The Duke Trama
The Duke è un ritratto dalle non ingenti dimensioni raffigurante il nobile Duca di Wellington, fermato e firmato su tela dal virtuoso pennello di Francisco Goya ed è storicamente il primo ed unico quadro di cui la prestigiosa National Gallery di Londra abbia mai denunciato il furto.
Kempton Bunton (Jim Broadbent), invece, vive nel 1961 ed è un sessantenne indomito del NewCastle, territorio poco distante dalle nebbie di Scozia, ex guidatore disabile di autobus in pensione, autore di numerose pièce teatrali che continuano a fioccare dalla sua penna nella convinzione, puntualmente smentita, di essere pubblicate, sempre a corto di denaro e sempre coinvolto in qualche battaglia per i diritti del prossimo, la cui difesa gli vale spesso visite della polizia, multe, giorni di prigione e licenziamenti continui da occasionali lavoretti.
Il quadro e l’anziano idealista si incontrano quando il secondo decide di rubare il primo e di ottenere dal governo, per l’insolito sequestro, una cifra sufficiente a foraggiare l’ultima delle sue campagne, ovvero l’abolizione della licenza televisiva per gli ultrasettantacinquenni ed i veterani di guerra.

Nella sua inedita impresa circuitano attorno a lui, lo ostacolano e lo aiutano alcuni familiari: per prima, Bloody Mary, ovvero la moglie di Bunton (Helen Mirren), governante in casa di altolocati, ferrea, lucida ed intransigente guida della famiglia, impegnata a portare il pane a tavola, ad arginare le lotte maldestre eppure sacrosante del marito, chiusa in una lotta silenziata con il dolore di aver perso la giovane figlia.
Accanto a lei gli altri due giovani, figli della coppia, in particolare, il più piccolo, Jackie (Fionn Whitehead), stanco di vedere il padre deriso, isolato, rifiutato ed intristito dalle sconfitte e dalle derisioni più o meno pubbliche ricevute, convinto della bontà delle sue azioni, afflitto dall’incomprensione di due genitori che non trovano modo e volontà di affrontare un lutto comune.

The Duke Recensione
Così prende forma una commedia very british, diretta da Roger Michell, regista del celebre e romantico Notting Hill, dai dialoghi fermi ed ironici, spesso irriverenti e sferzanti, come ogni inglese puro comprende e trasmette, impeccabile nel ritmo, che dal distacco trae forza e sagacia di approfondimento.
The Duke, presentato fuori concorso alla 77.Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, distribuito in Italia da BiM, è uno stratagemma per parlar d’altro: del fatto storico in sé, il furto dell’opera di Goya, sottrazione portata a termine e poi disinnescata tramite plateale restituzione del prezioso oggetto, ci si interessa distrattamente.
Semmai emerge l’indole di un uomo oltre il suo tempo, un Don Chisciotte post litteram, che dell’impegno dei più sfortunati fa il suo pane quotidiano, per dimenticare, probabilmente che lo sfortunato, in qualche modo, è lui, cresciuto solo con la madre, senza conoscere la propria età precisa, con lo scempio della guerra a rovinare ogni giro di boa e la memoria corta del governo a fare il resto.

Kempton Bunton arringa, polemizza, chiede spiegazioni, non si scansa, non si distrae, non fa finta di niente, non abbassa la testa, si impegna, si prende la responsabilità, ci crede; perché è normale che tutti si schierino, lui per primo.
E’ un uomo che combatte la solitudine degli altri esseri umani, compresa la sua, l’indifferenza che domina il tornaconto del singolo, la depressione della vecchiaia, l’isolamento dei più deboli che vengono sistematicamente tralasciati: non a caso si deve arrivare all’anno 2000 perché l’Inghilterra decida di eliminare la tassa sulla licenza televisiva, rendendola gratuita per certe fasce svantaggiate dall’età, da malattie o da disabilità.

Dunque Bunton è l’oracolo dei vinti, maldestro incantatore dei suoi giudici, affabulatore cronico, cantastorie di episodi della propria infanzia, della propria guerra, della propria storia d’amore, veri o inventati chissà, scrittore appassionato amante di Cechov, non di Shakespeare (troppo ossessionato dal potere), bacchettatore cronico dell’ordine costituito laddove si parli di redditi inadeguati, di mancata giustizia sociale, di discriminazione razziale, sessuale, religiosa, di tributi sperequativi, di interesse collettivo.
E’ un politico fuori dal parlamento, un eroe che veleggia sull’arte di arrangiarsi con libertà assoluta e sorridente, come se dell’incerto non debba aver timore, poiché la vita è qui e adesso, mantenendo fede alla propria fede su cui troneggiano l’amore imbarazzante per il dialogo, quello autentico per la sua donna e quello ferito per la figlia che non è più.

Come il dipinto del titolo, The Duke è a sua volta il ritratto incorniciato di una worker-class-family, immersa nella nuova frenesia del moderno, impegnata a rincorrere il boom produttivo dell’epoca, a sistemare l’esterno, nel tentativo di silenziare i vuoti ed i dolori che ogni famiglia cova al proprio interno: le ombre, le difficoltà ed il disordine ci sono, ma vengono affrontati con una tazza di tè in mano o con un brindisi di birre, senza mai tacere una freddura umoristica e dolorosa che sintetizzi, chiuda o rovesci i rapporti in tavola.
Una coppia innamorata, una donna sferzante e un self-made-man della cultura e della politica, una riverenza diffidente ed un umanesimo in goffa bellavista, una dama di corte accorta ed un Robin Hood con frecce sgangherate al proprio arco: The Duke inscena litigi, stoccate, confessioni, riappacificazioni di marito e moglie opposti e complementari, che declinano l’onestà con regole teoricamente incompatibili, ma sostanzialmente coincidenti, mentre i figli seguono fedeli ed affascinati le orme dei padri, perché questi sono i padri costruttori del futuro migliore, anche se nascondono un quadro da centoquarantamila sterline nel doppiofondo di un armadio.

Si uniscono in questo modo i contenuti del dramma socio-familiare al divertimento posato inglese, nell’atmosfera rigorosamente senza sole tutta britannica, tra gli interni in moquette, le parrucche dei giudici e le case di mattoni a vista, all’alba dei favolosi sixties; il tono narrativo è grigio e lieve e mantiene la storia leggera anche negli affanni in cui scivola.

The Duke Cast
Impresa, quest’ultima, facilitata oltre che da dialoghi brillanti, anche da un team di attori che per bravura e solidità possono riconoscere pochi contendenti.
Jim Broadbent totalmente divertito e a suo agio nei panni del protagonista, ha l’espressione illuminata di un bambino al suo primo giro di giostra in questa vita; Helen Mirren è la sua geometrica controparte, spigolosa e complice, senza il minimo sforzo. Preziosi tutti i fuoricampo, in pieno tempismo inglese, in cui si posizionano fraintendimenti, battute e scomodità reciproche, raramente esternati: è l’Inghilterra che non si piega, ma ascolta e poi batte la storia sul tempo.

Dice Kempton Bunton che lui stesso non sarebbe niente senza gli altri, perché è lui a fare gli altri e sono gli altri a fare lui: e non è teorica pirandelliana, ma bistrattato umanesimo, alla base dell’,oggi volgare, aiuto reciproco; si deve restare connessi per sopravvivere, e anche ascoltare la televisione è connessione.
Il vivo può tenere un legame ed aiutare; il morto no, non può più essere aiutato, ma può ben essere d’ispirazione. La figlia di Bunton lo è stata per lui, e lo stesso duca del quadro trafugato ha svolto la medesima funzione: oltre la british comedy da mercato perfetto, The Duke tenta la commozione con un bislacco aneddoto di umanità, qualcosa che, in effetti, la storia contemporanea dovrebbe disperatamente emulare.
