Jim Jarmusch ha appena vinto il Leone d’oro a Venezia, chissà se ha pensato a Stranger than paradise. Sì, al suo film, opera seconda dopo Permanent Vacation, in un certo senso opera prima. Il film precedente era il film della sua laurea alla NYU. Chissà se ha pensato a quel film a basso budget, nato come cortometraggio sulla scorta di quello che era rimasto fuori da Lo stato delle cose di Wim Wenders.
Il manifesto poetico di Jarmusch, con quel titolo tradotto in maniera letterale in italiano che però non sembra rendergli giustizia. Ma forse non gli rende giustizia neanche dire che è il suo manifesto, per lui che poi nella sua carriera ha viaggiato tra i generi e le forme.È un film che sicuramente risente delle influenze culturali e didattiche di Jarmusch. Lui che nel 1973 per nove mesi si trasferisce a Parigi per studiare il Surrealismo e André Breton. Così è la sua opera seconda: surrealista e quasi europea.

Stranger than paradise – trama e cast
Stranger than paradise si divide in tre atti: il nuovo mondo; un anno dopo; paradiso. Nel primo atto incontriamo Willie (John Lurie) squattrinato giocatore d’azzardo proveniente dall’Ungheria che vive a New York, scommettitore in cerca di fortuna. Il ragazzo scopre che, suo malgrado, dovrà ospitare per dieci giorni la cugina Eva (Eszter Balint). La cugina si sarebbe dovuta recare dall’Ungheria a Cleveland per vivere con la zia Lotte, che però si trova in ospedale per qualche giorno. Nonostante la contrarietà di Willie, Eva si trasferisce nel suo piccolo appartamento e fa la conoscenza di Eddie (Richard Edson), socio in affari del cugino. Eddie prende subito in simpatia la ragazza, cercando di convincere Willie a coinvolgerla nelle loro uscite. Willie si dimostra sempre contrario, ma finisce per accettare la presenza della ragazza in casa sua.
Proprio quando i due cugini iniziano ad andare effettivamente d’accordo, Eva parte per Cleveland come previsto. La partenza provoca dispiacere in Willie e anche in Eddie. Il secondo atto si apre con i due ragazzi che partono alla volta di Cleveland dopo un’ingente vittoria a poker. Dopo aver deciso di fare ritorno a New York, cambiano idea: tornano a Cleveland per portare con sé Eva in un viaggio in Florida. Arrivati, i due decidono di andare a scommettere una parte ingente della loro fortuna precedente sulle corse dei cani. Eva, trovatasi nuovamente sola, esce per andare in spiaggia e fa un incontro che darà la svolta alla sua vita e a quella dei suoi amici.

Stranger than paradise – la recensione
Oltre quarant’anni dopo la sua uscita Stranger than paradise continua a esercitare il suo fascino e la sua influenza sul cinema d’autore. Un film ostico, in qualche modo, di cui parlare. Principalmente perché Jarmusch non sembra interessato a lasciare nulla alla comunicabilità. Il film si disfa e si riannoda, su un montaggio evidente di scene intervallate dallo schermo nero. Dei protagonisti tra l’inizio e la fine del film non ci sembra di aver appreso molto, anzi. La parte finale dell’ultimo atto li separa, ognuno in una direzione differente. È un movie on the road, di quelli che un grande amico e collega di Jarmusch come Kaurismӓki ha elevato ad arte. Non è un caso che poi Jarmusch pochi anni dopo abbia recitato proprio in uno di questi road movie del cineasta finlandese: Leningrad Cowboys go America.
Di questo film che forse non è il migliore della brillante carriera di Jarmusch, vanno conservati e gelosamente alcuni elementi. Innanzitutto, l’idea stessa di cinema di cui il regista si fa portatore, tra i suoi ritmi compassati, quasi statici e i suoi spazi. Si tratta di spazi che sembrano concepiti proprio per la dimensione del film, esistenti qui e ora, poi forse mai più. Va tenuto stretto anche l’elemento, antinarrativo, di un finale che non conclude, ma anche di un inizio che dà l’impressione della sospensione. Jarmusch è un regista che ha evidentemente molto a che spartire con la cinematografia europea, più che con quella americana. La sua comparsa negli anni ’80, mentre il cinema, soprattutto nel suo paese, andava in tutt’altra direzione è stata un’oasi di cinema autoriale.

Jim Jarmusch – surrealismo e realtà
Spesso a dei grandi registi si tende ad accostare un aggettivo che da solo dovrebbe offrirne una qualifica. Naturalmente, di fronte a filmografie importanti per quantità e qualità è evidente che un solo aggettivo possa risultare riduttivo. Eppure, Jarmusch ha davvero ridefinito la dimensione del surrealismo cinematografico e Stranger than paradise ne è un esempio perfetto. Certo, il regista si è confrontato con generi tra loro distanti. C’è stato il western (Dead Man), il noir (Ghost Dog), la commedia drammatica (Broken Flowers), persino i vampiri (Only lovers left alive). Tutto questo è ed è stato parte del percorso di Jarmusch, che però ci ha messo sempre qualcosa di irrimediabilmente suo, una firma d’autore.
Eppure, nella sua autorialità, Jarmusch inserisce sempre degli elementi di riflessione. Ciò che separa un grande regista da uno anche ottimo è la capacità di dire qualcosa. Nel corso della sua carriera, il recente vincitore del Leone d’oro ha messo in scena vari stadi della società, vari stati delle cose, per citare un suo riferimento come Wenders. E da quel cinema europeo, Jarmusch discende più di quanto non faccia dal cinema americano. Anche la spinta citazionista nei suoi film è così palese, ricercata da non lasciare spazio a nessun dubbio. In breve, Jarmusch è un regista che ama il cinema, che ne conosce i meccanismi e riesce a inserirlo in una cornice più larga di quella dello schermo.

