HomeAnimazioneAkira, il film che fece scoprire l’animazione giapponese all’occidente

Akira, il film che fece scoprire l’animazione giapponese all’occidente

Un film d’animazione potentissimo, tanto nella storia che racconta quanto nell’estetica che propone

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Akira è un manga di Katsuhiro Ōtomo pubblicato dal 1982 al 1990 sulle pagine della rivista Young Magazine che ha riscosso molto successo in Giappone. Lo stesso Ōtomo, nel 1988, prima ancora che il manga giungesse a conclusione, decide di realizzare un film d’animazione tratto dalla sua opera. Pur con alcune significative differenze, nasce così Akira, un film destinato a diventare una delle pietre miliari dell’animazione giapponese e del cinema in generale.

Ed è proprio grazie ad Akira se il pubblico di tutto il mondo ha scoperto le meraviglie dell’animazione orientale, aprendo così la strada a tutte le grandi opere e i grandi autori che abbiamo apprezzato negli anni. Ecco che i film dello Studio Ghibli, Paprika, Your Name e tutti gli altri film che hanno segnato la storia dell’animazione orientale forse non avrebbero ottenuto il successo globale di cui hanno goduto senza un capostipite come Akira.

Akira

La trama

Siamo a Neo-Tokyo, 31 anni dopo la Terza Guerra Mondiale che ha raso al suolo la capitale del Giappone, una città piena di luci e ombre in cui regna il caos. Nelle strade impazzano le contestazioni nei confronti di un governo corrotto e inadeguato, mentre nei vicoli più oscuri le guerre tra bande la fanno da padrone. Ed è proprio una di queste bande a essere protagonista dei primi minuti di film: assistiamo infatti allo scontro tra la Banda dei Pagliacci e quella di Kaneda (Mitsuo Iwata), il giovanissimo leader di una gang composta, tra gli altri, dal fedele Yamagata (Masaaki Ôkura) e l’impacciato Tetsuo (Nozomu Sasaki), amico d’infanzia del capo. La battaglia si svolge a bordo di potenti moto tra cui spicca quella di Kaneda, rossa fiammante, un mezzo potentissimo e quasi indomabile se non per il suo proprietario.

Mentre si consuma lo scontro, vediamo un terrorista fuggire dall’esercito con uno strano bambino dall’aspetto anziano. L’uomo viene però ucciso e il bambino è costretto a continuare la sua fuga in solitaria fino a quando non finisce in mezzo alla strada proprio mentre sta passando Tetsuo con la sua moto. Il ragazzo sbanda e rimane gravemente ferito, ma proprio in quel momento arriva un elicottero dell’esercito da cui scende il Colonnello (Tarō Ishida), un militare dai modi duri, interessato a riportare il bambino nel laboratorio da cui è fuggito.

Una storia più complessa di quello che potrebbe sembrare

Un incipit d’effetto, forse anche un po’ confusionario, per una storia che, mano a mano che si disvela, dimostra tutta la sua complessità. Scopriamo infatti che lo strano bambino non è solo, anzi, per la precisione sono tre, Takashi (Tatsuhiko Nakamura), Kiyoko (Fukue Itō) e Masaru (Kazuhiro Shindō), e sono tutti degli ESP, ovvero individui dotati di poteri paranormali che spaziano dalla telepatia alla telecinesi. Lo stesso Tetsuo scoprirà di avere enormi poteri, quasi paragonabili a quelli di Akira, un misterioso essere assimilabile a un dio, che sembra abbia causato la distruzione di Tokyo 30 anni prima.

Da qui inizia la ricerca di Tetsuo da parte di Kaneda, aiutato dai terroristi Ryū (Tesshō Genda) e Kai (Takeshi Kusao), mentre il Colonnello continua a studiare i vari ESP per cercare di individuare la fonte dei loro poteri e poterla utilizzare.

La storia di Akira è in realtà molto più profonda e articolata, con dei personaggi che non sono quasi mai stereotipati, ma, anzi, dimostrano di avere sfaccettature interessanti e una caratterizzazione magistrale. Tra questi possiamo ad esempio citare il Colonnello, dapprima individuabile come villain, e infine rivelatosi praticamente un eroe.

Akira, uno specchio del Giappone

Per tutta la durata dell’opera si ha come l’impressione di essere al cospetto di una grande metafora del Giappone coevo a Ōtomo. Partendo dall’ambientazione, troviamo una Neo-Tokyo che prova faticosamente a rialzarsi dopo una guerra finita con un immane disastro che ha reso al suolo la precedente città. Questo ricorda fin troppo bene la situazione del Giappone post Seconda Guerra Mondiale, conflitto terminato proprio con un disastro nucleare, quello di Hiroshima e Nagasaki. Inoltre troviamo un governo incapace di ricostruire, una classe politica corrotta e inadeguata, una popolazione lasciata a sé stessa che non riesce a identificarsi con chi prende le decisioni.

Proprio da questa insoddisfazione del popolo nasce la ricerca costante di una guida, un “Messia” che possa guidare tutti alla rinascita. Ecco che quindi la figura di Akira (che da il titolo all’opera) è fondamentale: non lo si vede praticamente mai se non per una manciata di secondi a schermo, ma la sua presenza la si percepisce per tutto il film. Specialmente nella seconda parte capiamo come Akira venga visto dal popolo come un salvatore, un essere divino dotato di poteri incredibili e capace di dare il via a una vera rinascita di Tokyo.

Una riflessione sulla tecnologia e sul potere

Allo stesso tempo però troviamo anche altre tematiche che rimandano al Giappone. Ad esempio la tecnologia, fiore all’occhiello dell’industria giapponese e vera e propria ossessiona di un paese all’avanguardia dal punto di vista dell’innovazione, è raccontata come mezzo di distruzione piuttosto che di progresso. In questo senso, l’ambientazione rimanda molto a grandi opere cyberpunk come ad esempio Blade Runner o Tron (specialmente per le moto futuristiche su cui sfrecciano i protagonisti).

La moto di Kaneda, ad esempio, è un prodigio della tecnica, così come la terribile arma orbitale con cui il Colonnello tenta di fermare Tetsuo, ormai impazzito: sono tutti strumenti potentissimi, ma anche pericolosi, un po’ come la tecnologia che si sviluppa incontrollata.

Possiamo infine ritrovare una riflessione sul potere e sulla società: i personaggi di Akira sono quasi tutti bambini o ragazzini, e nessuno sembra avere famiglia, come se ognuno fosse solo e abbandonato, fagocitato da un mondo famelico e più grande di loro. Allo stesso tempo, i bambini sono gli unici recipienti di un potere superiore, come se tali capacità fossero inaccessibili per gli adulti. O forse è anche un inno alla speranza, per cui le nuove generazione sono sempre quelle che possono cambiare (si spera in meglio) il mondo.

Akira

Lo stile (splendido) di Akira

Uno dei punti di forza di Akira è senza dubbio la sua estetica meravigliosa. L’animazione raggiunge vette incredibili, forse tutt’oggi non ancora raggiunte, e la conduzione artistica in generale regala scorci mozzafiato e paesaggi futuristici vivi. Niente a che vedere infatti con le opere d’animazione che l’occidente aveva prodotto fino ad allora, quasi sempre piatte e in 2D, con una profondità che appariva estremamente finta.

Akira invece è capace di mostrare gli sterminati quartieri di Neo-Tokyo come spazi credibili, in cui la terza dimensione si percepisce e diventa addirittura linguaggio, specialmente nelle scene in moto o nei vari combattimenti. I personaggi poi sono ben caratterizzati e dalle loro espressioni, seppur non troppo tratteggiate, capiamo sempre quale sia la loro emozione dominante: il sorriso mefistofelico di Tetsuo, lo sguardo determinato di Kaneda, gli occhi tristi di Kaori, tutti appaiono credibili e ben delineati.

Un’altra caratteristica di Akira è poi quella di mostrare la violenza in maniera diretta, senza troppi filtri. Assistiamo a uomini uccisi a sangue freddo, soldati smembrati dal potere distruttivo di Tetsuo, addirittura vediamo una violenza sessuale (incompiuta) da parte di un membro della Banda dei Pagliacci nei confronti della povera Kaori. Ōtomo non ha quindi paura di mostrare scene, anche estremamente crude, dal grande impatto emotivo, perché sono queste immagini a definire tutto l’impianto tematico del film.

Nel finale troviamo anche una riflessione sul connubio uomo-macchina, con una scena che sembra attingere a piene mani dalle opere del periodo “body horror” di Cronenberg, segnale inequivocabile di una sensibilità condivisa su tematiche simili da parte di autori diversi. Come se in quel periodo ci fosse una sorta di inquietudine su certi argomenti, che oggi pare superata (o forse le previsioni di questi autori si sono perfettamente compiute e ormai ne siamo completamente inglobati).

Conclusioni

Akira è un’opera complessa e sinuosa, capace di riflettere su argomenti e tematiche diverse, ma fornendo una visione d’insieme ben precisa. L’inizio un po’ confusionario potrebbe scoraggiare qualcuno alla visione, ma quando si riesce a entrare nelle dinamiche interne alla storia, il film si apre in tutto il suo maestoso aspetto, e offre un racconto appassionante e sincero.

L’animazione di primissimo livello fa poi da cornice a tutto, non limitandosi a mero esercizio estetico, ma attestandosi addirittura come linguaggio.

L’estetica varrebbe da sola il “prezzo del biglietto”, ma è il mix che si crea con storia e sottofondo filosofico a rendere Akira semplicemente uno dei migliori film d’animazione della storia del cinema.

PANORAMICA

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazione
Emozioni

SOMMARIO

Akira è un piccolo gioiello dell’animazione giapponese, capace negli anni di diventare un cult e di fare scuola anche per quanto riguarda il cinema occidentale. Con un’atmosfera neo-noir, dei personaggi memorabili e una storia che racconta di amicizia, amore, dinamiche di potere, ma che è anche una metafora della società dell’epoca, Akira rappresenta una delle vette più alte mai raggiunte dal genere.

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