Venezia 83Ritorno a Buenos Aires - Il processo ai demoni superstiti desaparecidos

Ritorno a Buenos Aires – Il processo ai demoni superstiti desaparecidos

In Ritorno a Buenos Aires, presentato in concorso per il Leone d’oro alla 83. Mostra del cinema di Venezia, Bechis fa i conti col suo Garage Olimpo, pietra militare cinematografica sull’argomento desaparecidos, provando a mettere ai ferri il passato devastante delle torture di regime e cercando un ordine tra i deliri post-traumatici ed i sensi di colpa che quell’esperienza sconvolgente procura ai superstiti.

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È un processo non solo e non tanto agli ideatori e agli aguzzini di una delle dittature più spietate della storia moderna, ma soprattutto ai demoni del protagonista, vittima e in qualche modo carnefice di quell’ abominevole sistema.

Ritorno a Buenos Aires – Trama

Mariano Guerra (Adriano Giannini), studente di medicina a Buenos Aires negli anni 70, amico di giovani militanti antimilitaristi, viene rapito e portato in detenzione nella prigione delle agonie nota come Garage Olimpo. Qui non resistendo alle torture, crolla subito e collabora con ‘i macellai’: li aiuta nel riconoscimento dei compagni da rapire, soccorre chi sta per morire impedendo che ciò accada, cura le ferite di ogni tipo di abuso, lui stesso è abusato dai militari che terrorizzano il garage, ma resiste e sopravvive.

Ritorno a Buenos Aires

Resta in queste condizioni oltre due anni. Trent’anni dopo, Mariano si è ricostruito una vita in Italia come paramedico, ancora un’inquietudine interiore lo sposta verso comportamenti disturbanti e antisociali, ma anche stavolta resiste sopravvive. Da qui parte il film.

Riceve una convocazione: tornare a Buenos Aires per il processo intentato ai militari che permisero ed eseguirono Garage Olimpo. Fortissima è la voglia di ignorare, di non riaprire quella dolorosissima porta, di dimenticare in qualche modo, buono o cattivo che sia, quel tempo devastante. Ma certe ombre sono irrisolvibili a prescindere, così come certo dovere di coscienza va compiuto, altrimenti la pace, o un suo gentile, forse illusorio simulacro, non tornerà. Mariano prende l’aereo e vola indietro nel tempo, riaprendo Garage Olimpo.

Ritorno a Buenos Aires – Recensione

Ritorno a Buenos Aires è un film lucido, composto, che poteva strabordare in una crisi di sensibilità critica ed invece mantiene i propri binari saldi e appuntiti. Appare semplice, ci si aspetta l’apocalisse, invece scivola, in modo fin troppo indolore, verso il suo giusto, faticoso, finale. Il tunnel spaventoso dei fantasmi del passato turba il protagonosta da sempre, nulla è dimenticato, spazi, corpo, cicatrici, disperazione, sono ferite calde che l’uomo sembra aver riposto altrove, ed invece sono sempre con lui.

Ritorno a Buenos Aires

Mariano tradisce uno spostamento interiore, un isolamento sociale (vede di rado la figlia, ha solo un cane con sé), un’aggressività trattenuta, ipodermica, irrequieta, nonostante faccia il paramedico e salvi vite, così come le salvava o le manipolava negli abissi del Garage Olimpo. Il passato, non è passato. Probabilmente perché la memoria storica di un paese non può e non deve essere cancellata.

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L’ uomo non vuole tornare a Buenos Aires e lo si vede in ogni movimento, espressione, sguardo, silenzio del suo interprete, sente di non essere pronto per quel redde rationem. Questo fino a quando non si rende conto che dalla parte dei testimoni ci sono corpi e voci come la sua, che hanno ancora gli stessi incubi, che può avere lui, ma lottano per liberarsene e per restare in vita. Oltre due anni di segregazione in un tale luogo di dilre consegnano alla storia un uomo che ha addosso l’inferno: gli abusi condizionanti lo hanno piegato e trasformato per sempre. È un cane fedele che riconosce l’odore dei suoi salvatori malvagi: scodinzola in mezzo al sangue.

Ritorno a Buenos Aires

La vittima , il carnefice, il collaborazionista

C’è un doppio binario per lui la pena subita e quella permessa. Perciò Mariano è in una posizione più scomoda rispetto a quella del solo sopravvissuto. È stato torturato, ma ha aiutato i torturatori; infatti al suo arrivo all’aeroporto viene accolto freddamente e quasi aggressivamente dai suoi ex-compagni, che si ricordano chi era e cosa faceva.

Con una donna pluritestimone delle violenze allora subite, nasce anche un’attrazione, che sfocia in un contatto fisico più traumatico che catartico, perché anche l’intimità di queste persone è seriamente compromessa. Sul piano procedurale, Mariano viene avvertito dalla giudice che in quel processo si può entrare come testimone e se ne può uscire come imputato. Ciò amplifica il suo tormento, l’attenzione, la paura, il dover gestire un ricatto esistenziale che torna a farsi sentire non solo nella mente, ma anche nella realtà: il dottor K che preparava gli strumenti medici per torturare le vittime gli intima di ricordarsi che è a lui che deve la ora.

Ritorno a Buenos Aires alterna flashback dei giorni del rapimento a momenti attuali dal processo, senza indulgere mai nella psicosi o nella descrizione della violenza. La barbarie è un rimando, un’eco, l’input aguzzo di una contrazione involontaria. Il caos da domare, da mettere a tacere, da seppellire, è nella testa.

Ritorno a Buenos Aires

Memoria di un paese e memoria individuale: due ferite non cicatrizzabili

Calibratissima la testimonianza resa infine alla sbarra da Mariano, che mette in fila il proprio ruolo nel bene e nel male, consegnando se stesso nudo ad un giudizio totale, e i diavoli torturatori ognuno al proprio ruolo devastante. Di male si può parlare quando non c’è alternariva? Forse no, forse.

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Sicuramente l’assunzione di responsabilità del male che ha fatto lo Stato è sempre cosa necessaria e mai troppo accaduta. Ritorno a Buenos Aires innesca di rimando anche una riflessione sulla necessità di non colpevolizzare la vittima di violenza che non deve diventare imputato nel momento in cui si espone testimoniando: qualcosa che parla del passato ma anche del presente.

Ritorno a Buenos Aires – Cast

Diretto con mano ferma e consapevole, abbiamo un ottimo Adriano Giannini, vincitore del premio Pasinetti come migliore attore, qui alla prova artistica più profonda e completa della carriera, per sua stessa ammissione. È un uomo fragile ed oscuro, tremante e determinato, una carta usata e stropicciata in un corpo grande e presente. Ci sono prigioni da cui non si esce mai, ci sono storie le cui pagine non si dovrebbe mai a voltare: quella di Ritorno a Buenos Aires è una di queste. 

Ritorno a Buenos Aires – Trailer

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni
Pyndaro
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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