Sotto la sabbia
Del dopoguerra il cinema ha sempre privilegiato la fame, la miseria e le macerie di intere città distrutte. Land of Mine di Martin Zandvliet invece sceglie di raccontare una piccola storia spesso tralasciata, uno spietato massacro ai danni di ragazzini-soldato poco più che adolescenti, chiamati a bonificare le spiagge danesi dalle mine poste sotto la sabbia dai nazisti. La loro unica colpa era quella d’essere tedeschi, niente di più e niente di meno. Dal 2015, anno della sua presentazione al Toronto International Film Festival, Land of Mine ha raccolto l’entusiasmo della critica internazionale, arrivando nel 2017 a rappresentare la Danimarca ai Premi Oscar, anno in cui vinse Il cliente di Asghar Farhadi.
Land of Mine: la trama
Siamo in Danimarca, la guerra è appena finita e la Germania è stata sconfitta. Migliaia di prigionieri tedeschi sono nelle mani dell’esercito danese, rappresentante di un popolo occupato e dilaniato dal Terzo Reich. Un gruppo di ragazzini-soldato vengono affidati al sergente Rasmussen e incaricati di bonificare una spiaggia dalle mine poste sotto la sabbia dai nazisti per un eventuale sbarco degli Alleati. Agli occhi del mondo loro sono soldati per via dell’ uniforme che indossano, ma la loro giovane età non nasconde l’innocenza tipica di quegli anni e la paura di chi non sa cosa significhi guerra. Il compito da portare a termine è pericoloso, ma concludere la missione significa tornare a casa.

Land of Mine: la recensione
In guerra ci sono vincitori e vinti, lo sappiamo da secoli di storia alle nostre spalle. Quello che non è scontato trovare è l’umanità in un inferno d’odio e risentimento. Land of Mine trabocca di umanità, fratellanza e solidarietà dapprima riscontrabile solo tra i ragazzi, coscienti d’aver bisogno l’uno dell’altro per sopravvivere e dopo anche nel sergente Rasmussen. E’ un danese e come tutti i danesi odia i tedeschi, li disprezza e umilia alla prima buona occasione. La loro vita non è importante, sono chiamati a ripulire e addossarsi le colpe di un’intera nazione e Rasmussen deve sorvegliarli. L’ uniforme, però, non è sinonimo di consapevolezza, sotto di essa vi sono sempre dei ragazzini chiamati al fronte, ignari del vero significato della guerra. Hanno speranze, sogni, voglia di ricominciare e animati da questi buoni sentimenti decidono di rischiare la vita, perché valeva la pena affrontare la Morte se ad aspettarli c’era il Futuro. Il sergente si arrenderà all’idea che ancor prima d’essere tedeschi sono esseri umani e come tali vanno trattati.

Un contrasto funzionale
L’ambientazione è incantevole: ampi spazi aperti e spiagge assolate, con un cielo limpido a fare da cornice. Eppure quei luoghi bellissimi appaiono spogli, complice una fotografia che predilige tonalità di colore fredde. Il sole non sembra riscaldare affatto, la sabbia è di un bianco glaciale e l’azzurro, diviso tra il cielo e il mare, predomina l’inquadratura in panoramiche mozzafiato. La pungente colonna sonora appare di rado, perché Zandvliet predilige l’intensità del silenzio scegliendo di far parlare le immagini. La freddezza del comparto tecnico esalta il calore umano di cui tutti, in un modo o nell’altro, si fanno portavoce. Land of Mine vive di questo contrasto ed è senza ombra di dubbio il suo maggior pregio. Ciò, naturalmente, non sarebbe stato possibile senza un cast all’altezza, tra cui spicca Louis Hofmann prima dell’exploit con Dark.

L’anomalia del finale
Il finale sembrerebbe fuori luogo visti i toni equilibrati che il film mantiene a pochi minuti dalla fine, a metà tra la tragedia e il dramma. E’ un’anomalia, ma coerente con il messaggio che il film ha sempre voluto che recepissimo. Non è un finale buonista, perché l’obiettivo sin da subito era contrapporre alle mostruosità della guerra la speranza. Il sergente Rasmussen è la chiave di volta dell’intera opera. La rarità dei valori di cui porta il peso sulle spalle rende ancora più significativo il cambiamento di cui è protagonista, ricordandoci che un’alternativa è possibile anche in un contesto apparentemente statico e senza via d’uscita come la guerra.
