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John Q, Il film emozionale di Nick Cassavetes

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John Q ha tutte le carte in regola per essere un vero e proprio film alla Spike Lee: l’opera è pregna di tematiche sociopolitiche che sgorgano da ogni singola scena. Lo scrigno contenutistico dell’opera contiene infatti spunti di ogni sorta per provare a questionare una domanda molto seria: la famosa livella sociale, esiste davvero?

In John Q si parla principalmente di dignità, il vero fulcro narrativo dell’opera. La stessa ha evidentemente pochi vezzi stilistici ed esigui arzigogoli scenici con un’unica e sola matrice: quella emotiva. All’interno di quest’impianto convergono più topoi contenutistici: da un lato la stratificazione sociale, dall’altro la critica al governo americano (passando incredibilmente per elementi di carattere storico).

Non si tratta infatti di un film fine a sé stesso o genericamente schierato a favore della giustizia sociale. John Q ha una forte attinenza con il contesto di riferimento (primi anni duemila) una fase in cui l’America stava attraversando la forte insicurezza derivata dagli attacchi dell’11 settembre.

Evidente anche il bisogno della regia di fare della ribellione e del riscatto un punto cardine del tutto. In quel frangente storico vi era una forte necessità di risvegliare le masse dal torpore e di dare loro una motivazione per andare avanti. Dalla disperazione bisognava passare all’azione.

John Q è diretto invece da Nick Cassavetes e anche se il film fuoriesce di per sé dal suo registro scenico consueto, il risultato è decisamente apprezzabile. Il regista consegna al pubblico un’opera di rottura (a modo suo) e punta senza mezzi termini a colpire gli spettatori alla bocca dello stomaco, cercando di risvegliare empatia e sensibilità.

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John Q – Un vortice di emotività

John Q. Archibald è un uomo di colore che vive una vita modesta ma serena insieme alla sua famiglia. Le giornate trascorrono tra infinite sessioni di risate alternate a preoccupazioni ferventi per macchina, lavoro e casa. La moglie Denise ha da poco trovato lavoro in un supermercato e il piccolo Michael condivide tutto con i genitori (anche la sua insolita passione per il body building).

Le cose non si mettono bene per la famigliola: John Q. vede le sue ore lavorative ridursi a seguito di un rimpasto ai vertici dell’azienda che decide di fare dei tagli a livello di monte orario (riduzione che porterà inevitabilmente al taglio anche dello stipendio).

I tre, nonostante ciò, si fanno forza. Hanno una dignità turgida che consente loro di oltrepassare (in maniera non del tutto indenne) questa prima grande difficoltà. Come se non bastasse ci si mette anche il destino: Michael, durante una partita di Baseball, cade a terra in preda a un attacco cardiaco.

Portato di corsa all’ospedale, John e sua moglie dovranno fare i conti con una terribile verità: il cuore di loro figlio non pompa abbastanza sangue e, se non sostituito, condurrebbe il bambino verso morte certa. Inizialmente non si danno per vinti ma il secondo ostacolo è la copertura assicurativa che non basta a surclassare le spese mediche.

Si fanno in quattro per poter pagare tutto: vendono le forniture casalinghe, la macchina e cercano disperatamente un altro lavoro. Arrivano anche a fomentare una raccolta fondi di quartiere alla quale partecipano i loro amici, convinti nel sostenerli e nel rinfrancarli.

L’ospedale che tiene sotto controllo il figlio gli comunica tuttavia che o trova i soldi per inserire Michael in una lista di donazioni, oppure il piccolo dovrà essere riaccompagnato a casa. Tutto quello che poteva essere fatto, a detta dei dirigenti, è stata fatto. Anzi, anche di più.

I desideri di John si scontrano con la montagna burocratica ed economica che aveva deciso di scalare legalmente. Trovando come ricompensa per i suoi sforzi solo porte in faccia, rimane allo stesso una sola e ultima disperata soluzione: prendere in mano un’arma.

L’uomo entra nell’ospedale con una pistola e tiene un folto gruppetto di persone casuali sotto ostaggio, chiedendo un cuore per suo figlio, chiedendo un po’ di giustizia. L’epopea di John Q proseguirà attraverso contatti stretti con le forze dell’ordine che tentano senza successo di far desistere quest’ultimo dal suo intento.

Perseverando con un’audacia fuori dal comune, John arriverà all’obiettivo desiderato. La sua esperienza, tuttavia, dice anche che non bastano cuore e forza di volontà: il destino gioca le sue carte e vuole vincere. Pertanto, una buona dose di fortuna è l’ultimo step da superare; il passo veramente decisivo che può portare a una vittoria o anche a una clamorosa sconfitta.

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La recensione

John Q è un film spietato e speranzoso allo stesso tempo. Si è già detto come convergano al suo interno più tematiche di matrice sociale che generano un indotto emotivo importante. Partendo dalla regia può dirsi che questa è assolutamente impeccabile (in forza anche di un registro scenico che non si perde nei meandri del vezzo stilistico ma va dritto al punto).

Cassavetes si serve di un pezzo da novanta come Denzel Washington che non può fallire nei panni del padre di famiglia afroamericano che lotta contro tutti per la sopravvivenza di suo figlio. Il contenuto è di un’americanità spinta e questa prova per Washington si inserisce in un novero di opere che costituiscono il suo vero e proprio biglietto da visita.

Si potrebbe quasi immaginare che, essendo questi gli anni d’oro dell’attore, John Q fa parte di una trilogia immaginaria che gli ha consentito l’accesso al gotha di Hollywood. Si parla specificatamente de Il Collezionista di ossa, Training Day e per l’appunto l’opera sopra citata.

Denzel Washington in stato di grazia permette anche allo spettatore di non osservare i difetti di John Q. La produzione “vola basso” in un certo senso e genera un titolo emozionale che prende pochi rischi. Si fa poco caso alla parziale irrealtà che trapela da alcune singole scene: il fatto, ad esempio, che John riesce a farsi amare da coloro che tiene in ostaggio (diventando per loro un amico da sostenere) è commovente ma forzato. La figura di John Archibald, tuttavia, è fulcro di ogni tipo di discorso pendente e tutte le attenzioni sono su di lui.

Si parlava di dignità in risposta a una difficoltà. John Q attiene anche a un periodo storico particolare. Si percepisce chiaramente lo stigma della società contemporanea, permeata da differenze di classe e tragedie personali. Ognuno ha i suoi propri mezzi per contrastarle e ovviamente le proprie disponibilità economiche.

L’atmosfera di John Q è perfettamente confacente a quest’impianto narrativo: da non sottovalutare il fatto che ci si trova all’indomani dell’11 settembre (un evento che ha scosso l’America e il mondo). Sulla falsa riga de La 25esima ora si percepisce quell’atmosfera di sconfitta che dominava il paese in quegli anni. L’evento ha costretto ciascuno di noi a guardarsi dentro, vedendo paure e rabbia.

Da lì nascono poi varie considerazioni di carattere economico: lo stallo che alcune dinamiche di social welfare hanno vissuto per anni e che sono ritornate in auge solo con la presidenza Obama: lo slogan del suo insediamento recitava una sola e singola parola “Hope”.

John Q è tutto questo e sebbene non attenga a un esercizio di stile pregiatissimo, riesce nel suo compito, deliziando gli occhi ma anche la sfera emotiva più interna.

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PANORAMICA

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

John Q dichiara fin da subito di voler perseguire un intento puramente emozionale. Il fulcro di tutto è Denzel Washington che riesce a mascherare difetti e mancanze di un'opera semplice che vola basso. Il risultato è eccellente. Pochi vezzi, molta emozione.
Federico Favale
Federico Favale
Anche da piccolo non andavo mai a letto presto. Troppi film a tenermi sveglio. Più guardavo più dicevo a me stesso: "ok, la vita non è un film ma se non guardassi film non capirei nulla della vita".

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