Alcuni thriller si reggono su un’idea brillante, ma faticano ad andare oltre. Searching (qui la nostra recensione) è uno di quei rari casi in cui il concept iniziale non solo regge, ma si rafforza scena dopo scena. Il film del 2018 racconta la storia di un padre che, dopo la scomparsa della figlia adolescente, cerca disperatamente di ricostruire gli eventi che hanno portato alla sua sparizione. La narrazione si sviluppa quasi interamente attraverso schermi di computer, chiamate, app e videochat: un espediente che potrebbe sembrare solo un trucco stilistico, ma che qui diventa parte integrante della tensione.
Ciò che rende davvero efficace il film, però, non è soltanto la forma, bensì il modo in cui riesce a mantenere alta la suspense, restando al tempo stesso ancorato a un forte coinvolgimento emotivo. La storia è dinamica, sempre in movimento, e non perde mai intensità. Non a caso, è stato incluso anche nella programmazione di Paramount+ a partire dal 1° maggio.

Vale la pena guardare Searching?
Diretto da Aneesh Chaganty, il film vede John Cho nel ruolo del protagonista David Kim, affiancato da Debra Messing nei panni della detective Rosemary Vick, Michelle La come Margot Kim, Joseph Lee nel ruolo di Peter e Sara Sohn in quello di Pamela Nam Kim.
L’accostamento a un mix tra Black Mirror e Gone Girl funziona perfettamente: il film riesce infatti a combinare le inquietudini legate alla tecnologia contemporanea con una trama ricca di colpi di scena, senza mai risultare artificioso o compiaciuto. Il risultato è un thriller raffinato, intelligente e sorprendentemente toccante, ben oltre quanto la premessa possa far immaginare.
Searching funziona sotto ogni punto di vista, dalla sceneggiatura intelligente, alla regia raffinata, fino alle interpretazioni che convincono dall’inizio alla fine. Un esempio di come alcuni film nascono con il giusto piglio fino a riuscire a catturare la sensibilità e l’attenzione dello spettatore, mantenendoli incollati di fronte lo schermo fino all’ultimo fotogramma.
