The souvenir

The souvenir è il titolo di un quadro del pittore Honorè Fragonard e ritrae, in piena luce e leggerezza tipiche dello stile rococò, una giovane donna, il cui nome sappiamo essere Julie, intenta ad incidere sulla corteccia di un albero il nome del suo fidanzato, da cui ha appena ricevuto una lettera, che presumiamo sia quella a lato, in terra. L’innocenza e la tensione intima contenute nel ritratto ci fanno restare aggrappati al dubbio se i due amanti riusciranno a mantenere viva la loro relazione oppure l’amore è destinato ad estinguersi senza rimedio.

L’opera è una delle tante contenute nella galleria d’arte Wallace di Londra, luogo in cui, Julie (Honor Swinton-Byrne) ed Antony (Tom Burke), conosciutisi ad una festa, si danno appuntamento e stringono progressivamente la loro relazione: siamo negli anni ottanta, lei è una benestante, ventiquattrenne desiderosa di diventare regista, lui è più maturo, impiegato, a suo dire, nel servizio di sicurezza del ministero degli esteri, tipo affascinante, sempre in bolletta, di poche fin troppo sarcastiche parole, dipendente da eroina.

The souvenir

Come di fronte all’opera dell’artista francese ci domandiamo in che modo possano incontrarsi due mondi così fattualmente distanti, quanto riescano a comunicare e quanto a lungo siano in grado di starsi accanto. Julie è sostenuta dalla sua famiglia, madre e padre cordiali e amorevoli, in perfetto stile inglese; Antony, non sappiamo: una madre chiama spesso al telefono a casa di Julie perché sa che lui si è trasferito in quell’appartamento, mentre sul resto della sua vita si intrecciano ricordi non comprovabili, miti, forse sogni e molti segreti.

Parimenti Julie cerca di quadrare aspettative e necessità che sono alla base della sua aspirazione registica: segue lo sviluppo di un progetto in cui traspone l’ esperienza personale alternandola alla volontà di uscire da una bolla privilegiata in cui sente di essere cresciuta. Ma Antony è la sua criptonite, il tallone d’Achille capace, come le droghe stesse che l’uomo assume, sia di farla sentire in poco tempo appagata e sicura, sia di atterrarla lasciandola sola nello sgomento senza dare spiegazioni.

The souvenir

E’ arduo raccontare di un amore tossico senza cadere nel prevedibile o nel già visto: Joanna Hoggs in questo, che, a quanto scopriamo dai titoli di coda, è o dovrebbe essere il primo di due capitoli al riguardo, non cade in trappola. Sceglie di mettere mano alla sua esperienza biografica da cui distilla una parte di materiale contenuta nel film: temporalmente, infatti, sono gli anni della sua gioventù e la protagonista femminile studia e pensa in modo a lei familiare, esprimendo molte delle sue velleità cinematografiche.

La Hoggs ricerca ossessivamente gli ambienti che le appartennero o li ricostruisce con cura esatta; tira fuori foto, appunti, vestiti, ritagli di giornale perché l’ambientazione possa essere il più verosimile possibile; preferisce utilizzare canovacci e lasciare molti dialoghi all’improvvisazione, pur ancorandoli ad un tema per limitare al minimo l’artefazione; sceglie di mettere sullo schermo una madre ed una figlia che lo sono realmente anche nella vita come l’esordiente e qui convincente Honor Swinton Byre e la leggendaria Tilda Swinton, entrambe sue care amiche da lungo tempo, per creare un mondo di fiducia e di spontaneità in cui lasciar rivivere i propri personaggi; studia con precisione inquadrature, spazi, angoli in cui e da cui riprendere dialoghi, volti riflessi, doppiati o frammentati da specchi reali e simbolici, silenzi che non vorrebbero essere tali, asfittici ed eloquenti; sfuma contorni ed atmosfere optando per una fotografia (curata da David Raedeker) quasi priva di contrasti, eterea e dominata dal bianco come bianche sono le pelli dei protagonisti che si contagiano nel male, un limbo immaginario macchiato dalla perdita d’innocenza.

The souvenir

Altro punto di forza di “The Souvenir” è la direzione opposta e discordante dei vettori che guidano la dinamica della storia: se da una parte si approfondisce il potere di chi pratica l’arte cinematografica capace di influire sull’immaginazione e sulla formazione di pensiero ed emozione altrui, dall’altra Julie, dolce ed inerme eroina, precipita burrascosamente nell’età sentimentale adulta e matura i limiti, il dolore e la visceralità di una relazione ingestibile e tossica.

Lei non è la donna moderna e determinata che la situazione richiederebbe, assomiglia di più alla Julie del quadro di Fragonard, un’ anima da Settecento, crepuscolare e persa da sempre, ed è il suo innato smarrimento a farla vera. La minaccia del suo tempo non la sfiora, non la cattura, e la fragilità, che la fa tentennare quando non dovrebbe, che la rende recidiva nel momento in cui torna a fidarsi invece di imporsi razionalmente un dietrofront, è ciò che ce la fa amare, che innamora e rende speciale, è la qualità anacronistica da preservare nel futuro, da augurare non solo a lei, ma al maggior numero possibile di individui.

The souvenir

Siamo dentro un mèlo sentimentale e drammatico, a tutti gli effetti, con squarci di autocritica artistica e riflessione di genere: crescita personale e regia, per la Hoggs, vanno di pari passo, entrambi sono processi, cumuli di sensibilità e percezioni costruite che spesso nel tempo mutano e cambiano il nostro approccio alla materia di studio, sia essa una pellicola o una relazione amorosa.

In “The Souvenir” esteticamente siamo sedotti con lenta e progressiva grazia, dalla compostezza degli ambienti e dei volti di ciascun personaggio, dalla recitazione che accade ma non si vede, inglese in tutto e molto efficace; la stessa protagonista oltre ad essere figlia reale della sua madre di scena, non ha velleità di attrice nella vita, ha prestato corpo e volto alla favola storta di una delle più care amiche di famiglia restituendocela con spontaneità in tutta la sua sconfortante lacerazione. D’impatto le sequenze in cui i due girovagano per le calli veneziane, principescamente vestiti, lei sempre alcuni passi dietro di lui, a sua volta sempre di spalle in una fuga ambigua e inarginabile.

Oggi definiremmo The souvenir un coming of age fuori da tutte le mode, personale nelle scelte e nella forma, che si fa ricordare per fatalità ed eleganza: non è un racconto acido-onirico alla Trainspotting, eppure contiene la cronaca indiretta e crepuscolare di un’epoca che viaggiava al di sopra delle sue possibilità, ignara che ne avrebbe scontato le conseguenze,  in cui si sapeva sognare e molto era ancora possibile, un mondo in cui fare o diventare artista era una scelta lecita e percorribile perchè “senza regole né timori” si poteva “comunicare all’esterno la propria sensazione interiore”, così come definiva Tolstoj l’arte tutta, compresa, aggiungiamo noi, quella cinematografica.

Voto Autore: 3.5 out of 5 stars