Black Phone, recensione del film horror con Ethan Hawke

Adattamento del racconto di Joe Hill, figlio di Stephen King, segna il ritorno in grande stile di Scott Derrickson al genere horror dopo la breve parentesi dei cinecomics.

Black Phone, Scott Derrickson torna all’horror in grande stile

Il nome di Scott Derrickson fino a qualche anno fa era legato a film quali The Exorcism of Emily Rose, la saga di Sinister e Liberaci dal male. I primi due, addirittura, sono spesso ritenuti tra i migliori film horror degli anni 2000. Successivamente nella sua carriera irrompe la Marvel che gli affida la regia di Doctor Strange, primo film dedicato allo stregone interpretato da Benedict Cumberbatch (il secondo invece, Doctor Strange- In the Multiverse of Madness, è diretto da Sam Raimi). Con Black Phone Derrickson torna al genere horror, ma anche a collaborare nuovamente con Ethan Hawke, protagonista di Sinister e qui nella veste inedita di villain. Black Phone è un adattamento del racconto di Joe Hill, pseudonimo di Joseph Hillström King, figlio dello scrittore Stephen King. E’ facile notare nella storia quanto la fantasia del padre abbia influenzato la scrittura di Hill. Derrickson riesce a confezionare un horror che mostra come non abbia perso il suo tocco magico a distanza di anni dall’ultima incursione nel genere. Black Phone può benissimo essere definito uno dei migliori prodotti della Blumhouse.

La trama di Black Phone

Siamo in America, sul finire degli anni ’70. Protagonista è Finney che, insieme alla sorella Gwen, non conduce una vita facile. Orfani di madre, vivono con un padre violento e alcolizzato. Il ragazzino, inoltre, è vittima di bullismo e ulteriore dose di maltrattamenti a scuola. Da qualche tempo la città è sconvolta da misteriosi rapimenti di bambini ad opera di una figura misteriosa chiamato Il Rapace. Le indagini faticano a decollare, la polizia non ha nessuna idea su come rintracciarli, ma la piccola Gwen sembra essere dotata di strani poteri psichici ereditati dalla madre che le permettono di avere sogni premonitori. Naturalmente gli agenti non credono a ciò che dice al riguardo. Il ruolo della bambina si rivelerà fondamentale quando ad essere rapito è proprio Finney. Rinchiuso in un luogo indefinito e isolato, dovrà mettercela tutta per salvarsi e, ad aiutarlo, la presenza di un misterioso e vecchio telefono nero al muro.

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Una sceneggiatura che “inganna”

Perché dire che la sceneggiatura di Black Phone ha ingannato gli spettatori? Una prima risposta la troviamo nel trailer ufficiale del film. Dalle prime immagini sembrava che il protagonista fosse Ethan Hawke, il nome più altisonante del cast e invece no. La visione completa del film mostra non solo la messa in secondo piano del suo personaggio, ma anche quanto i bambini e i loro punti di vista abbiano importanza. In un certo senso Black Phone, al di là del genere a cui canonicamente appartiene, potrebbe essere definita una storia di formazione. Hill, dicevamo, sembra aver preso il meglio dalle storie di suo padre, da IT a Stand By Me, ma anche da un immaginario anni ’70 – ’80 a cui negli ultimi anni la serie Stranger Things ha contribuito parecchio. Finney, rinchiuso tra quattro mura, deve cavarsela da solo se vuole sopravvivere. Il suo amico Robin che lo salva nelle situazioni più critiche non è con lui, anche perché vittima anch’egli del Rapace. La crescita che Finney compie è esemplare per ogni ragazzino della sua età. Non è il mix tra horror e coming-of-age ad essere originale, tuttavia Derrickson ha saputo metterlo sapientemente in scena e a renderlo godibile ancora una volta.

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Ethan Hawke è un perfetto villain

Come già precedentemente accennato Ethan Hawke non è esattamente il protagonista di Black Phone, ma è una scelta voluta e soprattutto funzionale. Ciò non toglie che l’attore statunitense offra una performance eccezionale e rubi la scena anche ai bambini, entrambi bravissimi. Il sodalizio artistico Derrickson-Hawke continua quindi a stupire. Il Rapace (in originale The Grabber) è debitore, così come un po’ tutto il film, alla letteratura del Re del Terrore, basti pensare che ad accompagnare i suoi crimini vi sono dei palloncini neri. E’ un personaggio inquietante, schivo, di cui poco o nulla si riesce a sapere e forse è un bene, perché mantiene intatta la sua inafferrabilità. E’ un serial killer, ma ha qualcosa che lo differenzia dai suoi predecessori. Non la maschera che lo nasconde (tra l’altro creata da Tom Savini), quello è un elemento la cui storia affonda le radici agli albori del genere. E’ il suo comportamento ad essere particolare e il modo in cui si approccia alle sue vittime. Derrickson non mostra sangue né scene efferate di violenza come in un normale slasher. Inoltre, tra il Rapace e Finney si instaura quasi un rapporto a distanza, come se volesse sfidarlo. Un modus operandi insolito come insolito in realtà è il film stesso.

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Derrickson verso il cinema d’autore?

Black Phone è più un thriller soprannaturale che un horror vero e proprio. Ha ritmo, tensione e riporta sul grande schermo un certo tipo di cinema ormai vintage. Ciò è particolarmente messo in risalto dalla fotografia cupa e sporca che ricorda per toni e sfumature il Non aprite quella porta di Tobe Hooper. Non sarà il salto di qualità ufficiale per Derrickson, ma ci sono buone probabilità che possa ulteriormente affinare il suo gusto, l’eleganza registica e le intuizioni narrative nei successivi lavori. Che sia quindi definibile come nuovo autore del cinema horror? Chissà, siamo curiosi di scoprirlo.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Black Phone segna il ritorno di Scott Derrickson al genere horror. Adattamento del racconto di Joe Hill, figlio di Stephen King, è una storia chiaramente ispirata alla letteratura del Re del Terrore. In realtà vira più sul thriller soprannaturale, prendendo il meglio dai decenni '70-'80. Derrickson dimostra di non aver perso il suo talento per le storie da brivido nonostante l'incursione nel mondo dei cinecomics e molto fa sperare che possa diventare un nuovo autore del genere su cui puntare in futuro.
Tiziana Panettieri
Tiziana Panettieri
E’ un amore di lunga data quello tra me e il cinema, cominciato con cult come Halloween, IT e L’Esorcista e alimentato negli anni con il meglio dell’horror e del cinema di genere. Ammetto, però, d’aver subìto il fascino del cinema asiatico, mediorientale e sudamericano. Sono onnivora, non mi precludo nulla senza aver prima provato.

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