Italia si può trovare questa piccola commedia del 2019, tradotta paternalisticamente in italiano Brittany non si ferma più. Brittany runs a marathon è il debutto del regista sceneggiatore Paul Downs Colaizzo, che ha adattato per lo schermo la storia della sua coinquilina Brittany O’Neill, la cui foto si può vedere alla fine del film.

La vera Brittany

Brittany (Jillian Bell) ha 28 anni ed è bloccata. Bloccata in un lavoro che non le dà soddisfazione e che non prende sul serio, bloccata nelle sue abitudini poco sane di feste tutte le sere e alcool e cibo spazzatura. Un giorno, la visita dal medico di base le fa capire che deve cambiare abitudini. E così, comincia a correre. E, passo dopo passo, correre diventa la parte più attesa della giornata e per la prima volta dopo tanti anni ha di nuovo un obiettivo: partecipare alla maratona di New York.

Brittany runs a marathon è un racconto di crescita di una persona che cresciuta lo è già. Brittany ha quasi trent’anni, ma rientra a pieno titolo nella categoria delle women-child, archetipo femminile che negli ultimi dieci anni, dalla Hannah Horvath di Girls si è andato pian piano a diffondere nella televisione e nei film, per esempio con il personaggio di Bili Wang nel recente Farewell – una bugia buona. La woman-child è la donna che non sa crescere, una Peter Pan al femminile che non sa ancora come prendersi le sue responsabilità. Brittany all’inizio del film non ha una direzione: vive una vita di superficialità e autodistruzione, uscendo più volte durante la settimana e non prendendosi cura né di sé stessa né del suo futuro.

Brittany inoltre non è una brava persona. È antipatica, rigetta sistematicamente la carineria incondizionata della vicina di casa, allontana chi le vuole bene, risponde acida e scettica a tutti i gesti più positivi. Per tutti questi motivi, per quanto non sia un’eroina per cui tifare, Brittany è qualcuno in cui ci possiamo identificare. Tratta male gli altri perché odia sé stessa. E il suo percorso verso la maratona è un percorso, come è facile capire, di crescita personale per lei. Infatti, nonostante il motivo scatenante per andare a correre sia voler perdere peso, non è (solo) quello il risultato finale.

All’inizio, con la coinquilina e migliore amica Gretchen, Brittany prende in giro e denigra la vita perfettamente in ordine della vicina Catherine, che vede sempre andare a correre. Quando poi comincia anche lei ad andare a correre, con la vicina Catherine e il nuovo amico Seth, è la prima lei a diventare Catherine, quella che lei odiava: una persona che vuole mettere la vita in ordine e che ha un obiettivo, la maratona. Dall’essere Gretchen, quindi, Brittany diventa Catherine. Oltre ai chili, Brittany butta via anche le persone tossiche della sua vita e le sue stesse insicurezze.

Brittany runs a marathon è un racconto di formazione realistico e veritiero. A tratti scomodo, ma delicato e divertente. Lo spettatore si riesce a identificare nel personaggio della protagonista, anche se fa tante scelte sbagliate, ed è, di fatto, un’antieroina. Colaizzo è bravo a farci entrare nel suo mondo, di cui esplora tutti gli aspetti, dalle insicurezze sul proprio corpo, alle ramificazioni che queste insicurezze inevitabilmente hanno sulla vita di una persona. Molto bella la scena in cui un’amareggiata Brittany se la prende con una donna obesa solo perchè è sposata e felice e lei no. Riesce a usare l’idea della maratona come maratona personale in un modo non enfaticoe banale, ma andando veramente in profondità dietro la psicologia di una persona che ha buttato la spugna in partenza.

 

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni
Marianna Cortese
Attualmente laureanda in Lettere Moderne, ho sempre avuto un appetito eclettico nei confronti del cinema, fin da quando da bambina divoravo il Dizionario del Mereghetti. Da allora ho voluto combinare cinema e scrittura nei modi più diversi e ho trangugiato di tutto: da Kim Ki-Duk a Noah Baumbach, da Pedro Almodovar a Alberto Lattuada. E non sono ancora sazia.

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