High Art è un film indipendente del 1998, scritto e diretto da Lisa Cholodenko. Il progetto ha debuttato al Sundance Film Festival, in cui ha vinto il Waldo Salt Screenwriting Award. Il rilascio ufficiale, ma limitato agli Stati Uniti, è avvenuto a giugno dello stesso anno.
La pellicola esplora il tema della scoperta sessuale, della tossicodipendenza e dell’amore in una sfumatura differente. La passione della fotografia travolge le protagoniste e le trascina in un vortice di emozioni contrastanti. Non se n’è mai parlato abbastanza di questo progetto, ma ha del grande potenziale.

High Art – Trama
High Art racconta di Sydney (Radha Mitchell), una giovane ragazza ambiziosa con progetti già avviati. Vive con il suo ragazzo James (Gabriel Mann) da tanto tempo. Lavora per un magazine di fotografia artistica, il Frame. E ha solo ventiquattro anni. Tutto sembra essere perfetto, ma Syd ha delle mancanze. Le cose cambiano quando conosce la sua vicina, a causa di una perdita dal soffitto.
Lucy Berliner (Ally Sheedy), che vive al piano di sopra, è una fotografa di 40 anni ormai affermata, ma ritirata dal mondo dell’arte. La donna vive in modo completamente diverso da Syd. Il suo è un mondo bohémien, fatto di arte, sesso, droga e fumo. Lucy ha una compagna, Greta (Patricia Clarkson), unione sugellata principalmente dalla dipendenza dall’eroina. L’incontro tra le due donne cambierà il gioco.
Syd e Lucy inizieranno a collaborare professionalmente, per poi avvicinarsi a livello fisico ed emotivo. Entrambe si sentiranno risvegliate dalla presenza dell’altra. La storia si fa seria e problematiche quali traumi irrisolti e droghe minacciano il legame. Nonostante i tentativi di Lucy di disintossicazione, l’ambiente in cui vive è tanto ostile alla sua ripresa. La tossicodipendenza della fotografa alla fine prende il sopravvento su ogni cosa. La sua arte, però, resterà e vivrà attraverso Syd.

High Art – Recensione
High Art è un film d’amore e di scoperta individuale, purtroppo poco conosciuto. Nonostante il finale molto drammatico, che sembra quasi stonare con il resto del progetto, resta parzialmente valido. Il rapporto che va instaurandosi e sviluppandosi tra Lucy e Syd è al centro di tutto. Il punto di vista e lo sguardo femminile di una regista, Lisa Cholodenko, completamente immersa nel mondo e nell’esperienza queer, rende completamente giustizia alla storia.
La cineasta ha lavorato a molti progetti che hanno contribuito a rafforzare il patrimonio del New Queer Cinema. Tra i vari, ha diretto I ragazzi stanno bene (2010) e alcuni episodi della serie cult The L Word. La profonda conoscenza di Cholodenko del mondo lesbico e la sua stessa natura queer, le hanno permesso di scrivere una storia tanto sentita e tanto autentica. Syd e Lucy sono due personaggi estremamente umani, che sentono le emozioni profondamente.
Il finale, tuttavia, sembra caricare drammaticamente il film in modo eccessivo. Di base la tossicodipendenza è un tema interessante da esplorare, ma aveva una grande potenzialità di potersi concentrare su altro. Magari approfondire ancora di più la tematica della scoperta sessuale e individuale.
Da un punto di vista tecnico, High Art è abbastanza semplice, la camera è quasi sempre fissa. Si alternano primi piani a piani lunghi. Interessante è il modo in cui lo sguardo delle protagoniste sembra rincorrersi per tutto il film. L’ultimo passo di questa corsa si esaurisce nello scatto fotografico, specie in momenti molto intimi. Di conseguenza le foto che catturano la loro riservatezza assumono un carattere di maggiore sacralità.

Il potere dello sguardo
Al centro del film, come già specificato, vi è l’amore. Il modo in cui lo si racconta, in High Art, è attraverso lo sguardo. Ma non si tratta di un osservare in modo voyeuristico o sessualizzante. Si tratta di un modo di guardarsi, reciprocamente, anche nell’intimità molto più profondo. Il punto di forza della pellicola è proprio questo.
Il costante rincorrersi di sguardi e lo scattarsi foto scandiscono l’amore tra le protagoniste. Sul finale le loro foto scattate in intimità finiscono sulla prima pagina del Frame, nonostante Syd fosse molto titubante. La fotografia diventa una testimonianza artistica di una persona che non esiste più e di un amore che è stato stroncato prima del tempo.
La macchina fotografica è uno strumento di osservazione e di amore, ha un ruolo duplice. Il modo di dimostrare amore, da parte di Lucy è scattare foto. Syd comprende e ammira la passione della ragazza e si lascia fotografare. Questo gioco e questo scambio reciproco sono alle basi del rapporto.

Conclusioni
High Art è molto scorrevole, ma struggente. Non è un film da guardare se si cerca qualcosa di leggero, perché è molto intenso. La storyline è ordinaria, ma estremamente romantica. Il finale stona con il potenziale dell’intera pellicola, ma nel complesso è una piccola gemma del cinema queer internazionale. I registi di questa generazione potrebbero prendere grande ispirazione da una scrittura così sensibile ed empatica, come quella di Lisa Cholodenko.
