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Adagio, Roma brucia

Meno spettacolare, ma più intimo, Stefano Sollima riesce a centrare il segno con un film godibile ambientato in una Roma crepuscolare, in balia delle fiamme

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Roma.

Sullo sfondo della capitale vediamo fiamme incessanti che non accennano a diminuire. Un blackout spegne tutte le luci della città.

Così si apre Adagio, il nuovo film di film di Stefano Sollima, autore di film come A.C.A.B., Soldado, Senza Rimorso e della serie Romanzo Criminale, presentato in concorso alla 80esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Il film, prodotto da The Apartment, Babe Film, Rai Cinema, rappresenta la chiusura della “Trilogia di Roma” a cui appartengono il già citato A.C.A.B. e Suburra.

Adagio è un film diverso dalle ultime opere del regista romano, in cui la spettacolarità a cui ci ha abituato (specialmente con i film girati negli U.S.A) lascia spazio a momenti più riflessivi e intimi, dove i personaggi acquisiscono uno spessore emotivo quasi inedito.

Adagio

Adagio, la trama

Manuel (Gianmarco Franchini) è un giovanissimo ragazzo romano che vive col padre, un ex criminale soprannominato Daytona (Toni Servillo), che sta iniziando ad accusare l’età che avanza e che soffre infatti di demenza senile.

Manuel ha però un problema: tre carabinieri corrotti, capeggiati dallo spietato Adriano Giannini, lo stanno ricattando, obbligandolo a scattare delle foto a una festa in cui sono coinvolte importanti personalità della politica. Arrivato al dunque però, il ragazzo ha un ripensamento e fugge, scatenando così una caccia all’uomo che arriverà a coinvolgere anche i conti in sospeso del passato di Daytona.

Per sfuggire ai sicari, il ragazzo chiede infatti aiuto a Pol Niuman (Valerio Mastandrea), un vecchio amico del padre ormai divenuto cieco, che vive da solo in una baracca sul tetto di un palazzo. E infine, la persona a cui Manuel si affiderà per salvarsi è il Cammello (Pierfrancesco Favino), altro ex membro della banda di Daytona, appena uscito di prigione (dove è finito anni prima a causa del personaggio interpretato da Servillo).

La sceneggiatura di Adagio è asciutta ed essenziale, ma non per questo poco interessante. Risulta infatti efficace la scelta di utilizzare un pretesto narrativo abbastanza basico, per poi concentrarsi principalmente sui rapporti tra i personaggi, vero fulcro di un film che vede Sollima esplorare orizzonti nuovi della sua cinematografia.

È infine interessante notare come ogni personaggio, complice anche il cast stellare a cui era doveroso dare il giusto spazio, goda di momenti propri che vengono mostrati al pubblico mantenendo un sostanziale equilibrio. Non c’è un protagonista, non c’è un giusto o uno sbagliato, non c’è un vero o un falso. C’è soltanto quello che vediamo.

La regia di Stefano Sollima

Da un maestro del cinema d’azione quale è Stefano Sollima è lecito aspettarsi fuoco e fiamme dal punto di vista della spettacolarità. Ma in questo caso le attese vengono tradite, seppur in favore di qualcosa di ancora migliore. Le scene di azione sono infatti relativamente poche, anche se tutte ben costruite e ottimamente realizzate, e viene dato maggior spazio alla costruzione di un’atmosfera coinvolgente.

Parlando della fotografia di Paolo Carnera, la Roma oscura e crepuscolare che Sollima ci offre ricorda un po’ quella di Suburra, ma in questo caso risulta ancora più contrastata, un po’ come se fosse una sorta di Gotham City nella quale il crimine si annida dietro ogni angolo. L’incendio che accompagna tutto il film non è altro che una metafora di quello che sta accadendo, un moto imperante e continuo che funesta una città in cui non c’è spazio per la redenzione, soltanto per la morte.

Il ritorno ai generi

Che Adagio sia la chiusura della trilogia romana di Sollima è evidente, ma occorre anche osservare come questo film sia una sorta di calderone nel quale il regista ha sapientemente mixato tutti gli elementi dei suoi precedenti film, facendo tesoro degli errori commessi e del suo “periodo americano” dove ha avuto a che fare con produzioni gigantesche e attori di altissimo calibro.

Ma nonostante questo, Adagio non ha niente da invidiare a nessuna produzione statunitense né in fatto di sforzo produttivo, né come resa complessiva, in quanto risente sì delle influenze del cinema d’azione targato U.S.A., ma alla fine dei conti è un film estremamente italiano, anzi, romano.

E questo non può che farci piacere in quanto un ritorno dei generi in Italia è auspicato da ormai diversi anni e sembra finalmente avere luogo. Basti pensare che soltanto quest’anno abbiamo visto L’ultima notte di Amore, Comandante, e proprio Adagio. Tre film diversi, ma tutti apprezzabili che rileggono le regole del genere e provano ad adattarle ai tempi che corrono. Piccola curiosità: tutti e tre i film citati vedono la partecipazione di Pierfrancesco Favino, cosa non da poco, che dimostra anche il coraggio di un attore che ama confrontarsi con cose sempre diverse e rischiose.

Adagio, un cast stellare

In pochi, in Italia, possono dire di aver avuto il privilegio di dirigere un cast così importante come quello di Adagio. Servillo, Favino, Mastandrea, Giannini, il meglio di una generazione di attori italiani riuniti sotto la sapiente direzione di Stefano Sollima. Sì, perché un grande attore non è sinonimo di un grande film, ma in questo caso tutto funziona come deve funzionare e il risultato finale è più che apprezzabile.

I personaggi poi sono splendidi: Manuel è fragile e vittima di un contesto che non dovrebbe appartenergli, Pol Niuman, nonostante un minutaggio abbastanza risicato, si prende subito la scena col suo carisma; il carabiniere corrotto di Giannini è spietato e senza scrupoli, ma ci viene mostrato anche nel suo lato più umano quando ha a che fare con i figli; Daytona è un personaggio che carbura piano piano e che riserva più di una sorpresa al pubblico. E a questi si affiancano i due tirapiedi di Giannini, interpretati dagli ottimi Francesco Di Leva e Lorenzo Adorni.

Ma il personaggio che più di tutti entra nel cuore e nella testa del pubblico non può che essere il Cammello di Pierfrancesco Favino. Un uomo distrutto dal cancro, con una vita rovinata dalla prigione e delle ferite del passato che non si sono mai davvero rimarginate. Un personaggio tanto complesso nella psiche quanto semplice nel modo di esprimersi, con un’estetica particolare e riconoscibile che lo rendono memorabile. La testa calva, il corpo appesantito, lo sguardo torvo e segnato dagli eventi, il Cammello è forse il personaggio più e “sporco” che Sollima abbia mai creato (grazie anche allo sceneggiatore Stefano Bises, ormai veterano di film e serie crime), una sorta di Bane del Cavaliere Oscuro – Il ritorno spogliato di tutte le armature fumettistiche e dato in pasto al pubblico in tutta la sua fragilità.

Adagio

Conclusioni

Adagio è forse il film più intimo di Stefano Sollima, depauperato della spettacolarità a cui il regista romano ci aveva ultimamente abituato, ma non per questo meno godibile. Certo, probabilmente non godrà di una sceneggiatura stratosferica, ma l’evidente sforzo produttivo e il cast incredibile rendono Adagio un’ottima opera che potrebbe anche fungere da cassa di risonanza per altri prodotti simili.

Non c’è molto altro da dire se non che, preso per quello che è, ovvero un ottimo film di genere, Adagio è uno dei migliori thriller/noir italiani degli ultimi anni.

Adagio uscirà nelle sale italiane il 14 dicembre 2023 distribuito da Vision Distribution.

PANORAMICA

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazione
Emozioni

SOMMARIO

Adagio cambia i toni a cui ci aveva abituato Stefano Sollima e rappresenta un ritorno alla Roma oscura e crepuscolare dei suoi primi lavori. In questo caso, però, il film sacrifica un po’ di azione e spettacolarità in favore di un’intimità veramente apprezzabile, tanto che Adagio è probabilmente una delle migliori opere del regista romano e può rappresentare un punto di svolta per il genere in Italia.

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