Recensioni FilmSupergirl - Recensione del film sulla supereroina DC

Supergirl – Recensione del film sulla supereroina DC

Se Superman è fuggito dal paese d’origine Krypton, sua cugina Kara non ha mai smesso di scappare dal proprio trauma. Questo sembra voler provare a raccontare Supergirl (2026), film di Craig Gillespie e nuovo tassello dell’universo di supereroi DC gestito da James Gunn e Peter Safran. Un’opera che prova a ritrarre la sua protagonista per intero, esplorandone le origini e la personalità complessa.

Il ritratto di una generazione di giovani adulti in fuga dai propri problemi, che tenta di sopravvivere in un mondo che rende tutto più difficile.

Supergirl – Trama

Supergirl (Milly Alcock), alla soglia dei 23 anni, conduce una vita caotica e dissoluta ai confini della galassia, accompagnata dal fedele cane Krypto.

La svolta arriva quando le strade di Kara incrociano quelle di Ruthye Marye Knoll (Eve Ridley), una determinata ragazzina aliena in cerca di un mercenario che la aiuti a vendicare il brutale sterminio della sua famiglia, perpetrato dal cinico e spietato fuorilegge Krem delle Colline Gialle (Matthias Schoenaerts). Inizialmente riluttante, Kara si ritrova costretta a scendere in campo quando Krem dirotta la sua nave spaziale, ferendo gravemente Krypto con una freccia avvelenata.

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Con solo tre giorni di tempo per rintracciare il criminale e sottrargli l’antidoto in grado di salvare Krypto, ella intraprende quindi un viaggio di formazione insieme a Ruthye, che vedrà l’intrusione del rozzo cacciatore di taglie Lobo (Jason Momoa).

Sorellanza e guarigione: un ritratto generazionale

Supergirl è innanzitutto un racconto di formazione. La narrazione procede in modo lineare, tracciando il ritratto di una missione interstellare che per Kara è anche un vero e proprio percorso di terapia. Se Superman è infatti cresciuto sulla Terra, e possiede traumi legati all’impossibilità di trovare un’origine che lo rassicuri sul suo conflitto identitario, sua cugina Kara è invece vissuta fino all’adolescenza sul pianeta natale, e poi se ne è dovuta distaccare di colpo. Stessa origine, insomma, ma con esiti e percorsi differenti di costruzione del proprio Io. Kara è imperfetta e diversa da chiunque la circondi, in virtù della sua natura e del suo passato, e utilizza l’alcol, le feste, la musica e il cinema come compensativi per cercare di stordirsi dall’insopportabile realtà intorno a lei.

Una spirale di autodistruzione in cui molti giovani adulti delusi dalle aspettative sulla propria realizzazione personale possono ritrovarsi. E che nel film viene superato dal tema della sorellanza intergenerazionale, dal potere che la connessione con l’altro (in questo caso Ruthie) può possedere. Le due, infatti, si supportano nel far realizzare all’altra come poter guardare in faccia i propri demoni interiori. Kara (ricollegandosi alla bontà “punk rocker” centrale nel Superman di James Gunn) ritrova quindi progressivamente lo scopo della sua esistenza, mentre Ruthie elabora il trauma della perdita della famiglia, comprendendo quanto la giustizia non equivalga alla vendetta.

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Supergirl: cosa non funziona, tra una regia alla Gunn e limiti visivi

Passiamo ora alle note dolenti. Innanzitutto Lobo, con un’estetica pigra e che risulta inutile ai fini della trama, essendo sostituibile da qualsiasi altra figura senza che questo influenzi la storia. Il tema delle spose bambine introdotto nel secondo atto, poi, è sì interessante, introducendo un discorso diverso rispetto ai soliti temi, ma rimane sullo sfondo. Alcune scene in CGI non sono inoltre rese al massimo del loro potenziale.

Anche se la regia è curata, poi, lo stile di Gillespie sembra a tratti una simil imitazione di Gunn, tra rallenty epici e brani pop. Un peccato per un regista che con Crudelia, in passato, aveva saputo allontanarsi dall’effetto “copia-carbone”, slegandosi dalla banalità dei live action per provare a dare un taglio (anche visivo) originale e diverso. L’effetto è quello di un film della Fase 1 della Marvel, ma con una protagonista meglio costruita rispetto alle Mary Sue bidimensionali e sessualizzate scritte al tempo. C’è poi una carenza di world building, con design e pianeti che sanno di già visto o derivativi da altre opere più famose. Un esempio? Star Wars, o Mad Max.

Tutto sommato, il film comunque intrattiene e diverte, ma alcune scelte e virate registiche l’avrebbero reso sicuramente più interessante. La recitazione di Alcock, soprattutto rispetto ai suoi comprimari, contribuisce sicuramente ad innalzare il livello in alcune sequenze.

L’accusa di essere “woke” – Perché le critiche mancano il bersaglio

Una critica che ultimamente si sente sul film è quello di essere “woke”, ma qui c’è un punto da chiarire. Innanzitutto il termine “woke”, nato nella comunità afroamericana per indicare la consapevolezza contro il razzismo e le ingiustizie sociali, è oggi diventato nel dibattito politico e culturale un epiteto dispregiativo usato per criticare il politicamente corretto esasperato, il moralismo performativo e la cancel culture, venendo totalmente travisato rispetto al suo utilizzo originale. Inoltre, anche ammettendo il nuovo significato del termine, Supergirl non è affatto un film da “quota rosa”, ma un’occasione (anche se riuscita solo a metà) per ridefinire un genere costruito da sempre da uomini per uomini, e che quindi può e deve oggi essere ricodificato.

Ecco perché fa strano vedere una supereroina: non perché non sia credibile, ma perché per anni questa rappresentazione è mancata o è stata forzata. E se all’inizio Kara sembra quasi la caricatura di come un uomo vede una “donna mascolina”, ella viene poi fortunatamente approfondita grazie a uno sguardo più intimo, che entra nella sua intimità e le dona qualche sfumatura in più. Non una “woman in the refrigerator”, una donna scritta su schermo per essere il motore di crescita dell’uomo protagonista. Una ragazza affetta da stress post-traumatico, senza isterie di sorta, che con la stessa dignità degli eroi maschili esplora la propria sofferenza.

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Un primo passo, che può risultare straniante ma è necessario compiere. Per non realizzare più film su “donne forti che picchiano i cattivi”, spostando l’asse del genere dall’epica della dominazione all’epica della sopravvivenza. Una rivoluzione di prospettive, per un genere che ne ha disperatamente bisogno.

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Supergirl – Conclusioni

Supergirl è un buon film, che nonostante alcuni difetti e numerose ingenuità riesce a intrattenere senza pretese. Uno stand-alone che vuole ricalcare i tratti di un western spaziale crepuscolare, distaccandosi nettamente dalla blanda versione del personaggio mostrata in The Flash (2023). Per mostrare quanto l’eroismo non si misuri sulla forza dei pugni, ma sulla capacità di abitare le proprie ferite.

Ricordandoci che, ancora una volta, le divinità le apprezziamo di più quando sono meravigliosamente umane.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Un buon film sulla figura di Supergirl, che al netto di alcuni difetti intrattiene e prova a ribaltare gli stereotipi del genere.
Carlotta Pedercini
Carlotta Pedercini
Cresciuta tra film d'animazione, horror e drammi d'autore, per me una buona scrittura viene prima di tutto. Ho un debole per Jason Schwartzman e mi muovo tra Xavier Dolan, Alice Rohrwacher e Nanni Moretti: Megamind, però, rimane sempre la mia Bibbia.

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