domenica, 17 Ottobre, 2021

Dunkirk

La strana disfatta. Fu questo il nome che lo storico Marc Bloch diede alla sconfitta subita a Dunkerque (o Dunkirk). Siamo nel maggio del 1940. In Oriente, la Germania Nazista e l’Unione Sovietica non hanno fatto altro che seminare distruzione. Dall’altra parte dell’Europa, invece, è tutto fermo. La Guerra è scoppiata a settembre, eppure non è successo nulla. Soldati francesi ed inglesi stazionano al confine senza sapere cosa fare, mentre il loro morale sprofonda nella paura. Erich Maria Remarque vi direbbe che, da ben otto mesi, non c’è niente di nuovo sul fronte occidentale.

Poi l’attacco finalmente arriva. Ed è una catastrofe. La linea Maginot, dietro cui la Francia si sentiva intoccabile, evapora come la nebbia. I carri armati sfondano, travolgendo ogni cosa. È la guerra lampo. Ed è perfetta. Bisogna ritirarsi, ma dove? Per i francesi, la patria è persa. Per gli inglesi, invece, la patria è soltanto un miraggio lontano dipinto dall’orizzonte. La vedono, la sentono, ad alcuni sembra quasi di toccarla. Ma in mezzo, c’è il mare. Dunkirk comincia qui.

Sulla spiaggia francese si ammassano migliaia di soldati. Non sono soltanto stanchi, o affamati. È molto peggio. Sono straniti, e alienati. Nessuno capisce davvero cosa sia successo. La Germania ha gentilmente offerto la resa. Churchill l’ha rifiutata. Ora il nemico sta avanzando da ogni direzione. Sono accerchiati. Presto moriranno. Bisognerebbe evacuarli, riportarli a casa, ma sembra impossibile. Le grandi navi sono troppo pesanti per sbarcare, mentre il molo giace indifeso sotto i bombardamenti del nemico.

La Storia, stavolta, si scioglie in un beffardo paradosso. Gli inglesi hanno una delle flotte più potenti del mondo, ma non serve a niente. Servirebbe un esercito, non di uomini, ma di barche. Piccole, veloci, pronte a scattare. Si, ma chi le guida? Tocca ai volontari, ai civili, alle persone comuni. Sarà questa la missione impossibile diventata possibile. L’atto che darà vita al leggendario salvataggio di Dunkerque.

Ebbene sì. L’ambizione sconfinata di Christopher Nolan ha fatto un nuovo passo in avanti. Dunkirk sarebbe un film di guerra, e di norma sappiamo bene cosa questo voglia dire. Abbiamo tutti in mente il solito cocktail trito e ritrito, fatto di azioni spettacolari, eroi imbevuti di entusiasmo ed un nemico che prima o poi semplicemente perisce. Ecco, fate una cosa. Prendete il bicchiere, agitate, e rovesciatelo via. Quello che rimane sul fondo, è Dunkirk.

Qui lo spettacolo è impatto. Le sequenze sono lente, ragionate, piene di sospiri. Eppure, quando il colpo arriva nel sordo silenzio, arriva forte. L’eroismo non è cieco. Qui l’unico eroismo è la fuga. E il nemico non perirà, non adesso. Anzi, per essere precisi, nella pellicola il nemico non apparirà nemmeno.

Come per Interstellar, anche stavolta Nolan si affida ad un trittico. I blocchi però, non sono fasi delineate. Sono mischiati, amalgamati, conditi assieme dai colori. C’è il soldato Tommy, solo, sparuto, ma determinato a salvarsi. C’è il signor Dawson, pronto a mettere la propria imbarcazione al servizio dei soldati. E poi c’è Farrier, un pilota che sfreccia sulla distesa bluastra e desolata della Manica. Terra, mare e cielo. Una settimana, un giorno, un’ora.

La telecamera, perfetta nelle sue inquadrature, assiste freddamente all’avanzare del tempo. Dunkirk non coinvolge con le azioni, ma con le immagini. Si affida alle espressioni, non agli ideali. I volti parlano, e le parole tacciono. I personaggi non hanno sviluppo, forse perché in un conflitto, delle persone non importa a nessuno. Le persone, in un conflitto, non esistono.

È l’intensità delle scene a dominare. I dialoghi sono inutili, strettamente funzionali, quasi inevitabili. Negli sguardi, invece, si annida la vita, la morte, la paura. La storia non disegna un flusso, si limita a seguirlo. È una scelta forte, spiazzante e coraggiosa. Nolan scarnifica il pathos, e lo reinventa. Non servono ambientazioni mozzafiato, basta una spiaggia ventosa brulicante di soldati, un mare gonfio di relitti, ed un cielo deserto dove tutto quello che vedi va soltanto abbattuto.

A giocare un ruolo decisivo in questo incantesimo è l’apparato sonoro. L’ormai celebre e prolifica collaborazione tra Nolan ed Hans Zimmer dona i suoi frutti un’altra volta. Il Maestro non si limita a dipingere degli effetti che acuiscano l’impatto, ma sceglie di sperimentare seguendo il copione già abbozzato con The Prestige. I suoni arrivano da ogni direzione. Crescenti, decrescenti, prima lontani, poi vicini. Sordi, ovattati, poi forti, insopportabili. Gli aerei ringhiano, le bombe travolgono e gli spari martellano. È un abbraccio. Un abbraccio sonoro pieno di vita.

Dunkirk non è un film di guerra. Dunkirk è la guerra. Una lunga sequenza fatta di giorni ed ore che scava nella sabbia ed affonda nel mare. I punti di riferimento scompaiono, lasciandovi soli. Non troverete conversazioni da riportare, personaggi da tenere nel cuore o soddisfazioni da sfoggiare dopo la vittoria. La scelta non esiste, non stavolta. Non ci sono compromessi.

Quello che vedete, è quello che è. In questo, l’opera di Nolan è come un invito alla meditazione, al silenzio, alla morte. Se volete conoscere la guerra, cercate un documentario. Se volete vedere la guerra, scegliete un film, uno qualunque. Ma se volete andare in guerra, beh, allora mettetevi in fila come tutti gli altri. La strana disfatta è lì che vi attende.

Voto Autore: [usr 5,0]

Diego Scordino
Amante di tutto ciò che abbia una storia, leggo, guardo e ascolto cercando sempre qualcosa che mi ispiri. Adoro Lovecraft e Zafòn, ho passato notti insonni dietro Fringe e non riesco a smettere di guardare Matrix e Il Padrino. Non importa il genere, mi basta sentire i brividi.

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