“Inspired by actual events”
Comincia con queste parole I segreti di Wind River (Wind River; 2017; USA), seconda regia di Taylor Sheridan, ottimo sceneggiatore e promettente regista statunitense classe 1970.
Nel corso degli ultimi anni sono stati diversi i casi di film recanti le diciture: “Tratto da una storia vera” o “Ispirato a vicende reali”.
Quello più celebre è Fargo (1996; USA; Joel & Ethan Coen).

Nonostante si tratti di un gioco messo in atto dal duo Coen, pur di attirare maggior pubblico affidando agli eventi assurdi e sopra le righe mostrati e raccontati nel film, una certa credibilità che soltanto una storia vera sarebbe stata capace di garantirgli, Fargo ad oggi anima dibattiti ed è al centro di ricerche da parte di patiti del crimine ancora convinti della sua totale veridicità.
I fratelli Coen dalla loro, pur di placare tali agitazioni e ricerche propongono una chiave di lettura di Fargo e in generale del loro cinema:
«se il pubblico crede che una cosa Sia basata su un evento reale, questo ti dà il permesso di fare cose che altrimenti la gente non potrebbe accettare».
Taylor Sheridan invece utilizza questo escamotage poichè interessato ad un cinema di grande intrattenimento, nonché portatore di una dose fondamentale di denuncia sociale.
Il cinema di Taylor Sheridan – Denuncia sociale e intrattenimento
Nel caso di Sicario film del 2015, scritto dallo stesso Sheridan e diretto dal regista canadese Denis Villeneuve, venivano infatti presentate le dinamiche convenzionali del thriller, affiancate ad un racconto e ad un’analisi piuttosto cruda e realistica sul narcotraffico. Ecco dunque che torna l’interesse per il cinema politico e di denuncia sociale.
Basti pensare allo sguardo che Sheridan/Villeneuve indirizzano ad argomenti quali: corruzione delle forze di polizia e dei politici, così come la sorprendente attenzione riservata al confine sempre più sottile che separa i criminali/narcotrafficanti da chi invece dovrebbe dar loro la caccia.
Quella di Sicario si rivela infatti un’operazione cinematografica piuttosto rischiosa poiché non in linea con le dinamiche del cinema thriller americano tradizionale, da grande sala e pubblico. Un modello cinematografico nel quale “il buono” ed “il cattivo” sono sempre due figure opposte e quindi perfettamente distinguibili l’una dall’altra.

Differente ma pur sempre legato è il caso di Hell or high water, un piccolo film dallo spirito indipendente (se paragonato a Sicario), in seguito acquisito da Netflix. Scritto ancora una volta da Taylor Sheridan e diretto da David Mackenzie, Hell or high water si presenta come un thriller a tinte drammatiche costantemente a cavallo tra dramma famigliare, il thriller più convenzionale ed il western moderno.
Sheridan e Mackenzie in quel caso mostrano e raccontano un’America di provincia violenta e disperata fatta di sistemi bancari cinici e per certi versi criminali, estrema povertà famigliare, ricchezza di enormi imprese e aziende e mercati sempre più cinici e distruttivi del petrolio.
Un film profondamente attuale, interessato a quelli che Cormac McCarthy definisce spesso all’interno delle sue opere “gli ultimi”. Coloro che si arrabattano come possono, vivendo di piccole e grandi attività criminali, divenendo talvolta dei Robin Hood sporchi e violenti del nuovo mondo e delle nuove frontiere.

Taylor Sheridan che in compagnia del regista e sceneggiatore statunitense Scott Cooper (Out of the furnace; Hostiles), si dimostra come uno dei migliori autori di cinema western dell’oggi – non è casuale infatti che nel 2018 appaia come creatore e showrunner di una serie televisiva western di successo (Yellowstone), con una delle grandi icone di quel cinema quale è Kevin Costner – nel 2017 conferma questa ambizione prendendo le redini di un nuovo progetto profondamente legato al genere.
Questa volta infatti non si limita a curare la sceneggiatura scegliendo di dirigerlo senza affidarlo ad autori differenti, pur di mantenere in tutto e per tutto la sua visione.
Si tratta di Wind River, un film duro e spietato fatto di grandi silenzi, ambientazioni sconfinate e riflessioni dalla sorprendente profondità e capacità emozionale.
Wind River – Ballata dolente tra western moderno e western crepuscolare
Wind River conclude una trilogia ideale di sceneggiature scritte dallo stesso Sheridan (Sicario; Hell Or High Water ed infine Wind River) che hanno in comune il tema della moderna frontiera americana, in tutte le sue contraddizioni e violenze.
Quella di Wind River è però tutt’altra operazione cinematografica.
Dei tre casi precedenti, quello di Wind River è l’unico in cui i canoni del genere western sembrano prendere immediatamente il sopravvento rispetto alle dinamiche da cinema thriller/action. Ciò diviene chiaro nel momento in cui (superati i 15/20 minuti introduttivi) polizia locale, FBI ed un solitario e malinconico cacciatore del luogo, Cory Lambert (Jeremy Renner), si confrontano dinanzi al cadavere ormai congelato di una donna indiana.

Il corpo è steso a terra nel bel mezzo di una landa sconfinata di neve e boscaglia. Qui Sheridan mette a confronto la purezza e la grandiosità dello scenario, con la brutalità e la paura del sangue e del cadavere.
Un momento piuttosto interessante, seppur apparentemente irrilevante, in cui l’agente FBI Jane Banner (Elizabeth Olsen) affida l’incarico di scovare l’assassino dell’indiana proprio a quel cacciatore malinconico e solitario e non alle forze di polizia, come sarebbe lecito aspettarsi.
Uno sviluppo narrativo estremamente ricorrente nel cinema western, basti pensare ai cacciatori di taglie pagati per andare a scovare tra le lande desolate e le immense praterie, assassini e criminali di ogni genere. Sono cacciatori di taglie e non uomini di legge, perciò decisamente più violenti poiché in ascolto di una loro personalissima ed esclusiva morale di ferro, e non dei limiti di giurisdizione e della legge. Da Il cavaliere della valle solitaria a I magnifici 7, fino a Il grinta e Gli spietati.
Tornando a Wind River c’è infatti uno scambio tra i due (Jane e Cory) a sottolineare questa situazione di accordo non puramente canonico:
Jane – Sarebbe disposto ad aiutarmi? Mi scusi può ripetermi qual è il suo lavoro?
Cory – Sono un cacciatore
Jane – Un cacciatore di puma?
Cory – Di predatori..
Jane – Che ne pensa di venirne a cacciare uno per me allora?
Cory – Ok..
Il thriller passa quasi totalmente in secondo piano non appena ci si rende conto dell’estrema dilatazione e rilassamento dei toni del film. Dunque sono rari gli inseguimenti, così come le sparatorie o i toni frenetici dell’action hollywoodiano blockbuster o in ogni caso da budget elevato con grandi star (che qui in ogni caso non mancano).
Una condizione che è immediatamente rintracciabile nel protagonista, Cory (un sorprendente Jeremy Renner, sempre malinconico, silenzioso, attento e dolente).
Analisi di un cowboy moderno
Cory è un vero e proprio cowboy del ventunesimo secolo camuffato da cacciatore di predatori per la riserva, un’occupazione che gli permette di muoversi liberamente tra i confini e le lande desolate del Wyoming, senza incontrare mai uno stop o una pallottola.

Proprio perché è un cowboy del ventunesimo secolo, non si muove più in sella ad un cavallo, ma ad una moderna motoslitta. Decisivo infatti uno dei primi momenti padre/figlio presenti nel film, nel quale i due trascorrono e vivono quello che è una sorta di rito, ovvero domare il proprio cavallo, dargli da mangiare e poi montarlo.
Nel momento in cui Sheridan mette in scena queste dinamiche da ranch e quindi puramente western diviene chiara la scelta della direzione del film esplicitata poi nella sua ambientazione, vera e propria protagonista del film.
Il Wyoming di Wind River è fatto di incredibili e sconfinati spazi desolati in cui regna costantemente un silenzio sospeso, a tratti teso e di grande tensione. Tutto è imbiancato di neve, e gli uomini che vi si muovono appaiono spesso inquadrati attraverso campi lunghi e lunghissimi, tali da renderli piccoli punti apparentemente insignificanti. Pur sempre considerati in relazione al contesto nel quale si muovono.
Le due tracce narrative di Wind River
Il discorso che Wind River tenta di proporre viaggia su un binario doppio:
1) Il riconoscimento dell’autorità in un luogo di frontiere e confini
2) Il legame tra gli uomini, le bestie ed il luogo in cui sono relegati
Per quanto riguarda il primo punto, all’interno del film fin dal principio vengono presentate più situazioni (alcune anche piuttosto ironiche), basti pensare al breve dialogo tra l’agente FBI e la guardia di polizia locale Ben Shoyo (Graham Greene), in cui la prima dà al secondo (anche se non esplicitamente) dell’inutile definendo la cattura dell’assassino come “un vero e proprio miracolo”.
Oppure l’ironia della guardia di polizia locale nei confronti dei vari giovani ex galeotti, dei quali ha mandato in carcere i padri, o più generalmente i parenti. Questo perché nella riserva di Wind River e territori circostanti (spazio definito grande quanto il Rhode Island) non esiste una vera e propria autorità, se non le poche guardie di polizia locale, praticamente assenti.
Sono luoghi di grande desolazione (interessante la scelta di Sheridan nel presentarli nel corso delle prime inquadrature, con alcuni indiani radunati in gruppo impegnati a scaldarsi le mani dinanzi a catapecchie, trailer park e fuochi improvvisati stile Homeless).

Questo riconoscimento d’autorità diviene infatti uno degli elementi di grande interesse e tensione del film, il cui apice o climax è rintracciabile in uno stallo alla messicana che sul finale coinvolge una squadra di contractors, uomini dello sceriffo locale, l’agente FBI ed in seguito Cory.
Uno stallo che ricorda a tratti Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah, nonostante sia privo del tanto acclamato uso dello slow motion, vera e propria cifra stilistica del cinema di Peckinpah.
Sheridan affida a questa potente sequenza climax tutto il sentimento politico del film.
Due forze che si scontrano, un’unica figura portatrice di giurisdizione e quindi permesso d’agire (così come avveniva all’interno di Sicario con Kate/Emily Blunt). Tensione, confronti, accerchiamenti, totale mancanza di riconoscimento d’autorità, la cui conseguenza è dunque una continua arma in mano puntata sull’altro. Poiché nemmeno una tra tutte quelle figure ne ha un’idea chiara, tale da ordinare a tutti gli altri di abbassare le armi.
Chi governa realmente il confine? Chi è realmente la Legge in questa zona?
Le riserve dei Nativi Americani sono ancora totalmente autonome ed in grado di autogestirsi o costrette a soccombere e sottostare alle leggi espansive, talvolta ciniche e crudeli dei “bianchi americani”?
Mondo attuale e Mondo del West
Wind River è proprio a queste domande che cerca continuamente di dare una risposta, o quantomeno mostrarne i limiti e le contraddizioni, attraverso un parallelismo chiaro tra mondo attuale e mondo del west.
Nella realtà western, uomini dalla morale di ferro, con un senso della giustizia integerrimo e spinti da urgenze morali o incarichi affidati uccidevano senza pensarci due volte, riparando a torti subiti o portando a termine vere e proprie vendette.
Il cacciatore interpretato da Jeremy Renner sembra infatti non distanziarsi troppo da questa descrizione. Anch’egli infatti sceglie di prendere parte all’indagine (pur non essendo un uomo di legge) per soddisfare una mancanza, riparare ad un torto subito o meglio, ad una tragica sofferenza ormai superata (la figlia morta e l’assenza totale della verità sull’avvenimento).
Ecco perché il suo cacciatore non è mai un cowboy portatore di profonda etica morale, ed epica americana disincantata e gioiosa (come lo erano i primi protagonisti del cinema western).

Cory è piuttosto un cowboy ormai stanco che uccide perché deve farlo, malinconico e riflessivo (Sheridan gli affida infatti più momenti di lacrime e commozione: basti pensare al dialogo tra lui e l’amico indiano sull’elaborazione del lutto e sull’accettazione del dolore).
Si tratta di un personaggio moralmente indefinito. Non è un eroe (uccide senza remore), ma nemmeno un antieroe (poiché Sheridan ce lo mostra come un buon padre di famiglia che ha sofferto e che ha superato e ancora lotta per superare quel dolore).
Un cowboy da western crepuscolare, come lo erano il William Munny (Clint Eastwood) degli Spietati o caso ancora più simile Shane (Alan Ladd) del Cavaliere della valle solitaria.

Interessante la riflessione sull’impostazione del film come: Wind River letto in chiave di western moderno e Wind River letto in chiave di western crepuscolare, perché quest’ultimo racconta il lato oscuro dell’America e del mito della frontiera.
È un cinema e racconto crepuscolare quello in cui l’America mostra il suo vero volto di potenza imperiale e capitalista.
Mentre il Western moderno, si limita a traspostare quell’insieme di logiche e canoni nel mondo attuale. Basti pensare a: Cold in july; Go With Me; Red ecc.
Wyoming – Terra di frontiera e citazioni al western classico
Sheridan mostra un territorio di confine segnato da desolazione, violenza, mancanza di regole, oscurità (morale e non) e di natura letale, quindi decisamente più legato ad un’idea di ambientazione e narrazione crepuscolare.
Ricorrenti i dialoghi e le spiegazioni a proposito delle temperature quasi glaciali, delle corse a piedi nudi in queste condizioni e dunque delle mortali conseguenze. Luoghi e natura ricoperti di una neve perenne e per niente ospitali poiché nascondono svariati pericoli: da predatori animali a predatori umani.
Ecco dunque il secondo discorso che Sheridan vuole fare con questo film: Il legame tra gli uomini, le bestie ed il luogo in cui sono relegati.

La parte migliore di Wind River infatti si concretizza ogni qualvolta i personaggi devono venire a patti con la dura legge del posto, portandoli talvolta a regressioni comportamentali non indifferenti.
Sheridan sfrutta dunque questo pretesto per spiegare che se sposti gli esseri umani dalla città alla montagna selvaggia, questi ultimi tornano ad essere bestie, e se vivi tra le bestie occorre avere una morale di ferro, della quale Cory sembra essere uno dei pochi portati “sani” rimasti.
All’interno di questo discorso, ovvero legame tra uomo e bestia, è rintracciabile quella che è la scena più dura e cruda dell’intero film. Un flashback di sorprendente potenza e violenza che arriva a tre quarti della durata, in cui ci viene svelato quello che fin dall’inizio (o quasi) era facilmente intuibile.

Uomini che confinati in ambienti desolati e privi di svaghi giungono ad una regressione animale, la cui conseguenza principale non può che essere la violenza.
Altri elementi molto interessanti di questo film che sono principalmente rintracciabili in un contesto western possono essere: la grande importanza delle tracce (ricorrenti i discorsi su tracce animali, umane, di mezzi ecc), così come le dinamiche legate alla tormenta in arrivo o più generalmente alle condizioni atmosferiche (le piogge fortemente evocative di Open Range, piuttosto che le abbondanti nevicate di due film profondamente legati: Il grande silenzio e The Hateful Eight).
Un film sorprendente e coraggioso – Regia e Sceneggiatura
In conclusione, Wind River di Taylor Sheridan si dimostra un film sorprendentemente duro, potente, evocativo e colmo di grandi momenti di cinema (lo stallo alla messicana, il dialogo sull’elaborazione del lutto). Ci sono infatti al suo interno alcuni scambi di battute, interni a sequenze o scene di riflessione e silenzio in grado di lasciare realmente il segno nella memoria dello spettatore.

Taylor Sheridan alla sua seconda regia dimostra capacità registiche elevatissime nonostante in più di un momento ci si renda conto della superiorità dello script in quanto a precisione ed impeccabilità, rispetto alla sua resa filmica.
In ogni caso il film mantiene ottime dosi di tensione e intrattenimento, pur svelando molto poco e prendendosi tutto il tempo necessario per farlo.
Fortemente suggestiva inoltre la colonna sonora composta dal duo Nick Cave e Warren Ellis che si lega perfettamente sia alla narrazione, sia alle interpretazioni degli attori. Così come la malinconica e dolente ballata country/rock finale: Feather di William Wild.
