Ticket to Paradise – Trama
Lily (Kaitlyn Dever), figlia studiosa e ben avviata a luminosa carriera metropolitana, chiede un viaggio premio per la laurea di successo a Bali, in Indonesia, insieme a Wren (Billie Lourd) scatenata miglior amica di sempre, ma proprio nel locus amoeni prescelto conosce Gede (Maxime Bouttier), un ragazzo coltivatore di alghe che diventerà l’uomo della sua vita e decide di sposarlo.
Questo comporta che i genitori di lei debbano raggiungere il paradiso in cui i due giovani convoleranno a nozze ed abiteranno stabilmente, anche se dell’intera faccenda non sono affatto persuasi, né l’una né l’altro.

I loro piani, infatti, sono di sabotare l’engagment dell’adorata figliola e riportarla sulla retta via: peccato che prima ancora del disaccordo della piccola stella dei loro occhi, i due incappino nel loro di disaccordo, atavico, eterno, puntiglioso, ironico talmente insormontabile da averli fatti divorziare un bel po’ di anni addietro.
Se poi il papà David è George Clooney e la madre Georgia è Julia Roberts, la missione distruggi-matrimonio è destinata a mutare forma ed il risultato è un incontro-scontro tra due volpi amiche di vecchia data, che si tirano schermaglie, ma se la ridono tra i baffi, guardandosi negli occhi e cambiando le carte in tavola.

Ticket to Paradise – Recensione
A metà tra Mamma mia! e le varie saghe di Ti presento i miei, Ticket to Paradise non ci dice nulla di nuovo, giocando su vecchie tematiche di amore osteggiato da genitori con tutt’altri piani e poi sfociato nella sua giusta consacrazione: contrattempi, trappole, un girovagare di diavolerie di fatto indolore, per poi proclamare alla fin fine una sorta di amore comunque universale, comunque vincente, comunque tra tutti.
Dunque Ticket to Paradise altro non fa che presentarsi come un tentativo di ritorno su grande schermo della commedia romantica con cui si trascinavano mode, sentimenti, copertine e jet set, oltre una decina di anni fa, grazie ad un carico di star amatissime e sempre sulla cresta dell’onda e le immancabili dinamiche amorose dall’orizzonte spericolato, zeppo di equivoci, sostanzialmente disimpegnato, rigorosamente ottimista che lasciava battute, sospiri e un vagone di good vibes, diremmo oggi, a stuoli di fans.

Molto di quel profumo, anche se più spento, magari ragionato, magari sotto controllo, ritroviamo nel Ticket to Paradise di Ol Parker, che già aveva diretto un Mamma mia! Ci risiamo, rispetto al quale facilmente si notano similitudini di atmosfera e vicende.
Il film è una confezione che vuole allietare pubblico di antica data, forse farlo vibrare come allora, impresa postdatata, non contestuale e forse fuori tempo massimo, e vorrebbe farsi voler bene anche da occhi più giovani, grazie alla presenza catalizzante degli intramontabili miti del set, Clooney e Roberts, volti verso i quali si è incapaci di volere male.

Complice della manovra anche un’ambientazione lussureggiante ed esotica, qui tematicamente favorevole, poiché l’esotico porta con sé il diverso, l’imprevedibile, la trasformazione della situazione di fatto in qualcosa che necessariamente ribalta l’orizzonte prestampato di partenza, il quale, in questo caso, consiste nei progetti sfascia-amore dei due ex-coniugi.
Ma la trama in casi così è arcinota, prevedibile fino allo sparire, scritta tutta nel da dove vengono i personaggi: accade tutto, ed anche il suo contrario, una coppia che non c’era, si forma ed una coppia che aveva deciso di non esserci torna sui suoi passi.

Ticket to Paradise è il ritorno ad un marchingegno che funzionava anni addietro, ed oggi probabilmente non ha altro da dire a meno che non proponga un cambio di linguaggio, una prospettiva inedita fino ad ora o un quid che ne ri-giustifichi la presenza (si pensi appunto al già citato Mamma Mia che tenta la via del musical).
Possiede lo smalto serio e disincantato di chi conosce perfettamente luoghi comuni ed angolazioni del prototipo, e lo abita per tentare di dimostrare che il tempo passato è saggezza acquisita, non rughe sulla fronte, che le vecchie storie non sono mai vecchie se qualcuno sa ancora dirci di che cosa si tratti e che, in fondo, cinquanta/sessant’anni sono un’ottima età per fare un passo indietro e prendere di nuovo la rincorsa.

Specie se davanti alla vista si distende un paradise, raggiungibile solo con piccoli battelli, composto di spiagge, foreste, bungalow incontaminati, mari cristallini, serpenti non troppo velenosi e gente vestita di parei dalla testa ai piedi.
Buone intenzioni, ma operazione abbastanza indifferente, agèè in modo non meritorio, effimera in troppi aspetti per raggiungere la sufficienza. Si tenta, tra una scenetta e l’altra, una riflessione sullo scorrere del tempo, sull’ottusità spicciola che crea l’imbarazzo alla vita, così visibile da fuori e così sordo dall’interno per chi ne è vittima, si ritrova un pensiero che vuole premiare la bontà di esperienze diverse da quelle fatte in prima persona le quali, non per questo, devono essere bollate come inadeguate o sconsigliate. Ma in sé non basta.

Certo Ticket to Paradise dimostra come metà dei problemi familiari siano frutto della proiezione di angosce che i genitori hanno avuto o hanno sul futuro dei loro figli, sottovalutando la saggezza della prole, anche per paura di vedere commessi da loro gli stessi errori che in passato commisero, o, più banalmente, per timore di non riuscire a tenere il loro stesso passo. Non certo una novità interessante sul campo: allora perché la ascoltiamo?
Ticket to Paradise – Cast
Perché ce lo dice, in qualche modo, Clooney-David, quando afferma che è difficile vedere i propri figli crescere, specie quando sono felici, poichè è lì che si affaccia il pensiero di quanta serenità non si sarà in grado di dare loro, di come si potrà fare per preservarli dalla delusione e dallo scontento in cui verosimilmente potranno cadere, come sollevarli dalla mancata serenità che la vita sicuramente troverà il modo di riservare loro.

E se a fare questo discorso sull’eco della banalità è il volto stropicciato, dolce ed un po’ impacciato di un attore-mito, il pubblico plaude, annuendo ad una faccia da walk of fame che gli toglie i pensieri di bocca, rimarcando come non tutto nella vita vada secondo i propri piani, e che le regole e le aspettative possono cambiare e il cambiamento ci deve trovare pronti a coglierlo, finchè si è ancora in tempo, finchè c’è ancora tempo.
Dall’altra parte c’è una Julia Roberts saggia ed acuta, come solo una madre che ha sbagliato e non ha mai formulato la giusta scusa della vita, sa essere. Ticket to Paradise esiste per loro e con loro, la cui alchimia è palpabile così come il divertimento di tanti set divisi insieme (si pensi alla saga Ocean’s eleven), capaci di accasciarsi tra le loro rughe, smorfie e facce da commedia con il glamour e la grazia che loro hanno e noi no, e va bene così.

In fondo il film dimostra ancora una volta come una storia sulla crescita e il passaggio alla vera vita adulta dei figli, diventi spesso un racconto su chi siano i genitori di quei figli, da dove vengano, quali paure portino con sé, buffe, anacronistiche, omologanti, fondatissme, condivisibili o bacchettone che siano.
E’ la classica, indomabile, ciclica dinamica che si instaura nel rapporto genitore-figlio al momento della “partenza dal nido”, anche se quel nido non si è mai preservato intatto, anche se dell’unione i due capostipiti non sono stati esempio tangibile né affidabile, anche se mamma e papà hanno le fattezze di due divi, sufficientemente intelligenti da mettersi in gioco con qualche riflessione, non profondissima, ma nemmeno troppo banale, riguardante il passato, gli errori fatti e finiti e quelli fatti ma non del tutto finiti.

Ed a parte la luce che i futuri suoceri emanano nel loro sventato pellegrinaggio di disfatta, il resto rimane sostanzialmente opaco e poco memorabile.
