venerdì, 23 Aprile, 2021
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The Head – la serie spagnola cristallizzata nel ghiaccio

Nell’Antartide occidentale è sceso l’inverno. Le temperature danno i brividi. E il buio imperante lascia sgomenti. Se si è costretti a guardarsi le spalle anche dai propri compagni di viaggio allora è bene aspettarsi che ogni buona intenzione rimarrà presto congelata. Il freddo trasforma le menti e sembra rendere irriconoscibili. O forse il nostro lato oscuro era da sempre pronto a riaffiorare, e il ghiaccio non vuole più nasconderci.

“The Head” è la nuova serie tv targata Amazon Prime. Tensione glaciale e ritmo incalzante per un giallo incentrato sulla sopravvivenza, sulla menzogna, sul tradimento. Componenti tristemente umane in un ambiente dove nulla facilita la vita dell’uomo. Venti gelidi, distese di ghiaccio infinite, un freddo che paralizza e rendere quasi impossibile pensare. Pensare per comprendere cosa sia andato storto. Il gruppo di ricercatori della missione Polaris VI attende la fine dell’inverno. Sono lì per completare studi che potrebbero arginare il cambiamento climatico. Ambiziosi, idealisti, motivati. Eppure il buio sembra essersi impossessato di loro. Si ritroveranno a guardarsi con sospetto. Vorranno non essere mai stati così lontani dalla civiltà, così vicini gli uni agli altri. Dovranno lottare per rimanere in vita, e le basse temperature non saranno la minaccia più pericolosa.

“The Head” è una co-produzione tra Mediapro Studio, HBO Asia e Hulu Japan. Una produzione internazionale per un progetto che si articola in 6 episodi: una narrazione auto-conclusiva come non se ne vedevano da un po’. Una storia che custodisce nel proprio cuore ghiacciato tutta l’essenza dell’enigma alla Agatha Christie, pur rivestendosi di un accaldato palpito thriller. Mentre il vento artico annulla gli entusiasmi, dentro l’isolata stazione scientifica si scoprono le prime tracce di sangue. Come sono riusciti il risentimento e la vendetta a raggiungerli fino a lì? Chi ha deciso di uccidere in quel posto ostile?

The Head
Álvaro Morte interpreta Ràmon

Il ghiaccio dell’Antartide non è il solo ad avere il sapore di terre lontane. A rendere intrigante “The Head” è anche il suo variegatissimo cast. Attori di patria svedese, di origine danese, spagnola, inglese, irlandese, sino ad un interprete proveniente dalla terra del Sol Levante. Un cast internazionale scelto per diventare una “compatta” compagine di colleghi ricercatori con troppi segreti da nascondere. Il loro continuo incontro di lingue e il loro costante scontro di personalità rendono avvincente il procedere della narrazione concorrendo all’esacerbarsi del conflitto. Messi a durissima prova dal prolungarsi dell’isolamento, sapranno accogliere la dissomiglianza, o useranno ogni intima debolezza lasciata riaffiorare per colpirsi l’un l’altro?

Tutti i membri del cast fanno un ottimo lavoro, rendendo accattivante fino alla fine una trama che si scoprirà meno sorprendete di quanto si potesse presagire. Da Alexandre Willaume (attore danese, qui premuroso amante e investigatore per caso sul fattaccio sanguinolento avvenuto al Polo Sud) a John Lynch (l’attore irlandese che ricorderete in “Nel nome del padre”). Impossibile, almeno di questi tempi “seriali”, non annoverare la presenza di Álvaro Morte (il Professore de “La Casa de Papel). Ad vestire i panni degli inviati su ghiaccio più giovani e idealisti sono la promettente Katherine O’Donnelly e Tomohisa Yamashita (vera star in Giappone, suo paese d’origine).

The Head

Il sole si appresta a scomparire per i prossimi mesi. Solo un piccolo team rimarrà in quella gelida parte dell’Antartide occidentale. La stazione di ricerca antartica Polaris VI sarà la loro casa, protezione e gabbia: ciò che li manterrà in vita, imprigionandoli lontano dalla civiltà. La ricerca scientifica che si sta inseguendo è così ambiziosa da poter cambiare per sempre le sorti del pianeta. Ciò che l’equipe del biologo Arthur Wilde (John Lynch) sta studiando potrebbe salvarci dalla catastrofe ambientale imminente.

Ma in pieno inverno, quando la temperatura è così bassa da paralizzare la ragionevolezza, il bene dell’intera umanità sembra perdere rilevanza. Nelle infinite gelide notti del Polo Sud accadrà qualcosa di terribile, e la stazione smetterà di comunicare con il resto mondo. Quando il comandante Johan Berg (Alexander Willaume) farà ritorno alla stazione per scoprire la ragione di quell’isolamento durato mesi scoprirà che molti dei suoi colleghi sono morti. I cadaveri sono in condizioni terribili. Altri sono dispersi, e sembrano non aver lasciato tracce. Tra le persone scomparse figura anche Annika (Laura Bach), la moglie di Johan.

Dopo le prime frenetiche indagini ricompare la dottoressa Maggie (Katherine O’Donnelly). La giovane viene ritrovata in evidente stato di shock. Sembra aver visto qualcosa di terribile, così terribile da non riuscire a ricordarlo. Aggrapparsi con tutte le forze ai frammentati ricordi di Maggie è l’unica speranza per Johan di ritrovare la moglie, e conoscere le sembianze del mostro che ha annientato Polaris VI.

In “The Head” tutti i sorrisi, le amichevoli pacche sulle spalle, gli sguardi complici si tramuteranno in sospetto, invidie e segreti. Tutti hanno una personale valida ragione per nascondersi nel ghiaccio per mesi, tutti hanno deciso di allontanarsi dalla civiltà per tenere a freno il loro lato oscuro, o forse per sentirsi liberi di farlo uscire di tanto in tanto in un ambiente lontanissimo dal mondo “evoluto”.  Non è possibile fidarsi di chi si è rifugiato laggiù. Ci hanno detto di aver scelto di sacrificarsi per la ricerca, per il bene comune. Eppure c’è chi insegue solo la propria ambizione, chi ha scelto di annientarsi con alcol e autocommiserazione lontano da tutto, e chi nasconde perversioni e manie di possesso ben dentro gli scarponi da neve.

The Head

“The Head” è una serie che affanna e coinvolge. L’ambientazione è solitaria, violenta, brutale, e lo spettatore finisce con il sentirsi vinto dall’ostilità del clima e prigioniero della claustrofobica stazione di ricerca esattamente come gli sfortunati, ma per nulla innocenti, protagonisti. La serie scritta dai fratelli Pastor, e diretta dallo spagnolo Jorge Dorado, è un riuscito esempio di narrazione autoconclusiva, capace di tramutare una singola location animata da un numero ristretto di personaggi in un mondo di verità da rivelare. La trama di “The Head”, pur portandone addosso tutti i segni, non mostra totalmente il gustoso fascino del giallo deduttivo caro alla tradizione. Non ne eredità le sfumature più creative, optando per un ritmo narrativo decisamente votato all’azione e per scelte di regia che ammiccano al genere horror.

Nelle prime scene assistiamo alla squadra Polars VI al completo (così docilmente unita non la vedremo più nel corso dei sanguinari eventi) mentre guarda, riunita in una specie di rito di iniziazione, “La Cosa” di John Carpenter. Nonostante la citazione ad uno dei più noti cult fanta-horror di tutti i tempi, “The Head” sembrerebbe più una rivisitazione su schermo di “Assassinio sull’Orient Express” di Agatha Christie. Ogni personaggio agisce rispondendo a motivazioni che non ci sono note e tutto apparirà chiaro solo al termine dell’ultimo episodio.

“The Head” vuole nascondere e confondere fino alla fine del proprio racconto. Dissemina indizi durante il suo cammino che non saremo in grado di cogliere se non a seguito della rivelazione finale. L’unica reale, e forse non facilmente perdonabile, pecca di questa serie estiva ma glaciale, è nella soluzione del mistero. La spiegazione alla brutale violenza che abbiamo visto agitarsi dentro lo schermo apparirà soddisfacente sul piano logico, ma non appagherà chi desidera essere sorpreso con l’estro narrativo.

Gli ultimi episodi non saziano a sufficienza il nostro bisogno di riflettere sui personaggi e sulle loro motivazioni. Probabilmente si sarebbe preferito una maggior attenzione all’introspezione dei protagonisti, alle loro pulsioni, ai loro egoismi, a quel bene comune che per ragioni diverse tutti scelgono di non perseguire. Si è preferito provare a sbalordire lo spettatore con un finale sensazionalistico, senza dubbio sorprendente, ma che lascia soddisfatti solo a metà.

“The Head”, nella sua breve narrazione, riesce a sollevare tematiche molto interessanti, dimenticate poi sullo sfondo. In primo luogo la battaglia al riscaldamento globale. È questa la reale minaccia dei tempi moderni, e il fatto che il bene comune sia rappresentato dalla salvaguardia dell’ambiente è estremamente attuale e stimolante. Altro notevole argomento è la disparità tra i sessi. Tutte le donne della squadra all’interno di Polaris soffrono del limitato raggio d’azione che viene accordato loro dai comandanti delle operazioni. Le figure di peso, quelle che possono prendere le vere decisioni, sono uomini. E questi sembrano non perdere occasione per polarizzare nelle loro mani il destino dell’intera missione.

Queste argomentazioni di fondo sarebbero potute essere maggiormente di rilievo per la costruzione di un finale che avesse meno a che fare con le giustificazioni personali di un solo personaggio, per aprirsi ad un’interpretazione dal respiro collettivo e sociale.

Scrittura e regia scelgono all’unisono di percorrere senza indugi sentieri già percorsi. L’approccio ripaga in quanto la narrazione risulta piacevole e la costruzione dell’intreccio avvincente. Ma la decisione di intraprendere strade già battute non permette a “The Head” di aggiudicarsi un posto fra i racconti seriali da ricordare per più di una stagione. Ricorderemo però l’ottimo lavoro di scenografia. Quella isolata stazione di ricerca antartica isolata dal mondo, ricostruita nei dettagli, e quella distesa di ghiaccio infinita, senza confini, attraente, bellissima e violenta. Immagini che ricorderemo con ancor più incanto dopo aver scoperto che buona parte della serie è stata girata a Tenerife.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

Tensione e ritmo incalzante per un giallo incentrato sulla lotta per la sopravvivenza. La costruzione dell'intreccio è nel complesso avvincente e il lavoro sulla scenografia molto ben riuscito. Il cast fa un ottimo lavoro, rendendo accattivante fino alla fine una trama che si scoprirà meno interessante di quanto si potesse sperare. La risoluzione del mistero non appagherà chi desidera essere sorpreso con l’estro narrativo.
Silvia Strada
Ama alla follia il cinema coreano: occhi a mandorla e inquadrature perfette, ma anche violenza, carne, sangue, martelli, e polipi mangiati vivi. Ma non è cattiva. Anzi, è sorprendentemente sentimentale, attenta alle dinamiche psicologiche di film noiosissimi, e capace di innamorarsi di un vecchio Tarkovskij d’annata. Ha studiato criminologia, e viene dalla Romagna: terra di registi visionari e sanguigni poeti. Ama la sregolatezza e le caotiche emozioni in cui la fa precipitare, ogni domenica, la sua Inter.

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