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‘Reazione a catena’: antesignano per eccellenza del cinema slasher

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È difficile, quasi impossibile, pensare che il genere horror sarebbe potuto essere lo stesso, se Reazione a catena non fosse mai stato girato. Il cinema del terrore esisterebbe, su ciò non sussiste alcun dubbio, ma sarebbe sicuramente diverso da come oggi appare.

Eppure, questo prezioso gioiello cult, che porta la firma del grande maestro Mario Bava, andò incontro a un cammino tutt’altro che semplice. Distribuito nelle sale italiane nel 1971 con il titolo Ecologia di un delitto, il film non ottenne subito il successo sperato, anzi. La delusione per il risultato al botteghino fu tale da ritirarlo dai circuiti cinematografici, per poi riproporlo una seconda volta, rinominandolo, per l’appunto, “Reazione a catena”. Una scelta decisamente più accattivante della precedente che permise alla produzione di sanare in parte il fallimento di partenza. Armato di nuovi manifesti e di un titolo molto più azzeccato, Bava venne quindi riproposto nelle sale italiane e gli incassi, questa volta, si mostrarono decisamente più clementi. Tuttavia, al tempo, nessuno poté minimamente immaginare l’influenza incalcolabile che Reazione a catena avrebbe avuto su generazioni e generazioni di registi a venire.

Reazione a catena: trama

Un’anziana contessa, proprietaria di una baia incontaminata, trova la morte per mano del marito, che, a sua volta, viene assassinato. Poco tempo dopo un gruppo di quattro ragazzi che decide di appartarsi proprio nei pressi della baia viene brutalmente trucidato per mano di un misterioso killer. Una serie di efferati delitti che presto svelerà la propria origine in un’aggrovigliata matassa di interessi e relazioni.

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Il proto-slasher per antonomasia

Il cinema americano, in particolare, quello hollywoodiano ha avuto sempre un grande pregio: cogliere le potenzialità di idee che venivano da altrove, renderle proprie, coltivarle con adeguati mezzi di produzione e distribuirle capillarmente in tutto il mondo. Facendo ciò, surclassando qualsiasi altra cinematografia internazionale, il pubblico si è ritrovato spesso a dare per assunto che determinati generi o filoni siano nati proprio grazie agli Americani, cadendo il più delle volte in errore. Il cinema slasher, per esempio, vede le sue origini più “antiche” in registi europei, come Hitchcock, Lang. Persino quando gli archetipi dello slasher erano prodotti a Hollywood i loro autori erano d’oltreoceano, basti pensare a Whale o Tourneur.

Ma la vera e propria codificazione di questo filone dell’horror ha inizio in Italia. E il regista italiano che tra tutti i grandi autori di genere emersi negli anni ’60 ne è il precursore più valido è sicuramente Mario Bava. Con Reazione a catena Bava formalizza definitivamente stilemi che esso stesso aveva anticipato in lungometraggi come Sei donne per l’assassino (1964) e che altri registi poi adopereranno nelle loro opere: da Hooper (Non aprite quella porta, 1974) a Craven (Le colline hanno gli occhi, 1974), da Carpenter (Halloween, 1978) a Cunningham (Venerdì 13, 1980), solo per citarne alcuni.

Una violenza incontrollata e complessa che pervade lo schermo

Il primo motivo per cui Reazione a catena è probabilmente l’antesignano per eccellenza del cinema slasher risiede nell’inaudita violenza di alcune scene. Gli assassini nel mondo del cinema ci sono sempre stati, ma la ferocia con cui infieriscono sulle vittime nel film di Bava non si era vista prima. Teste mozzate, persone impalate mentre copulano, machete che squarciano volti a metà, sono atti di una brutalità nuova, quasi primitiva. Violenza perpetuata per mezzo di armi da taglio, che nel futuro diventeranno tratti distintivi dei serial-killer protagonisti del filone slasher. Si pensi al machete per Jason Voorhes, al coltello da cucina per Michael Myers, alla motosega di Leatherface.

In Reazione a catena, persone comuni si trasformano così, improvvisamente, in carnefici cinici e spietati. Un crimine iniziale si propaga lungo un filo che, con ironia e sadismo, travalica i confini anche generazionali e in questo si fa tremendamente premonitore. Forse il titolo del soggetto di Franco Barberi e Dardano Sacchetti, Così imparano a fare i cattivi, era in questo senso più allusivo.

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reazione a catena

Non bisogna dimenticare che siamo in pieni anni di piombo. Per le persone l’esposizione alla violenza era costante e le conseguenze evidenti. La mancanza di fiducia, il dubbio che chiunque intorno a te potesse essere affiliato a una banda terroristica, il malessere condiviso nei confronti della politica e la paura che nuovi conflitti bellici da tempo sopiti potessero vedere di nuovo la luce erano sentimenti, per forza di cose, comuni. Perciò il clima che si respirava e si propagava nella società veniva assorbito dal cinema di registi di genere come Bava, che lo esacerbavano in immagini visive scioccanti che, in Reazione a catena, sono rese ancor più impressionanti dagli splendidi effetti speciali di Carlo Rambaldi (futuro effettista di Alien e E.T. l’extra-terrestre) e dal trucco di Francesco Freda.

Un microsistema tipico del genere

In Reazione a catena c’è un altro aspetto anticipatore di quanto sarà poi tipico negli slasher a venire: l’ambientazione della storia. Girato tra Roma, Sabaudia e Latina, il paesaggio del film appare selvaggio, rustico, ma, soprattutto, estremamente circoscritto. Una sorta di microsistema chiuso che pulsa delle proprie regole, dei propri segreti e della propria omertà. La piccola comunità e la baia sono pienamente in sintonia, in una macabra e sinistra simbiosi. Il rudere di un distributore e il resort abbandonato sono organi in disuso, testimonianze di un congelamento che rifiuta il moderno, rifiuta gli invasori. Una sorta di spietato biosistema che si oppone a chi lo minaccia e non rispetta i suoi equilibri, inducendo all’autodistruzione indiscriminata. Le composizioni di Stelvio Cipriani arricchiscono e colorano questa visione di un carattere tribale, mentre il lago e la foresta appaiono come indiscussi padroni.

La valenza dello sguardo

Mentre la violenza si palesa in una molteplicità di forme, come sopraffazione della spensieratezza giovanile, come prodotto dell’avidità umana, come inevitabile punizione per gli stessi che la perpetuano, così, anche le angolazioni da cui osservare il tutto e le prospettive dello sguardo si manifestano come una pluralità. In Reazione a catena, Mario Bava, coadiuvato in alcune sequenze dal figlio Lamberto, ostenta sull’orrido, sul sangue, sul dolore fisico. L’inquietudine nell’assistere al macabro, al cruento, si somma alle soggettive voyeuristiche che adottano il punto di vista dell’assassino. Fessure, finestre (da buon insegnamento hitchcockiano) diventano intermezzi tra desiderio, crimine e inganno.

reazione a catena

Come gli insetti passano sotto la lente dell’entomologo Fossati (Leopoldo Trieste), così gli esseri umani passano sotto la lente cinematografica di Bava. Lo spettatore, a sua volta, ricomponendo pezzo per pezzo, assiste all’adattamento, quasi darwiniano dell’umano. Peraltro lo sguardo non esaurisce la sua utilità nel mostrare, nell’esibire, ma preannuncia, premonisce, addirittura illude attraverso impressioni fuorvianti (si pensi allo sguardo morboso di Fossati).

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Reazione a catena: conclusioni

Reazione a catena non è esente da difetti. Questi si possono leggere soprattutto a livello narrativo, ove permane qualche illogicità. Bisogna però anche essere onesti nel contestualizzare. Reazione a catena rimane parte di un cinema fatto per sorprendere, scandalizzare e anche ironizzare, piuttosto che risultare impeccabile sotto ogni ottica. Nello stesso panorama slasher è sicuramente stato superato e i suoi spunti perfezionati da capolavori assoluti già citati in precedenza, Non aprite quella porta e Halloween, ma a Mario Bava va riconosciuta la visionarietà.

Quindi, in poche parole, amanti degli slasher accorrete e recuperate Reazione a catena su Mubi.

PANORAMICA

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Reazione a catena (1971) è l'ennesima dimostrazione della grandezza di un regista, a volte, troppo dimenticato: Mario Bava. Con il passare degli anni questo splendido cult movie si imporrà come uno dei passaggi fondamentali che porteranno alla nascita di uno dei filoni horror più di successo della Storia del Cinema: lo slasher.
Riccardo Brunello
Riccardo Brunello
Il cinema mi appassiona fin da quando ero un ragazzino. Un amore così forte che mi ha portato ad approfondire sempre di più la settima arte e il mondo che la circonda. Ho un debole per i film d’autore e per il cinema orientale, ma, allo stesso tempo, non riesco a fare a meno di un multisala, un secchio di popcorn, una bibita fresca e un bel blockbuster.

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