domenica, 26 Settembre, 2021

Black Island: la recensione del nuovo teen-thriller di Miguel Alexandre disponibile su Netflix

Black Island, ovvero Isola nera, è il nuovo thriller made in Germania, con cui Netflix ha scelto di costellare il suo intrattenimento agostano: ambientato sull’isola di Amrum, poco distante dal gelido mare che costeggia il breve litorale settentrionale tedesco, il film punta sulla scenicità spettacolare dell’ambientazione che cattura al primo sguardo con paesaggi e colori da cartolina nordica e sull’appeal di giovani adolescenti alle prese con una serie di sfortunate coincidenze, un segreto inconfessato proveniente dal passato ed una corposa vendetta da portare a termine.

Un revenge-movie dunque dalle geometrie siderali, basato su elementi più che standardizzati del genere, ingiustizia-camuffamento-seduzione-eliminazione dei testimoni-rivelazione, ingabbiati in atmosfere glaciali, con luci sature ed altalenanti dal caldo al freddo, per un effetto stordente e disorientante, incentrato sulle spalle di protagonisti teenagers, aperti, in teoria, ai momenti più fragili, complessi, passionali e performanti della loro età.

Black Island

Black Island Trama


Jonas Hansen (Philip Froissant) va ancora a scuola quando perde in tragici incidenti prima la nonna materna, poi entrambi i genitori: decide di non trasferirsi sul continente, ma restare sull’isola, assieme al nonno paterno Friedrich (Hannis Zischler), con cui non riesce ad instaurare un rapporto di reale confidenza e sostegno. In particolare il giovane vorrebbe fare della scrittura il proprio lavoro, ma non riceve dal nonno nessun segnale di incoraggiamento, anzi: a dargli fiducia in se stesso, oltre che a riempire le sue giornate ci pensano, invece, i suoi amici, tra cui brilla Nina (Mercedes Muller), amica ed innamorata del ragazzo da sempre, che sembra avvicinarsi ogni giorno di più al cuore di Jonas.

Ad avvelenare l’idillio giunge sull’isola, alla ripresa del nuovo anno scolastico, una nuova insegnante Helena Jung (Alice Dwyer), supplente provvisoria di tedesco, che sembra leggere i desideri e le fragilità di Jonas in modo spontaneo e vincente, tanto da conquistarsi un posto speciale nelle sue attenzioni: dalla condivisione degli scritti che il ragazzo timidamente porta a termine, alla condivisione dello stesso letto, insegnante ed alunno iniziano una relazione clandestina. Jonas ci scivola dentro confuso ed eccitato, in duello con se stesso e con il nonno per dimostrare di essere in grado di scegliere il proprio destino, Helen, invece, cavalca le circostanze come un perfetto generale in equilibrio sul fuoco, poiché ha un piano di battaglia preciso in mente.

Black Island

Black Island recensione

Non ha un ampio respiro l’ultima regia di Miguel Alexandre, che intreccia archetipi inflazionati ad un ritmo young-friendly senza la necessaria secchezza per portare a casa un carico di tensione significativo o un perché narrativo significante. La storia di Jonas è una storia qualunque, generica, un orfano incompreso dal nonno, con ambizioni letterarie, vittima di una donna che cerca vendetta dalla sua famiglia e nel farlo seduce e distrugge, nutre e fagocita, scagliandosi odiosamente contro ogni scampo di felicità appartenente ai propri supposti carnefici, immersa com’è in una volontà di annientamento marziale.

Di fatto però, in Black Island, non c’è un reale approfondimento dei rapporti messi in crisi dalla trama: nulla si dice del disagio familiare a parte sporadiche battute e una manciata di sguardi tristi ad una cena improvvisata; nulla si aggiunge sulla volontà e la difficoltà di concretizzare una passione così complessa e scivolosa come quella della scrittura; nulla emerge dal rapporto sessuale proibito con la propria insegnante, topos letterario e cinematografico che da sempre sprona ardite fantasie, congetture o slanci, non sempre notevoli, ma spesso rivelatori di altro oltre le righe, e che invece qui si esaurisce in un dato di fatto, mai commentato, su cui si indugia con astuta indulgenza.

Black Island

Si inanellano eventi, anche troppi, con spasmodica facilità, come in un milione di b-movie del medesimo genere, senza un’ esplicito senso della necessità, seguendo una sensazione viziata dal tipo di film che si crede di fare e dal tipo di audience che si crede di conquistare. Gli stessi protagonisti non sono personaggi, ma funzioni, poiché al pari della storia, non posseggono nessun approfondimento a trecentosessanta gradi: i cattivi sono cattivi, i buoni sono buoni, gli innocenti sono tali, i colpevoli anche; si parla poco e quel poco che si dice si limita a malapena a mandare avanti l’azione, non sempre con la giusta coerenza, senza rivelare nulla sul prima e sul dopo di chi quelle azioni deve compiere. Non si aiuta l’empatia, la si trattiene. Non sono previste sfumature, zone grigie, interdetti, spazi di suggestione o motivazioni ad ampio raggio che possano universalmente interessare, esclusa una presunta ingiustizia subita da Helen e supposte (perché mai fatte vedere) schermaglie tra un giovane e l’autorità familiare. Dunque niente di inedito.

Black Island possiede perciò un profilo non nobile, schiacciato nella propria etichetta, approssimato nella realizzazione, uno stampo malriuscito ed anonimo, che sconta nella velocità di esecuzione la mancanza di una, anche parziale, ma sempre gradita, verosimiglianza: a volte le stesse azioni di vendetta poste in essere rasentano l’assurdo ed il ridicolo, basti pensare al cadavere trascinato fuori da una biblioteca in pieno giorno senza nessun disturbo, al prefinale quando dopo il ritrovamento di un cadavere, segue l’epilessia del nonno, il suo mutismo, la sua immobilità, con conseguente prostrazione fisica di Jonas, un insieme di accidenti di cui la metà basta a preparare il terreno per l’exploit finale; oppure basta soffermarsi sull’ultimo tentato omicidio, scomposto, disastroso, a tratti tragicomico nella sua disarmonicità o all’incredibile assenza quasi totale di telefonini o videocamere di sorveglianza in una storia che ne avrebbe un gran bisogno, strumenti che qui sembrano non esistere come se l’isola fosse un enclave naturale felice e stregato, dove le giornate passano raccontandosi la vita in bicicletta tra sentieri campestri e spiagge sottoposte alla legge delle lente maree, mentre la gente annega, scompare, collassa, e muore senza alcun sospetto.

Black Island siede sugli allori delle misteriose atmosfere nordiche, ma non conta su uno sviluppo originale, né su un’orchestrazione matura, tutt’altro: la normalità e la smania assassina si alternano con un ritmo spesso infiacchito da una ripresa eccessivamente protratta del panorama, da un raccordo non perfetto che inutilmente allunga, da una scena cui non serviva dare seguito né particolare, tutti momenti che pure si piantano nel mezzo di una narrazione già manichea e poco imprevedibile, allentando ancor più i bulloni della tensione. Quel che accade è troppo schematico e troppo poco originale per restare impresso.

In particolare risaltano due cattivi vizi: il primo è quello di architettare in scrittura ed in montaggio una serie di rovesciamenti continui della situazione, da ordinaria in pericolosa, come se questo fosse l’unico mezzo per mantenere alta la tensione, sintomo di un mix di eccesso ed insicurezza nella sceneggiatura e in chi guida la macchina da presa; il secondo è la pervicace decisione di appiattire ogni micro-respiro narrativo in un tappeto sonoro (perché chiamarla colonna sonora non sarebbe giusto) possessivo e onnipresente, fatto di musica strumentale o pop-giovanile, che anticipa, posticipa, commenta, a volte sovrasta l’audio e ogni tipo di situazione inscenata: arriva prima il suono poi la comprensione di ciò che accade, ed è difficile sostenere questa scelta per oltre un’ora e mezza di girato. E’ pur sempre un film, non un videoclip. Soprassiedo su un finale che fa da spiegazione al titolo, corpo quasi del tutto estraneo al resto, totalmente fuori di necessità.

Black Island

Anche il lato interpretativo oscilla tra un protagonista espressivamente abbastanza indifferente alle enormità che pure gli succedono, ed un’antagonista che pietrifica con lo sguardo, densa e presente in alcuni squarci rivelatori, che da sola, non colma la distanza empatica scavata dal resto dell’opera: anche in questo campo, sfugge colpevolemente il bilanciamento delle forza in campo.

Black Island perciò, non centra l’obiettivo, ne fa fotocopia sbiadita ed impersonale, accontentandosi di essere un film-tv di scarsa qualità, cui non riesco a riconoscere nemmeno il pregio dell’intrattenimento in piena afa agostana.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SINOSSI

Jonas, rimasto orfano, resta a vivere con il nonno sull'isola di Amrun ed i suoi amici storici: qui la nuova insegnante di tedesco lo seduce e lo sprona a scrivere, ma il piano della donna è vendicarsi di una torto inconfessato. Thriller che ruota attorno ai teenagers e alla bellezza panoramica dell'isola: debole fotocopia di genere, zeppo di standard, inanellati freneticamente per opposizione, senza reale necessità, nè anima. Tappeto sonoro possessivo e stordente. Interpretazioni mal orchestrate, empatia e tensione enormi assenti. Prodotto dimenticabile.
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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